Questo articolo è e vuole essere un sasso gettato provocatoriamente nel mare della Riproduzione Medicalmente Assistita per sollevare dubbi ed interrogativi.
In questo campo si assiste ad una sovrapposizione tra il principio relativo alla possibilità di accedere alle tecniche di RMA ed il principio etico secondo il quale la procreazione è uno dei diritti inalienabili dell’individuo.
Le due cose non coincidono. La RMA infatti è un espediente tecnico nato proprio per superare o bypassare ostacoli alla riproduzione.
Secondo la legge 40 (che a tutt’oggi regola questo campo) il ricorso alla RMA è possibile solo a fronte di una condizione di sterilità o infertilità certificata (con o sine causa)
Mi chiedo allora se l’accesso alle
tecniche debba essere garantito anche in quelle situazioni di “matrimoni
bianchi”, determinate non da problematiche di natura fisica ma di natura
psicologica, quando cioè ci si di fronte ad importanti problematiche psicologiche,
che necessiterebbero di un accompagnamento specifico, affinchè il ricorso alla RMA
possa essere il punto di arrivo di un percorso (individuale e di coppia) e non
un’ipotetica scorciatoia o un tentativo di negare l’esistenza di una
problematica.
Ancora…
Esistono dei casi nei quali è contemplata la possibilità di rifiutare l’accesso alle tecniche di PMA? Sempre secondo la legge 40 (art.6 comma 4) ciò è possibile solo per “…per motivi di ordine medico-sanitario.”
Nella pratica clinica però si
incontrano situazioni che fanno riflettere e pongono degli interrogativi.
Una prima categoria di situazioni fa riferimento a quelle coppie che hanno grossi problemi relazionali e per le quali avere un figlio risponde ad esigenze di tipo compensatorio o strumentale. La ricerca psicologica ha ormai da decenni evidenziato come tutto il periodo della perinatalità, il periodo cioè tra l’ipotetico progetto generativo, la sua pianificazione e realizzazione fino al primo sviluppo del bambino, [1] influisce sulla storia e sulla qualità di vita del bambino stesso.
Una seconda categoria di situazioni riguarda pazienti infertili che presentano o hanno presentato nella loro storia gravi disturbi psichiatrici (depressioni maggiori, bipolarità, scissioni psicotiche, tendenze paranoidi) e che arrivano al Centro RMA sull’onda della convinzione che, se riuscissero ad avere un bambino, darebbero senso, ordine e benessere alla loro vita. Frequentemente questa convinzione è avvalorata dalla partner ed appoggiata da tutta la famiglia.
Situazioni di questo genere evidenziano
degli interrogativi in merito alla capacità del paziente di far fronte
psicologicamente non solo ad un percorso (quello della RMA) difficile,
stressogeno e con limitate possibilità di successo, ma soprattutto a svolgere
una funzione genitoriale sufficientemente adeguata.
E’ soprattutto questo aspetto che
risulta di difficile inquadramento.
Lo screening psicologico (quando e se viene fatto) generalmente tende a valutare la tenuta della persona o della coppia in riferimento al percorso. La futura situazione di cura e crescita del bambino non è oggetto di specifica attenzione, anche se ormai è universalmente riconosciuta la correlazione esistente tra condizione psichica della madre (e anche del padre) e qualità dell’attaccamento, sviluppo fisico, psichico, emotivo, cognitivo del bambino
Così come non si dovrebbe ignorare la
presenza di indicatori di tipo anamnestico, clinico e rilevabili attraverso dei
test, relativi alla presenza di un rischio di depressione post-gravidica.
Siamo
comunque in un campo molto delicato e scivoloso di bioetica.
Come
giustamente evidenziato dall’Ethics Committee of the American Society for
Reproductive Medicine, in un articolo del 2013[2]
ci si trova di fronte ad un vero e proprio dilemma etico che contrappone i
potenziali diritti della prole a quelli che possono apparire i diritti del
paziente infertile:
Da una parte infatti c’è il diritto del bambino che nascerà ad avere dei genitori che si presuppone possano essere sufficientemente adeguati, dall’altra il diritto dei pazienti a poter utilizzare tecniche che li aiutino a superare un limite.
Ora,
se è vero che le persone fertili hanno diritto ad avere figli, anche se sono
portatrici di gravi problemi psichiatrici o di disabilità particolarmente pesanti, le persone infertili hanno bisogno
di un intervento tecnico per ottenere una gravidanza e non si può non tener
conto che tra di loro possono esserci persone che hanno storie di problemi
psichiatrici attuali o non diagnosticati o non trattati, di abuso di sostanze,
di comportamento violento o criminale,
di abuso sessuale, di precedente perdita di potestà genitoriale o di
relazione violenta con il partner. Tutte situazioni che possono essere
potenzialmente negative per l’espletamento delle funzioni genitoriali.
D’altra
parte un esame predittivo delle competenze genitoriali non è facile da fare e
presuppone uno spazio dedicato e competenze molto specifiche. Manca la cultura
e quell’insieme di studi e di esperienze che caratterizzano la genitorialità
adottiva.
Potrebbe
infatti venirci in aiuto quanto già si fa ed è consolidato per le adozioni.
Anche
qui si lavora su ipotesi di competenze genitoriali, servendosi di strumenti e
di criteri di valutazione che, nel corso degli anni, si sono venuti affinando e
validando, fino a diventare patrimonio
condiviso della comunità scientifica e di tutti gli operatori.
Bibliografia
D’Arrigo M., Se i bambini non
arrivano, Liguori , Napoli 2008
Fiumanò M., A ognuna il suo bambino, Il
Saggiatore, Milano 2000
Imbasciati A , Cena L, Psicologia clinica perinatale
per le professioni sanitarie e psicosociali. Vol. II. Genitorialità e
origine della mente del bambino, Franco Angeli, Roma 2015
Child-rearing ability and the provision of fertility services: a committee
opinion, American Society for Reproductive Medicine, Birmingham, Alabama, July 2013,Volune 100, pp.50-53
[1] Cena L., 2015
[2] American Society for Reproductive Medicine, 2013