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Novità diagnostiche nell’ambulatorio del pediatra: ora c’è il “POCT” (Point of Care Test)

Pediatrician doctor examining sick child in face mask. Ill boy in health clinic for test and screening. Kids home treatment of virus. Coronavirus pandemic. Covid-19 outbreak. Patient coughing.

La Medicina di famiglia era stata forse pioniere, ma silenziosamente anche la Pediatria ha seguito questo indirizzo, che si riassume in un termine adottato a livello internazionale: Point of care Test o POCT, che si può tradurre come “analisi medica svolta in prossimità del sito di cura e assistenza del paziente”. Nel concreto, sono oggi disponibili numerose metodiche ambulatoriali in grado di fornire una risposta rapida e sufficientemente affidabile a quesiti diagnostici. Del resto già alcune mamme hanno acquisito dimestichezza con stick per le urine, strisce per la misurazione della glicemia e, negli ultimi tempi, con test salivari per il Covid-19. La novità, ampiamente ribadita in recenti congressi nazionali, è rappresentata dal fatto che ora i pediatri di famiglia sono concordi e preparati a compiere questo salto epocale. Non si tratta di un dovere loro imposto, ma di un’iniziativa attraverso cui ciascuno può migliorare la propria qualità assistenziale.

I vantaggi

Poter effettuare un’indagine contestualmente a una visita offre varie possibilità: per esempio può confermare la natura di un’infezione e di conseguenza orientare la terapia, oppure può apportare informazioni preziose laddove un bambino non è in grado di descrivere i propri sintomi oppure lo stesso quadro clinico è confuso. Ancora, può chiarire un dubbio di fronte a un riscontro inatteso, come per esempio un soffio cardiaco, oppure valutare l’andamento di una malattia cronica quale l’asma bronchiale. A questi aspetti interessanti si aggiungono poi altri vantaggi, come l’assenza o l’abbattimento dei tempi di attesa necessari per effettuare un test in un centro ospedaliero o specialistico e la riduzione dei costi dovuti sia a eventuali spostamenti sia al risparmio che molte volte si correla alla precocità di una diagnosi e conseguentemente del trattamento.

Quali esami

La tecnologia propone un’offerta davvero ampia, che spazia da test chimici su sangue, saliva e urine a indagini strumentali, come per esempio la dermatoscopia per la valutazione delle lesioni cutanee e in particolare dei nei, l’elettrocardiogramma, la spirometria e l’impedenziometria. Si possono poi praticare test, per esempio allergologici o per l’udito, e perfino ecografie e refrattometrie (per la diagnosi dell’ambliopia, il cosiddetto “occhio pigro”). Non c’è insomma limite alle potenzialità di sviluppo, per le quali molti dispositivi sono già integrati con il computer o lo smartphone e consentono di archiviare immagini e inviarle in tempo reale, sia ai genitori sia a eventuali centri di secondo livello a cui il bambino dovesse essere inviato.

Sicurezza e attendibilità

Mentre alcuni test sono di facile esecuzione, altri richiedono una formazione specifica del pediatra, a cui spetta la scelta della strumentazione che, in alcuni casi, richiede anche un investimento economico. In linea generale, però, va detto che si tratta di test di primo livello, ossia di indagini che rappresentano un buon compromesso per poter confermare o no un determinato sospetto. L’obiettivo, infatti, è quello di individuare i casi meritevoli di approfondimento e al tempo stesso di essere sufficientemente sicuri di un eventuale risultato negativo. Si apre così una nuova era in cui il pediatra – e di riflesso i genitori – potranno contare sul prezioso supporto di test e apparecchiature in grado di velocizzare la diagnosi, evitando inutili e talvolta dannose perdite di tempo, con un risparmio per le famiglie e per il servizio sanitario.

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