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In alcuni casi più complicati, soprattutto quando è presente una condizione grave di artrite o anche delle lesioni o ancora in quei casi in cui la chirurgia può intervenire per riparare danni ai tendini, alle cartilagini o ai legamenti, o correggere delle fratture o problemi di artrite, riparando in modo conservativo un’articolazione d’anca compromessa da epifisi femorale, ma in molti altri casi ricorrere alla chirurgia sostitutiva dell’anca (artroplastica dell’anca) può essere un’opzione da considerare.
La protesi totale dell’anca, costituita da una parte di forma sferica e da una presa, viene realizzata in metallo o anche può essere fatta con un tipo di ceramica o di plastica (polietilene) e ha diversi componenti, tra cui la sfera stessa dell’anca. Queste protesi sono resistenti alla corrosione e all’usura.
L’intervento di sostituzione dell’anca è un intervento che prevede una notevole procedura uttavia la gran parte delle persone operate solitamente è in grado di riprendere le consuete attività entro poche settimane dall’intervento.
Vanno comunque considerate da un lato le prospettive di durata della protesi nel tempo e dall’altro quale potrebbe essere la condizione del paziente con un problema d’anca che va aggravandosi.
Le complicanze
Le complicanze derivanti da un disturbo dell’anca comprendono difficoltà o incapacita’ ad una corretta deambulazione, e spesso la necessità di continui trattamenti di farmaci per alleviare il dolore cronico.
Non sono infrequenti dei casi di deformità acquisite dell’anca che si instaurano a seguito del disturbo e del dolore.
Diagnosi di un’anca rotta
Anche se l’esame obiettivo dell’anca può mostrare segni evidenti come lividi e gonfiori sull’esterno dell’anca, o un aspetto deforme della stessa, una diagnosi definitiva potrà essere formulata solo sulla base dei risultati di indagini diagnostiche di imaging a mezzo di Raggi X, che possono fornire la fotogrfia precosa dell’anca, risonanza magnetica, o tomografia computerizzata.
I test di imaging aiutano a individuare le fratture, la risonanza magnetica è in grado di fornire tutti i dettagli attorno all’anca, mentre la TC riesce a fornire immagini dell’osso dell’anca e dei muscoli, dei tessuti intorno.
I disturbi dell’anca sono disturbi che colpiscono l’articolazione dell’anca, che si presenta come una sorta di sfera inserita in una struttura che permette alla coscia di potersi muovere in più direzioni e che aiuta i fianchi a reggere il peso del corpo.
L’articolazione dell’anca è posta all’interno di una capsula che contiene un fluido lubrificante, utile a rendere agevole il movimento dell’anca senza attriti o ostacoli, unitamente all’aiuto delle cartilagini, sostanze dure ma elastiche che sono poste alle estremità dell’articolazione. Ad evitare alla sfera ossea di fuoriuscire dal proprio alloggiamento ci sono i legamenti.
I disturbi dell’anca dunque possono riguardare una o più di queste componenti provocando una serie di condizioni anomale.
Cause
Vi sono cause specifiche per i disturbi dell’anca, come le condizioni di sviluppo, le lesioni, o anche le condizioni croniche o le infezioni.
Osteoartrite: quando la cartilagine degenera può causare l’artrosi nell’articolazione. Talvolta la cartilagine si consuma riducendosi in pezzi, finendo nell’articolazione e favorendo infiammazioni e sintomi dolorosi, e venendo meno la funzione di attutire le ossa dell’anca, anche per effetto del maggiore attrito, provocano dolore.
Displasia evolutiva: questa condizione si verifica quando un neonato ha un’anca lussata o un’anca che si disloca facilmente. Causa di questo fenomeno può essere un alloggiamento con presa poco profonda della sfera d’anca, che può favorire la lussazione per fuoruscita.
Malattia di Perthes: È malattia che interessa le cellule ossee a causa di un ridotto apporto di sangue, che va ad indebolire il femore e l’intera articolazione. Colpisce bambini da 3 a 10 anni.
Sindrome dell’anca irritabile: la sindrome dell’anca irritabile può essere comune nei bambini solitamente dopo un’infezione delle vie respiratorie superiori. Può provocare dolore all’anca ed una deambulazione claudicante, ma che in genere regredisce spontaneamente.
Dolore ai tessuti molli e dolore riferito: Il dolore in questo caso si parla di dolore riferito in quanto questo non proviene dall’anca, ma dai tessuti molli che la circondano, che possono essere infiammati o presentare qualche lesione.
Epifisi femorale capitale scivolata: si tratta di una separazione dal femore della sfera dell’articolazione dell’anca dal femore che avviene che scivola all’estremità superiore di crescita dell’osso. Questa condizione si osserva soltanto nei bambini in crescita. Si interviene con il sistemare dei perni per stgabilizzare l’articolazione.
Sintomi
I sintomi di un disturbo dell’anca possono variare in base alla causa da cui possono dipendere ed anche dalla parte specifica dell’articolazione dove può essere localizzata una anomalia, essendo l’anca un’articolazione complessa fatta da ossa, legamenti, cartilagini muscoli e di liquidi fluidificanti.
I sintomi più ricorrenti comuni di un problema dell’anca comprendono:
dolore all’anca.
Deambulazione zoppicante.
Limitazione del movimento di escursione dell’anca.
Dolore riferito.
Dolore alla gamba se viene caricata.
Muscolatura rigida.
In caso di artrite il dolore può essere avvertito alle gambe anche camminando. Può trattarsi di dolore cronico, ma è comunque consigliabile di controllare che non siano presenti fratture precedentemente non rilevate, da cui potrebbero derivare gravi complicazioni.
Diagnosi
Se si soffre di dolore all’anca la diagnosi potrà essere formulata sulla base di una indagine di imaging per individuare la causa, anche se già un esame obiettivo, unitamente ad una manovra medica dell’anca potrà preannunciare la presenza della patologia. Se compaiono, resistenze, rumori da schiocco o attriti la diagnosi è già orientata e verrà completato con il risultato dei testi radiografici.
Test di imaging
Per diagnosticare i disturbi dell’anca si eseguoni i seguenti test:
esame radiografico.
Ultrasuoni.
Scintigrafia ossea.
Scansione MR.
Questi test di imaging danno una visione dettagliata dell’anca, evidenziando fraturre, anomalie come gonfiori o alterazioni.
Biopsia ossea
Questo esame viene utilizzato per individuare eventuali anomalie dell’osso e dei tessuti intorno. A mezzo di un ago viene prelevato un campione osseo che potrà rivelare possibili anomali cellulari dell’osso.
Trattamento
Il trattamento più pratico ed immediato consiste nell’impiego di farmaci contro l’infiammazione derivata dall’artrite, che inoltre agiscono contro il dolore dell’anca. Questi farmaci contro il dolore vengono spesso somministrati per contrastare i sintomi dell’anca irritabile e del dolore riferito.
L’articolazione dell’anca, diversamente da altre articolazioni, consente una maggiore libertà di movimento in più direzioni, per cui quando si sospetta la rottura dell’anca il medico curante dovrà decidere il trattamento, se clinico o chirurgico, sulla base di molti fattori, tra i quali l’età del paziente, le sue condizioni di salute, se sono presenti malattie pregresse che rendano rischioso un intervento chirurgico, ed altre problematiche che possono emergere a seguito delle indagini diagnostiche eseguite.
In alcuni casi più complicati, soprattutto quando è presente una condizione grave di artrite o anche delle lesioni o ancora in quei casi in cui la chirurgia può intervenire per riparare danni ai tendini, alle cartilagini o ai legamenti, o correggere delle fratture o problemi di artrite, riparando in modo conservativo un’articolazione d’anca compromessa da epifisi femorale, ma in molti altri casi ricorrere alla chirurgia sostitutiva dell’anca (artroplastica dell’anca) può essere un’opzione da considerare.
Vanno comunque considerate da un lato le prospettive di durata della protesi nel tempo e dall’altro quale potrebbe essere la condizione del paziente con un problema d’anca che va aggravandosi.
Le complicanze derivanti da un disturbo dell’anca comprendono difficoltà o incapacità ad una corretta deambulazione, e spesso la necessità di continui trattamenti di farmaci per alleviare il dolore cronico.
Non sono infrequenti dei casi di deformità acquisite dell’anca che si instaurano a seguito del disturbo e del dolore.
Diversi possono essere gli interventi chirurgici per correggere il disturbo d’anca che variano sulla base della tipologia e dell’entità del disturbo.
L’intervento chirurgico si rende necessario in caso di rottura dell’anca, condizione complicata e grave a qualsiasi età per via dei rischi concreti per la vita del paziente.
La rottura dell’anca può avvenire in più modi. Solitamente una frattura dell’anca avviene nella parte sferica dell’osso (il femore) e può localizzarsi in punti diversi. Talvolta la frattura può riguardare l’alveolo o l’acetabolo. Se la frattura si verifica a carico del collo femorale, la rottura che si produce avviene in prossimità del punto di raccordo in cui la testa dell’osso si congiunge con la sua orbita, comportando gravi rischi di blocco della circolazione sanguigna verso la testa dell’anca, compromettendo la rete dei vasi sanguigni.
Altro tipo di frattura è quella denominata intertrocanterica, che avviene a maggiore distanza dall’articolazione e non compromette la circolazione sanguigna verso il femore.
La frattura intracapsulare va ad interessare le parti che compongono la sfera e l’orbita in cui si muove, può comportare un rischio di compromissione della rete vasale che va ad irrorare la parte sferica dell’osso.
la caduta da altezza o a seguito di impatto su una superficie dura.
Trauma da incidente stradale, o in caso di investimento o di scontro automobilistico.
A seguito dei danni prodotti da una patologia come l’osteoporosi, per effetto della perdita di tessuto osseo.
Per i danni causati da una condizione di obesità, che può produrre una pressione eccessiva sull’anca.
Vi sono dei fattori di rischio per frattura dell’anca, tra i quali:
l’osteoporosi, rischio particolarmente presente nell’etnia asiatica.
Il genere femminile, essendo più frequentemente colpite da osteoporosi le donne sono più esposte al rischio di rottura dell’anca.
L’età: dopo i 60 anni aumenta il rischio di frattura dell’anca. Con gli anni la densità delle ossa, forza e resistenza possono diminuire, esponendo ossa più deboli al rischio di rottura, complice talvolta anche una diminuita percezione degli ostacoli per problemi di vista e di equilibrio.
Una nutrizione insufficiente, nella quale vengono a mancare supporti importanti come malnutrizione come proteine, vitamina D e calcio, condizione che può incrementare il rischio di fratture.
I sintomi di un’anca rotta possono includere:
dolore dell’anca e all’inguine.
La gamba corrispondente all’anca dolente appare più corta rispetto all’altra.
impossibilità a caricare la gamba e a camminare.
Stato di infiammazione dell’anca e lividi nella zona esterna.
Diagnosi di rottura dell’Anca
Anche se all’esame obiettivo risulteranno dei segni evidenti come lividi e gonfiore e talvolta un aspetto deforme della parte coinvolta, la diagnosi potrà essere formulata dopo aver praticato alcuni esami diagnostici di imaging, come radiografie, risonanza magnetica, o tomogrfia comuterizzata.
La risonanza magnetica, diferentemente dai raggi X, è in grado di evidenziare con maggiore precisione e dettaglio le parti dell’anca eventualmente lese.
In aggiunta l’indagine di imaging a mezzo TAC può fornire immagini dettagliate dell’osso, ma nche dei tesuti e dei muscoli attorno al punto di rottura.
Diversi possono essere gli interventi chirurgici per correggere il disturbo d’anca che variano sulla base della tipologia e dell’entità del disturbo. L’intervento chirurgico si rende necessario in caso di rottura dell’anca, condizione complicata e grave a qualsiasi età per via dei rischi concreti per la vita del paziente.
I tipi di rottura dell’anca:
una frattura dell’anca di solito si verifica nella porzione sferica (femore) dell’articolazione dell’anca e ma può avvenire anche in altri punti. A volte, l’alveolo o l’acetabolo possono fratturarsi.
Frattura del collo femorale: questo tipo di rottura si verifica nel femore in prossimità del punto di raccordo tra la testa dell’osso e l’orbita. Una frattura del collo del femore può causare una brusca interruzione della circolazione sanguigna nella parte sferica dell’anca danneggiando la rete dei vasi sanguigni.
Frattura dell’anca intertrocanterica: una frattura dell’anca intertrocanterica si verifica più lontano dall’articolazione e non comporta un blocco circolatorio dei vasi verso il femore.
Frattura intracapsulare: questa frattura colpisce le parti della sfera e dell’incavo dell’anca. Può anche causare la rottura dei vasi sanguigni posti in prossimità della sfera.
Diverse possono essere le cause di rottura dell’anca:
Le potenziali cause includono:
caduta su una superficie dura o da una grande altezza.
Evento traumatico all’anca, come per un incidente d’auto.
Una malattia come l’osteoporosi, per via della perdita di tessuto osseo.
L’obesità, in cui la pressione esercitata sulle ossa diventa eccessiva.
Alcune persone sono maggiormente esposte al rischio di frattura dell’anca nei seguenti casi:
come recidiva di un evento uguale già accaduto, che comporta un considerevole aumento del rischio.
Nelle persone di etnia asiatica, il rischio aumenta per la maggiore presenza di osteoporosi.
Nelle persone di genere femminile, per la maggiore esposizione all’osteoporosi.
Nelle persone di età avanzata, tra le quali dopo i 60 anni più consistente è il rischio di rottura dell’anca, per effeto delle diminuite forza e densità delle ossa, febìnomeno accentuato anche dalle diminuite capacità visive e di mantenimento dell’equilibrio.
Nelle persone malnutrite per carenza di nutrienti importanti per la salute delle ossa, come proteine, vitamina D e calcio.
I sintomi di un’anca rotta possono includere:
dolore nella zona dell’anca e dell’inguine.
La gamba interessata è più corta della gamba sana.
Incapacità di camminare o di caricare peso o pressione sull’anca e sulla gamba colpite.
Infiammazione dell’anca.
Lividi.
Un’anca rotta può essere pericolosa per la vita, per cui occorre rivolgersi al medico in caso si sospetti la rottura.
Avete mai pensato a quanto sarebbe difficile sfuggire ad un nemico se non fossimo in grado di scappare? Come può un organismo evitare la predazione se vive ancorato a terra? Le piante hanno risolto questo problema in maniera molto astuta, in alcuni casi addirittura subdola…
https://youtu.be/KXR2gJyNVkw
Nel corso dell’evoluzione sono state elaborate nel mondo vegetale strategie diversificate per far fronte ai pericoli naturali. Alcune piante si difendono ricoprendosi di spine o aculei, altre si rendono invisibili mimetizzandosi nel loro ambiente naturale; quelle di cui parleremo in questa sede nascondono un segreto: le loro armi di difesa non sono immediatamente visibili, e quando le si scopre potrebbe essere troppo tardi! Queste specie accumulano sostanze tossiche nei loro organi per scoraggiare potenziali erbivori, compreso l’uomo!
Da tempo la scienza si interroga sulla potenzialità di questi composti di origine vegetale per la cura dell’organismo umano, analizzandone i principi attivi per utilizzarli a scopo terapeutico. Ma dov’è il confine tra pericolo di morte e salvezza della vita? Quand’è che una specie botanica guarisce e quando invece uccide? Il genio dei greci battezzò le droghe con la parola “pharmakon”, che significa al tempo stesso medicina e veleno: dipende dalla consapevolezza, dall’occasione e dal singolo individuo se l’una cosa travalica nell’altra!
Per le piante la produzione di sostanze chimiche ha un significato ecologico molto importante, poiché consente loro di comunicare in maniera differenziata con altri organismi: con quelli utili invitandoli ad avvicinarsi, pensiamo ad esempio all’odore che emanano certi fiori attirando a sé gli impollinatori; in altri casi la pianta intende comunicare “stai alla larga”, rivolgendosi ad animali potenzialmente dannosi. Questi messaggi vengono formulati attraverso la produzione dei metaboliti secondari, ossia composti che non sono essenziali per la crescita e lo sviluppo ma che hanno un’importante funzione ecologica.
Gli studi sulla fitochimica delle piante hanno evidenziato una notevole diversità biochimica. Circa il 40% dei farmaci monomolecolari (cioè costituiti da un unico principio attivo), derivano direttamente o indirettamente dalle piante. Mentre nei paesi in via di sviluppo l’impiego delle piante medicinali è diminuito in seguito alla comparsa di “potenti farmaci” sintetici, nei paesi poveri ancora oggi si ricorre all’etnobotanica come unica risorsa per trovare rimedio a certe malattie. Va comunque precisato che i farmaci di sintesi sono il prodotto ultimo della lavorazione dei principi attivi isolati dalle piante e riprodotti mediante sintesi chimica.
Non dobbiamo pensare che le piante velenose siano molto lontane da noi: alcune le incontriamo facilmente durante una passeggiata, pensiamo alla comunissima edera, Hedera helix; tale specie dall’elegante portamento rampicante contiene diversi composti tossici i quali possono creare qualche problema per ingestione accidentale.
Alcune droghe le usiamo abitualmente senza saperlo: il caffè ad esempio non è altro che il prodotto della lavorazione dei semi di Coffea arabica, specie che contiene uno stimolante naturale del sistema nervoso centrale: la caffeina!
Molto spesso si rinvengono più sostanze tossiche in una stessa specie e, a volte, queste si accumulano in certi organi della pianta piuttosto che in altri. Tra i composti chimici più velenosi di origine vegetale ricordiamo gli alcaloidi, sostanze azotate responsabili di gravi effetti tossici e i glucosidi, sostanze composte da uno o più zuccheri e da una parte non zuccherina di varia natura. Entrambe queste categorie di composti chimici si caratterizzano sia per i loro effetti tossici sull’uomo e su altri animali sia per le loro applicazioni nel campo farmaceutico; vediamone alcuni esempi. Datura stramonium è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Solanacee, diffusa in varie parti del mondo. La pianta è conosciuta come “erba del diavolo” poiché presenta proprietà narcotiche ed allucinogene che inducono ad uno stato di trance; per questo motivo, in alcuni paesi, lo stramonio viene utilizzato nello sciamanesimo.
Tutte le parti della pianta contengono alcaloidi quali la iosciamina, la atropina e la scopolamina. L’avvelenamento da stramonio può comportare tachicardia, ipertensione, eccitazione psicomotoria, delirio e in rari casi la morte. Lo stramonio viene utilizzato a scopo terapeutico in particolare come rimedio contro l’asma. Altre proprietà associate a questa pianta sono di tipo antimicrobico e antinfiammatorio.
Il tasso, Taxus baccata, una pianta arborea appartenente alla famiglia delle Taxacee, è una gimnosperma distribuita anche in Europa dove viene utilizzata soprattutto nei parchi a scopo ornamentale. Il tasso è talmente velenoso che viene chiamato “albero della morte”! Tutte le parti dell’albero sono velenose, ad eccezione dell’arillo (falso tegumento che avvolge i semi di alcune gimnosperme) e non è un caso: l’albero ha bisogno di un aiuto per disperdere i propri semi e non può avvelenare anche chi si rende indispensabile a questo scopo: gli uccelli! Questi digeriscono la polpa ma non il seme il quale ne esce intatto e viene rilasciato attraverso le feci dell’animale che, volando, lo trasporta a distanze notevoli consentendo alla pianta di allargare i propri orizzonti!
L’alcaloide presente in maggior quantità nel tasso è la taxina, ma sono presenti anche altri alcaloidi tra cui il taxolo: gli studi sulle proprietà antitumorali hanno evidenziato il ruolo di quest’ultimo nella cura del cancro, per questo tale sostanza è entrata nei protocolli internazionali per la chemioterapia di alcune forme di carcinoma. Tuttavia questa pianta può rivelarsi fatale: in caso di ingestione, infatti, la taxina viene assorbita molto velocemente dall’apparato digerente provocando effetti tossici soprattutto a livello cardiovascolare.
L’oleandro, Nerium oleander, pianta cespugliosa o arborescente facente parte della famiglia delle Apocynacee, è una specie sempreverde con bei fiori profumati, per questo molto utilizzata per decorare giardini, parchi ed anche strade. Essa è diffusa nelle regioni mediterranee ed è velenosa in ogni sua parte; le foglie però contengono una maggiore concentrazione di sostanze tossiche: si tratta di glicosidi ad azione cardiotossica che, se ingeriti, danneggiano il muscolo cardiaco. I sintomi da avvelenamento vanno dal vomito all’arresto cardiaco. L’oleandrina, glicoside cardiotonico, viene utilizzata nelle preparazioni per la cura di problemi cardiaci.
Il rischio di venire a contatto con piante velenose è elevato a causa delle numerose specie vegetali tossiche utilizzate a scopo ornamentale. L’ingestione di parti di queste piante è un evento accidentale ma, purtroppo, sono frequenti i casi di avvelenamento di bambini e anche di animali domestici. Tuttavia anche allontanandoci dall’ambiente urbano i rischi non mancano: andando alla ricerca di piante selvatiche potremmo facilmente confonderci. La cicuta, Conium maculatum, famosa per aver ucciso il filosofo Socrate, è una pianta estremamente velenosa in ogni sua parte; appartiene alla famiglia delle Apiacee la quale si caratterizza per le infiorescenze ad ombrelle che sono molto simili tra loro in diverse specie.
La cicuta può essere facilmente confusa con il finocchio per la somiglianza dei frutti, con il prezzemolo per la struttura fogliare simile e con la pastinaca per la presenza di una radice somigliante, con la differenza che pochi grammi di radice di C. maculatum sono in grado di uccidere un uomo! La cicuta emana un cattivo odore ma, purtroppo, non tutti hanno un olfatto ben sviluppato.
maculatum contiene vari alcaloidi che presentano attività tossica molto elevata nei confronti di molti altri animali tra cui ovini, bovini, uccelli e insetti. Insomma la pianta si difende bene! gli alcaloidi presenti nella cicuta agiscono sul sistema nervoso provocando la morte per arresto respiratorio tuttavia, gli stessi composti, sembrerebbero essere indicati per curare vari disturbi tra cui anche quelli di natura neurologica.
Abbiamo riportato solo alcuni esempi significativi di piante pericolose e allo stesso tempo utili, ma vogliamo precisare che il numero di specie potenzialmente velenose è molto elevato, per cui suggeriamo di avvicinarci alle piante sempre con rispetto e consapevolezza, come faremmo di fronte ad animali che non conosciamo.
Sarebbe impossibile provare a descrivere tutte le specie vegetali che l’essere umano ha incontrato e addomesticato nel tempo. Per questa ragione abbiamo scelto di raccontare solo la vita di alcune entità botaniche, non perché abbiano una maggiore importanza rispetto ad altre ma perché, pur trattandosi di specie molto conosciute, nascondono alcune interessanti curiosità.
https://youtu.be/lFeg3RtApoU
Il pomodoro, ovvero Solanum lycopersicum, è una pianta erbacea di origine americana appartenente alla famiglia delle Solanacee; tale famiglia comprende alcune tra le piante più velenose note, tra cui la belladonna (Atropa belladonna).
Quello che noi consumiamo a tavola per condire un bel piatto di pasta o una pizza è il frutto carnoso di S. lycopersicum, contenente numerosi semi, botanicamente definito bacca. Il nome volgare ha a che fare con la colorazione tipica della bacca appena prima della sua completa maturazione, che le conferisce il tipico aspetto di un “pomo d’oro” appunto.
Il genere Solanum dà il nome all’intera famiglia botanica e deriva da “sólor”, cioè consolare, lenire, per le proprietà medicamentose di alcune piante di questo genere; l’epiteto specifico lycopersicum deriva dal greco “lýcos” lupo e dal latino“pérsica malus” pesco; la traduzione “pesco del lupo” è di dubbia interpretazione, probabilmente sono così detti perché si credeva che i frutti venissero mangiati dai lupi o perché mangiati crudi erano ritenuti motivo di gravi accidenti a causa del loro sapore acido. In effetti, quando giunse in Europa nel 1540 introdotto dal conquistador Hernán Cortés durante il suo ritorno in patria, il pomodoro venne subito guardato con grande sospetto, esattamente come i cugini Solanum nigrum e Atropa belladonna, la cui velenosità era già stata saggiata. Dunque inizialmente la pianta venne utilizzata esclusivamente a scopo ornamentale: all’epoca i frutti crescevano poco e mantenevano una colorazione giallo oro assai decorativa. Oggi sappiamo che sono le parti verdi della pianta a contenere la sostanza tossica, la solanina, presente in minime quantità nelle bacche mature che possono essere quindi consumate tranquillamente.
Il pomodoro, oltre ad essere molto saporito, è anche un importante componente della dieta mediterranea grazie ad alcuni nutrienti tra i quali il licopene, un carotenoide dalle proprietà antiossidanti; questo pigmento è necessario all’organismo umano il quale, non essendo in grado di sintetizzarlo autonomamente, deve assumerlo tramite la dieta: oltre l’80% del licopene che si rinviene nel nostro corpo deriva infatti dal consumo di pomodoro o di prodotti da esso derivati!
Le cultivar che entrano nelle nostre cucine appartengono a varie tipologie di pomodoro ognuna con la propria certificazione che ne garantisce l’origine protetta; si tratta di piante selezionate in territori diversi e che presentano caratteristiche tipiche quali forma, colore, dimensione. Pensiamo ad esempio al “pomodoro del piennolo” tipico del territorio vesuviano, il quale cresce su un suolo vulcanico producendo piccole bacche dalla forma tonda con una peculiare punta sporgente in basso. Molto apprezzata nel meridione, questa varietà ha la particolarità di potersi conservare a lungo in ambienti ben areati; il termine “piennolo” si riferisce proprio all’usanza di appendere sul balcone i grappoli di pomodori.
Passando all’ambito delle piante coltivate per le loro fibre naturali, il cotone ci è sicuramente molto familiare: le fibre tessili si ricavano da varie specie del genere Gossypium. Si tratta di una pianta arbustiva conosciuta in India sin dall’antichità e coltivata oggi in moltissimi paesi.
I fiori del cotone sono molto ornamentali e ricordano quelli dell’ibisco; tale somiglianza non è casuale visto che le due specie appartengono entrambe alla famiglia delle Malvacee, una famiglia che comprende piante a noi molto care, come quella del cacao (Theobroma cacao)!
Una volta fecondati, i fiori del cotone si trasformano in frutti i quali sono delle capsule contenenti semi avvolti in una soffice e candida bambagia. Ogni seme è legato ad una struttura piumosa che ha una funzione molto precisa: serve a mantenere in sospensione il seme dopo l’apertura della capsula; in questo modo i semi possono essere trasportati dal vento anche per parecchi chilometri in un avventuroso viaggio a cui diamo il nome di anemocoria, dal greco “ànemos” vento e “corìa” disseminazione. Ciò giova alla pianta, il cui scopo è allontanare la progenie su spazi più ampi alla conquista di nuovi territori dove affermare la presenza della propria specie. L’uomo è intervenuto in questo processo addomesticando alcune piante per poterne utilizzare la fibra naturale e ha trovato il modo di lavorarla per ricavarne tessuti robusti e resistenti che conosciamo molto bene.
La raccolta dei semi viene effettuata circa una settimana dopo la maturazione delle capsule, dopodiché viene praticata la separazione del cotone grezzo, la filaccia, dai semi rendendo la fibra idonea alla cardatura in modo da eliminare le impurità; i semi possono essere ulteriormente sfruttati per estrarne un olio che viene usato nei prodotti alimentari e anche per la cura del corpo.
Nel frattempo le fibre vengono sottoposte ad ulteriori trattamenti quali la filatura, la tessitura e la colorazione: quest’ultima viene fatta oggi in maniera artificiale ma, anticamente, si utilizzavano tinture estratte dalle “piante tintorie”, le quali possiedono nei loro organi particolari pigmenti in grado di tingere non solo i tessuti ma, in alcuni casi, anche pellami e capelli!
Citiamo come esempio la Isatis tinctoria dalle cui foglie si estrae il colore blu. Si tratta di una pianta erbacea di origine asiatica appartenente alla famiglia delle Brassicacee, la stessa che comprende alcune tra le verdure più consumate sulle nostre tavole, come il cavolo e la rucola. La I.tinctoria si è inselvatichita in alcuni territori italiani, ad esempio in Sicilia, dove è stata oggetto di studi relativi alla fitochimica della specie; pur non essendo più utile all’uomo come colorante naturale, questa pianta si è rivelata preziosa per le sue proprietà biologiche: gli studi condotti dall’università di Messina hanno rilevato la presenza di alcune sostanze oggi indagate per le loro proprietà terapeutiche.Sembrerebbe addirittura che la presenza di un particolare composto, la glucobrassicina, abbia proprietà antitumorali.Le piante aiutano l’uomo! Oltre alla bellezza e alla genuina spontaneità che presentano allo stato libero, i vegetali rivelano ulteriori aspetti di grande utilità per l’essere umano: questo particolare forse non è casuale e non deve stupirci, poiché potrebbe essere associato all’ “interesse” stesso che ha la pianta ad utilizzare l’uomo come vettore di dispersione del seme; in pratica, mantenendo vivo l’interesse umano nei loro confronti, le piante si assicurano un ulteriore possibilità di conquista di nuovi territori.A proposito delle virtù curative, è doveroso a questo punto citare il gruppo delle piante medicinali, ossia piante che presentano specifiche proprietà terapeutiche. Nelle prossime lezioni ne parleremo in maniera più approfondita ma vogliamo qui riportare un esempio forse poco noto: Allium sativum, l’aglio! Una pianta che conosciamo sicuramente per le sue virtù alimentari ma che nasconde altri pregi. Si tratta di una specie di origine asiatica appartenente alle Amaryllidacee, una famiglia di piante monocotiledoni (angiosperme aventi un solo cotiledone nel seme) comprendente soprattutto specie bulbose. Sono appunto i bulbi ad essere utilizzati per i nostri condimenti; il bulbo è una particolare struttura che consente alle piante di sopravvivere sottoterra durante la stagione avversa. Essa deriva dalla trasformazione delle gemme fogliari che avvolgono un fusto sotterraneo raccorciato; le foglie sotterranee, chiamate catafilli, aumentano il loro spessore divenendo una importante fonte di riserva di acqua e nutrienti che vengono utilizzati per rigenerare la parte aerea durante la stagione favorevole.
L’aglio, oltre ad insaporire i nostri piatti, possiede benefiche qualità medicinali. Il caratteristico odore pungente tradisce la presenza di composti solforati tra cui l’alliina e l’allicina che conferiscono alla pianta proprietà antibiotiche e antisettiche. Prima della comparsa degli antibiotici, l’aglio veniva usato nel trattamento di vari tipi di infezione tra cui la dissenteria. Tutt’ora viene utilizzato come rimedio casalingo per curare infezioni intestinali causate da alcuni parassiti.
Le piante sono apprezzate esteticamente specialmente per i loro fiori. È nota a tutti la bellezza dei fiori di orchidea. La struttura di questo fiore è molto particolare e, anche non riconoscendone il significato evolutivo si coglie immediatamente la sua particolarità. I fiori di orchidea sono unici in quanto presentano delle strutture modificate ad hoc per potenziare la capacità di richiamo dell’insetto minimizzando il dispendio energetico investito dalla pianta a questo scopo. Sappiamo bene ad esempio che molte piante “sprecano” il loro polline affidandone una quantità extra all’insetto per ricompensarlo del suo lavoro. Oppure viene prodotto appositamente del nettare, sostanza dolce e nutriente molto apprezzata. La struttura fiorale delle orchidee è concepita per rilasciare soltanto la quantità di polline necessaria ai fini della riproduzione, senza sprechi! Inoltre la forma a volte sembra combaciare perfettamente con l’anatomia dell’insetto.
Non è tutto. Alcune specie di orchidea ingannano e plagiano letteralmente l’insetto inducendolo ad avvicinarsi con false promesse: è il caso di alcune specie del genere Ophrys, diffuse sul territorio europeo, i cui fiori somigliano alle femmine di particolari specie di api selvatiche i cui maschi, illudendosi di aver trovato una femmina disponibile, si fiondano sul fiore senza contegno! Questo fatto è davvero incredibile soprattutto considerando che i fiori non solo imitano nella forma e nel colore un’ape ma riescono addirittura ad imitarne la chimica producendo ormoni sessuali del tutto simili a quelli che produce l’ape femmina nel periodo degli amori.
Quando metteremo in casa un vaso con dei bei fiori di orchidea, le guarderemo con occhi diversi…
Essendo il CMV riscontrabile nella saliva, nelle urine e in altri fluidi corporei, l’infezione può essere presente nei bambini senza alcun sintomo apparente, potendosi trasmettere senza impedimenti tra le mura domestiche e nelle comunità scolastiche.
Durante la gravidanza può passare dalla madre al feto al momento del parto o anche pervenire al lattante attraverso l’allattamento al seno, rappresentando cosi un chiaro esempio di trasmissione virale congenita.
La gran parte dei bambini con un’infezione da CMV congenita alla nascita sembra del tutto sana, non mostrando segni o sintomi dell’infezione, tuttavia nei tempi successivi alla nascita, a distanza anche di mesi o di anni possono presentarsi alcuni segni e disturbi particolari, come ad esempio un certo ritardo di sviluppo o, ad esempio un perdita dell’udito o anche un disturbo della vista. Se la madre del bambino ha contratto per la prima volta il CMV durante la gravidanza, il bambino è maggiormente esposto ad avere una serie di possibili disturbi.
Nei soggetti con normali risorse immunitarie non occorre intervenire con terapie antivirali, essendo la malattia spontaneamente regredibile, semplicemente aiutando con antipiretici e soluzioni reidratanti.
Il trattamento dovrà invece riguardare i soggetti con insufficiente risposta immunitaria, con farmaci antivirali e con cominitoraggio degli effetti collaterali delle terapie.
Tra i segni e i sintomi più ricorrenti nei bambini con CMV congenito si riscontrano:
nascita prematura;
condizioni alla nascita di peso insufficiente;
manifestazione itterica (giallo) della pelle e degli occhi;
epatomegalia e disfunzioni epatiche;
eruzioni cutanee o macchie sparse;
polmonite;
splenomegalia;
convulsioni.
Le complicazioni per il bambino possono riguardare conseguenze più rilevanti quali:
ritardo intellettuale e disabilità;
deficit del coordinamento;
perdita dell’udito;
convulsioni.
Non essendo disponibile un vaccino per prevenire l’infezione da citomegalovirus, le uniche risorse per contrastare e per limitare il rischio di contagio sono:
Una assidua igiene personale, soprattutto per i soggetti a rischio.
Lavare e disinfettare le mani dopo aver cambiato i bambini.
Lavare accuratamente le mani dopo essere andati in bagno.
Lavare e disinfettare le mani prima di mangiare, o prima di preparare il cibo.
Limitare eventuali trasfusioni di sangue solo quello proveniente da soggetti controllati come sieronegativi al CMV.
La gran parte delle persone che hanno contratto una infezione da citomegalovirus (CMV) non presenta sintomi.
Quando una donna gravida si contagia con il CMV, l’infezione può essere può essere trasmesso al bambino in grembo.
In questo caso si parla di infezione da CMV congenito, una malattia in grado di provocare difetti alla nascita e altri problemi di salute.
Le donne in gravidanza devono porre attenzione al contagio, potendo a loro volta trasmettere il CMV al nascituro.
Nei casi in cui una donna abbia contratto il citomegalovirus in gravidanza, il virus presente nel sangue può passare attraverso la placenta e raggiungere il bambino che si trova in fase di sviluppo. Le probabilità di trasmissione del CMV al feto sono già molte in caso di prima infezione in gravidanza, ma possono diventare considerevoli nel caso di una successiva infezione nel periodo di gravidanza.
Non sempre vengono praticati testi di laboratorio per la ricerca del CMV durante la gravidanza, ma d’altra parte non è prevedibile un momento specifico della eventuale trasmissione del virus da mamma a bambino, ragione per la quale non vengono regolarmente espletati test per la ricerca del CMV.
Dunque, affidarsi almeno alla prevenzione per ridurre il rischio di infezione riducendo il contatto con la saliva e l’urina di neonati e bambini, che presentano elevate concentrazioni del virus.
Evitare quindi il passaggio di cibi da bocca a bocca tra bambini evitando la condivisione di cibi e stoviglie, ed usare norme igieniche regolari per evitare il contagio.
E’ consigliabile alle donne che intendono avere bambini di praticare un test di laboratorio per la ricerca del CMV prima che avvenga il concepimento, poiché se il test rivela un dosaggio delle IG negativo, questo indica che il virus non è presente nel sangue.
Ad avvenuto concepimento e durante la gravidanza la gestante dovrà solo attenersi alle regole di prevenzione del virus durante i mesi della gravidanza.
Per prevenire le infezioni da CMV sono efficaci la prevenzione usuale delle malattie e la profilassi, quindi il monitorare il paziente durante la somministrazione di farmaci antivirali per verificare la risposta dell’infezione da CVM, mentre per il paziente trapiantato con organi o cellule già infettati da CMV, è considerevole il rischio di malattia.
Inizialmente possono bastare degli esami routinari come un emocromo completo con formula, un quadro elettroforetico delle proteine, e due esami utili a verificare i livelli dell’infiammazione come PCR e VES.
A questi si possono far seguire altri esami più specifici come il titolo antistreptolisinico e l’esame del Lattato Deidrogenasi (LDH), esami utili per una diagnosi più precisa di malattie come la mononucleosi o l’infezione da citomegalovirus (CMV).
Se è presente il mal di gola come sintomo si può consigliare di praticare anche un tampone della faringe per assicurarsi che non sia presente un batterio resistente al trattamento antibiotico.
A livello di trattamento è consigliabile stare a riposo totale per qualche giorno, evitando lavori o fatiche, per recuperare le energie, nel frattempo che si ricevono i risultati degli esami praticati.
E’ anche consigliabile affiancare al riposo ristoratore anche una dieta leggera basata su una colazione più abbondante al mattino ed una cena leggera alla sera. Anche la scelta degli alimenti può avere la sua importanza, privilegiando alimenti come la frutta e la verdura e bilanciando i carboidrati.
Può andar bene affiancare alla dieta l’assunzione di integratori alimentari dei minerali essenziali per una migliore risposta immunitaria.
Dopo una infezione da CMV sarà bene osservare un periodo di convalescenza un pò più lungo, di almeno un paio di settimane, considerando che l’infezione da CMV risulterà negativa dopo un trattamento con antivirali ed un periodo di circa 6-8 settimane.
Rispetto ai fantasiosi abiti indossati dalle piante per meglio adattarsi agli ambienti naturali, quelli imposti dall’uomo riflettono l’esigenza da parte di quest’ultimo di assecondare i propri desideri.Ciò che appare stupendo ai nostri occhi può risultare vano, se non addirittura controproducente “agli occhi” di una pianta! In natura non occorre essere belli, è utile invece sapersi adattare.
https://www.youtube.com/watch?v=WJG5dBLe6qI
Chi non ha apprezzato almeno una volta nella vita le meravigliose rose dai variegati colori e dai dolci profumi! Bene, sappiate che la rosa selezionata dalla natura e non dall’uomo è molto diversa ma non meno bella! La rosa selvatica ha soltanto cinque petali ma ha numerosi stami, le strutture riproduttive maschili del fiore, ricche di polline. Un bel giorno, a seguito di una mutazione casuale, nacque una pianta di rose i cui fiori presentavano meno stami ma un numero superiore di petali; questa caratteristica fu molto apprezzata dal punto di vista estetico e così l’uomo decise di coltivare e far riprodurre, per via vegetativa, la pianta di rose dai fiori più belli.
Oggi esistono moltissimi tipi di rose selezionate artificialmente. Più petali hanno più sono belle, peccato che in natura non riuscirebbero a riprodursi! Nelle angiosperme i fiori, che rappresentano gli organi sessuali, mostrano caratteristiche quali profumo, colore e simmetria funzionali alla riproduzione, in modo da favorire la dispersione del polline attraverso varie modalità, le più ricorrenti delle quali sono l’anemogamia, in cui il vento fa in modo che il polline raggiunga fiori della stessa specie, o l’entomogamia, che utilizza l’insetto come vettore per l’impollinazione.
È interessante notare che, pur esistendo già coleotteri che provvedevano all’impollinazione di alcune gimnosperme, la comparsa dei principali insetti impollinatori (imenotteri, lepidotteri e ditteri) coincise con quella delle piante a fiore in piena era Mesozoica; di lì in poi, impollinatori e fiori intrapresero un processo coevolutivo che continua ancora oggi.
Esistono alcuni insetti, quali le mosche, che accorrono numerose all’irresistibile richiamo di specie i cui fiori emanano odori per loro inebrianti, ma invece molto sgradevoli per il nostro naso! Alla pianta poco interessa di essere attraente per l’uomo, e a questo punto possiamo essere certi che ciò che noi desideriamo non corrisponde alle esigenze delle specie vegetali naturali. È anche vero però che siamo in grado di “creare” varietà vegetali utili ai nostri scopi, ed è proprio grazie a questa abilità che oggi abbiamo a disposizione una gran quantità di specie che utilizziamo non solo a scopo ornamentale, come nel già citato caso della rosa; pensiamo, per esempio, all’importanza di alcune piante nell’alimentazione, oppure al fatto che i tessuti di molti indumenti che indossiamo (cotone, lino…) sono il risultato della capacità dell’uomo di coltivare piante utili e di lavorarne le fibre tessili.
Le esigenze dell’essere umano e della natura, spesso in antitesi, hanno modellato il paesaggio vegetale creando zone molto differenziate tra loro, a volte anche a stretto contatto: se facciamo una passeggiata in un campo coltivato ai margini di un bosco, ci accorgiamo immediatamente della differenza tra l’ordinata monotonia dei filari agricoli e gli spontanei grovigli eterogenei degli organismi vegetali che occupano ogni spazio libero, dove le esili piante erbacee, gli arbusti e i grandi alberi convivono in una grande e armoniosa varietà di forme botaniche. Ovvio è che ammirando un giardino fiorito e ben curato non possiamo non subirne il fascino, ma dobbiamo considerare come esso sia costituito da specie che sono coltivate a scopo ornamentale da lungo tempo, e sono quindi adattate alle condizioni artificiali, e spesso totalmente snaturate rispetto al loro contesto originario.
Molte tra le specie che vediamo crescere nei nostri parchi e giardini, provengono da altri paesi e, anche se ben acclimatate, di certo non rappresentano la vegetazione tipica, magari meno appariscente ma più caratteristica rispetto a quella esotica. Bisogna precisare a questo proposito, che molte specie introdotte sono diventate invasive, cioè hanno occupato il territorio dove un tempo crescevano spontanee le specie autoctone (specie originatesi ed evolutesi nel nostro territorio).
Anche le piante coltivate a scopo alimentare hanno subìto una lenta trasformazione: molti tra i frutti che consumiamo, allo stato selvatico crescerebbero con dimensioni minori. Le piante non hanno interesse a produrre frutti troppo grossi e pesanti; la cosa importante è che siano pieni di semi utili per portare avanti i propri geni! L’interesse di ogni organismo vivente è di perpetuare la propria specie; per questo il frutto di una pianta deve, semmai, essere ben visibile quando maturo, come le piccole bacche che divenute rosse a maturità attirano i ghiotti uccelli che ne facilitano la disseminazione.Se lasciate crescere spontaneamente, le piante seguirebbero solo “il loro istinto”: fiorirebbero quando il periodo è giusto, quando ad esempio sono presenti gli impollinatori, produrrebbero frutti quando la temperatura e l’umidità sono tali da consentirne la maturazione, nei tempi necessari, senza fretta; i rami degli alberi si allungherebbero nella direzione da loro preferita, quella che espone meglio le foglie alla luce del sole; a terra si accumulerebbe un meraviglioso tappeto multicolore di foglie delle specie stagionali; nuove piantine crescerebbero solo dove le condizioni ambientali lo consentano e, naturalmente, verrebbero selezionate quelle più adatte, in grado di lottare per gli spazi e per le risorse disponibili.Le più fortunate si troverebbero nel posto giusto al momento giusto e coi i geni giusti, e crescerebbero vigorose fino a divenire mature per la riproduzione. In alcuni luoghi della Terra, purtroppo sempre più esigui, tutto ciò accade ancora. Dovremmo lasciare più spazio alla natura per seguire il proprio corso e, allo stesso tempo continuare ad utilizzare i “nostri” spazi per operare la voluta selezione ma con un po’ più di attenzione, ricordando che il nostro controllo sulla natura è soltanto temporaneo.
L’apnea ostruttiva notturna è una malattia cronica spesso non diagnosticata per tempo rispetto alle evidenze dei sintomi, con possibili e gravi ricadute in altre patologie come l’ipossiemia intermittente, alterazioni della pressione arteriosa, rischi di insufficienza respiratoria e cardiovascolare, alterazione dei cicli veglia-sonno con stanchezza e sonnolenza diurna.
Ci sono ormai molte prove evidenti che dimostrano che la mancanza di sonno notturno, i continui risvegli, la cattiva respirazione possono esporre le persone a seri rischi di incidenti ed infortuni, sia sulla strada che sul lavoro.
In Italia è stato dimostrato da studi specifici che una percentuale significativa di oltre il 20% degli incidenti su strade ed autostrade sono causati da sonnolenza diurna eccessiva, il più delle volte causata dalle apnee ostruttive notturne , e con una ricaduta di spesa socio-sanitaria di circa un miliardo di euro. Va anche considerato quanto questo tipo di patologia e le conseguenze che ne possano derivare per incidenti ed infortuni siano sottostimate a livello diagnostico e medico, ed anche vanno considerate le difficoltà a livello di raccolta delle prove sui luoghi degli incidenti, dove indagini più accurate richiederebbero più tempo e maggiori costi di conduzione.
Non è molto dissimile la situazione che si può ritrovare quando la sonnolenza eccessiva, la stanchezza e l’insufficiente attenzione provocate dalle AONpossono causare anche nel mondo del lavoro. Quei lavoratori che soffrono di questa patologia possono commettere errori per mancata percezione o attenzione, spesso nel manovrare apparecchiature, o in prossimità di strutture industriali ad alto rischio.
Chi soffre di sonnolenza ha probabilità maggiori di commettere un errore per un colpo di sonno. Questo lascia intendere quanto le apnee devono essere diagnosticate, trattate e monitorate per una giusta prevenzione degli incidenti e degli infortuni, e di quanto la problematica debba essere affrontata non solo a livello medico ma anche sociale e lavorativo.
La privazione del sonno, oltre ad alterare la qualità di vita delle persona che ne soffre, è particolarmente pericolosa sulle strade e sul lavoro in quanto i livelli di percezione della persona deprivata.
La prontezza velocità dei riflessi richiesta per operazioni di controllo può venire meno anche per un tempo breve, ma determinante per la sicurezza propria e degli altri.
La sonnolenza, la mancanza di energia, la difficoltà del pensiero e dell’attenzione possono essere notevoli fattori di rischio per la sicurezza.
Se si pensa a figure di lavoratori come autisti, piloti, controllori di volo, medici, si può comprendere quanto sia necessario poter operare in piena lucidità e capacità psicofisiche.
Le statistiche, già nel tracciare i rischi presenti nei lavori notturni rispetto a quelli diurni, hanno dimostrato quanto i livelli di rischio crescano nelle ore notturne, pur prescindendo dalla presenza di patologie specifiche dei lavoratori.
Oltre agli incidenti sul lavoro che causano lesioni o morte, possono sorgere una serie di altri problemi sul posto di lavoro a causa della privazione del sonno.
Oltre alla privazione del sonno ed ai rischi conseguenti, vi sono effetti come l’alterazione dell’umore, l’irritabilità, le reazioni ansiose, disturbi aggiuntivi che in un ambiente lavorativo non favoriscono equilibrio e buona comunicazione tra i lavoratori, con un risultato produttivo insufficiente e prestazioni di scarsa qualità.
Vi sono dei fattori che possono incidere sull’aumento del rischio di apnea notturna, ma vanno tenute d’occhio le complicazioni, cercando di adottare alcune regole comportamentali che possono aiutare nella prevenzione.
Tra i fattori di rischio, ad esempio:
Peso in eccesso. L’obesità aumenta notevolmente il rischio di apnee notturne. I depositi di grasso localizzati attorno alle vie respiratorie superiori, gola naso e bocca potrebbero ostruire possono la corretta funzione respiratoria.
Circonferenza del collo. Le persone con un collo più doppio o con maggiore diffusione del grasso potrebbero avere maggiori difficoltà respiratorie con vie aeree più limitate.
Conformazione anatomica della gola più stretta, anche per la presenza di tonsille e adenoidi particolarmente ostruttive.
Essere maschio e in sovrappeso, dal momento che l’incidenza delle AON è maggiore nel sesso maschile e più significativa in caso di accumulo di grasso corporeo.
Essere più anziani è un fattore che espone maggiormente alle AON.
Storia di famiglia. Altro fattore rischio se le apnee sono già presenti nella storia medica dei propri familiari, costituisce certamente una possibile predisposizione.
Consumo di alcol, l’uso di farmaci sedativi o miorilassanti, che causano un eccessivo rilassamento della muscolatura della gola facendo peggiorare l’apnea ostruttiva del sonno.
Abitudine al Fumo. Il fumo produce calore ed aumenta l’infiammazione della gola e delle vie aeree superiori, causando anche una ritenzione idrica.
Congestione nasale. Un naso ostruito da muco o colpito da problemi di allergia non favorisce la respirazione e costringe a utilizzare la bocca e al disturbo da apnee.
Condizioni cliniche come, pregresse malattie come malattie respiratorie croniche, l’asma, l’ictus, Insufficienza cardiaca, ipertensione, diabete di tipo 2 o malattia di Parkinson, i disturbi ormonali sono possibili fattori di rischio per le apneee notturne.
Complicazioni:
Essendo l’apnea notturna una patologia medica con condizioni gravi per la qualità di vita del paziente, va prestata attenzione alle possibili complicazioni, tra le quali:
Stanchezza diurna accompagnata da sonnolenza nelle ore della giornata, talvolta spossatezza e irritabilità, che sottintendono un rischio costante di incidenti stradali o di infortuni sul lavoro.
Umore depresso, atteggiamento irascibile.
Ipertensione o problemi cardiaci.
Aritmie e fibrillazione atriale.
Morte improvvisa per ipossiemia.
Diabete di tipo 2, aumento della resistenza all’insulina.
Sindrome metabolica, con ipertensione, livelli elevati di colesterolo, glicemia alta e grasso viscerale.
Complicazioni con farmaci e interventi chirurgici. Le apnee istruttive del sonno sono un problema quando si rende necessaria un’anestesia o quando vengono somministratiti dei sedativi. Prima di un intervento chirurgico va sempre informato il medico della presenza di questa patologia.
Problemi al fegato. Le persone affette da apnea notturna lamentano test di funzionalità epatica alterati e spesso anche il “fegato grasso”.
Il forte russamento danneggia il riposo anche di chi è accanto alla persona che russa, privando anch’essa di un sonno regolare e ristoratore.
I pazienti devono limitare le posizioni del corpo durante il sonno, tenendo conto che la posizione supina è quella che maggiormente favorisce il russamento.
Prevenzione:
Per i casi più lievi di apnea ostruttiva del sonno, si possono adottare alcune misure preventive:
Perdita di peso.
Una regolare attività fisica.
Moderare o, meglio, evitare il consumo di alcolici.
Evitare il fumo.
Evitare l’assunzione di farmaci antiallergici, ed utilizzare un decongestionante nasale.
Le persone che soffrono di apnee notturne cercano delle possibili soluzioni, logorate dalle conseguenze che ne derivano che vanno ad incidere in modo significativo sulla qualità della loro vita.
Tanti vivono la giornata da esausti e arrivano a sera sapendo di non aver potuto dedicarsi ai fatti importanti a causa della spossatezza, conseguente ai continui risvegli notturni.
Cala l’attenzione, e in qualche modo calano i livelli generali di vitalità, e tra questi a farne le spese è anche la sfera sessuale per tutte le possibili disfunzioni che ne derivano.
L’effetto più evidente causato dalle apnee è quello di un brusco calo del desiderio sessuale, distrutto dalla sonnolenza diurna e dalla forte stanchezza serale. Uomini e donne che che soffrono di apnee notturne vedono gradualmente peggiorare la propria vita sessuale.
Gli uomini possono andare incontro a problemi di prestazione come disfunzione erettile e le donne ad assenza di libido.
Nella coppia nella quale uno dei due partner soffre di apnee notturne è molto frequente che si stabilisca un clima di tensione per i continui risvegli e per le conseguenze che ne derivano in termini di nervosismo e stress, fattori questi ultimi che possono influenzare in modo sostanziale alla comunicazione di coppia e le sfera sessuale.
Una condizione di sonno regolarmente interrotto, la conseguente diminuzione dei livelli di testosterone, una continua stanchezza, il malumore e lo stress causato dai risvegli notturni non favoriscono le condizioni per l’intimità e per un approccio sessuale.
Alcune coppie, esasperate dal problema finiscono per dormire in camere da letto separate, ulteriore fattore che non favorisce l’incontro sessuale.
Il recupero di una regolare funzionalità sessuale può avvenire soltanto se si riesce ad eliminare del tutto o almeno a rendere meno frequenti le apnee notturne.
Ma quali le possibili soluzioni per liberarsi dalle apnee notturne o almeno per ridurne i danni in termini di entità dei sintomi e frequenza del disturbo.
Dispositivo CPAP
Quando le apnee istruttive notturne sono molte e continue e il paziente è stremato dal disturbo si può ricorrere all’uso di una apparecchiatura medica denominata CPAP, che ha la funzione di erogare aria sotto pressione che viene inviata alla gola allo scopo di mantenere aperto il passaggio, evitando le continue ostruzioni responsabili delle apnee.
Questo dispositivo è dotato di una maschera respiratoria collegata a un tubo. Per poter funzionare correttamente, va assicurato alla testa con alcune cinture avvolgenti, che possono risultare fastidiose o scomode per alcuni pazienti, tanto da rappresentare anche’ esso un impedimento al sonno.
Uno stile di vita adatto
Molto si può ottenere come risultati contro le apnee modificando adeguatamente le proprie abitudini di vita, seguendo alcune linee comportamentali basilari.
Bisogna sapere che va evitato assolutamente il fumo, poiché provoca un rilassamento muscolare alla gola che poi andrà ad ostruire il passaggio dell’aria.
L’obesità è solitamente il fattore più responsabile del russamento e delle apnee notturne. Una graduale perdita del peso in eccesso migliora la condizione del rilassamento muscolare per via della diminuzione di adipe presente attorno alle vie aeree. Un sonno favorito da un respiro regolare assicura un sano riposo ed pieno recupero delle energie.
Tonsillectomia
E’ noto che in certi casi delle tonsille aumentate di volume o ipertrofiche possono essere di ostruzione al respiro durante il sonno e provocare delle apnee notturne. Intervenire chirurgicamente per rimuoverle può risultare risolutivo in modo totale o almeno parziale, migliorando la respirazione e diminuendo la frequenza delle apnee.
La vita delle piante è una ricetta complessa possibile grazie a semplici ingredienti – anidride carbonica presente nell’aria, sali minerali del suolo, acqua quanto basta, energia luminosa proveniente dal sole per attivare la clorofilla – e all’influenza di alcuni fattori ambientali – temperatura, luminosità ed umidità – che ne condizionano lo svolgimento.
https://www.youtube.com/watch?v=NYsPpDH691A
La vita di una pianta inizia quando il seme raggiunge il suolo, lì dove il vento o un altro vettore lo abbandona; grava su di lui un fatale destino: il terreno dove germinerà sarà ricco e fertile? La luce, il calore, l’acqua vi si troveranno in rapporto favorevole alla vita? D’ora in poi non potrà più viaggiare. Le piante infatti non si spostano, a differenza degli animali che possono trasferirsi da un ambiente poco favorevole verso uno più adatto alle proprie esigenze. È per questo motivo che i vegetali hanno dovuto elaborare strategie diverse per nutrirsi, difendersi, riprodursi!
La variabilità di fattori come temperatura, umidità, luce e presenza di nutrienti si traduce in situazioni ambientali che richiedono determinati adattamenti, per cui abbiamo, per esempio, specie vegetali in grado di “arrangiarsi” in ambienti caldi e secchi, come le succulente, conservando riserve idriche in speciali tessuti; invece, negli ambienti umidi vivono felicemente le specieigrofile, le quali non risentono dei ristagni in prossimità degli specchi d’acqua; lì dove il terreno non fornisce un’adeguata concentrazione di composti azotati, riescono a sopravvivere le piante che sono in grado di compensare tale mancanza catturando insetti vivi, fonte accessoria di nutrienti; sono queste le piante che amiamo definire carnivore; relativamente alla luminosità, le specie eliofilegradiscono la luce piena, mentre quelle sciafile preferiscono la luce filtrata del sottobosco.
Qualunque sia il contesto ambientale, la nutrizione avviene principalmente a carico delle foglie e dei loro organuli fotosintetici, i cloroplasti. In questi microscopici laboratori biochimici avviene il mirabile processo conosciuto come fotosintesi: le sostanze minerali, assorbite in soluzione acquosa attraverso l’apparato radicale, e l’anidride carbonica dell’aria vengono trasformate in materia organica grazie alla clorofilla, il pigmento fotosintetico più abbondante, ma non l’unico, nel mondo vegetale; è proprio questo pigmento naturale ad essere il componente fondamentale del complesso sistema che rende gli organismi fotosintetici autonomi dal punto di vista della nutrizione; a questa capacità si dà il nome di autotrofia.
L’energia per avviare tali processi vitali viene fornita dal sole e convertita in energia chimica sotto forma di molecole organiche, quali ad esempio il glucosio e l’amido, rispettivamente uno zucchero semplice e un carboidrato complesso.
Ricordiamo che una molecola è costituita da legami chimici tra gli atomi e che ogni legame contiene energia; quindi in pratica una molecola è un “magazzino” di energia, e più grande sarà il composto sintetizzato, maggiore sarà l’energia immagazzinata. Da notare che come “prodotto di scarto” di questo complesso di reazioni le piante rilasciano ossigeno nell’ambiente.
Grazie alla produzione degli zuccheri, la fotosintesi rende possibile la vita non solo delle piante: poiché queste sono alla base della piramide alimentare, vanno a costituire esse stesse la fonte di nutrimento per gli organismi eterotrofi, cioè quelli che dipendono per il loro nutrimento da altri organismi viventi, siano essi vegetali o animali, non essendo in grado di trasformare le sostanze inorganiche in composti organici. Il glucosio, oltre che a scopo nutritivo ed energetico, sarebbe secondo alcuni studi, necessario per inviare segnali ai geni coinvolti nello sviluppo cellulare e nella crescita. Per mantenere in piedi questo laboratorio, è necessario che siano sempre disponibili i composti che le piante reperiscono direttamente dall’aria che le circonda, l’anidride carbonica, e dal terreno in cui affondano tenacemente le loro radici, l’acqua e i sali minerali, impiegati questi ultimi sia a livello strutturale sia in alcune funzioni metaboliche.
Il trasporto della linfa avviene grazie a tessuti altamente specializzati chiamati xilema e floema; essi sono strutturati in modo da costituire dei veri e propri vasi conduttori, formati da cellule che nel caso dello xilema sono morte, svuotate per meglio adempiere al compito del trasporto dal basso verso l’alto della linfa grezza, ossia la soluzione di acqua e sali minerali. Per consentire questo trasporto contro gravità, entrano in gioco alcuni fenomeni fisici indispensabili: l’osmosi, che consente il passaggio dell’acqua dal terreno attraverso i peli radicali, la risalita per capillarità, possibile grazie al diametro infinitesimale dei vasi xilematici, e il “richiamo” che si genera per la variazione di pressione conseguente alla evaporazione dell’acqua dagli stomi (i piccolissimi fori che si trovano per lo più al di sotto delle foglie).
La linfa elaborata, ossia quella sostanza acquosa ricca di zuccheri prodotti con la fotosintesi, viene poi trasportata attraverso il floema dalle foglie verso gli altri organi della pianta.Il trasporto della linfa viene condizionato dall’umidità atmosferica, che è determinante nell’assorbimento dell’acqua dal suolo; questo assorbimento rallenta fino ad arrestarsi quando l’aria è carica di umidità, interrompendo l’evaporazione attraverso le foglie. Al contrario, un’aria molto secca “richiama” acqua dalle piante, facendo aumentare l’evaporazione attraverso gli stomi e di conseguenza la risalita di acqua dal terreno. Per evitare, per quanto possibile, gli “stress idrici”, le piante possono regolare l’apertura e la chiusura degli stomi.
Oltre ai principali processi vitali descritti, le piante presentano affascinanti modalità di riproduzione, curiose strategie di difesa e “comportamenti” peculiari grazie ai quali riescono a stringere “amicizie” più o meno durature con altri esseri viventi. Ne parleremo nelle lezioni successive.
L’infezione da candidiasi vaginale è un’infezione fungina che causa irritazione, secrezione e prurito intenso della vagina e della vulva, è anche chiamata candidosi vaginale e solitamente ogni donna ne è stata colpita almeno un paio di volte nel corso della vita.
Un’infezione da lieviti vaginali non rientra nelle malattie sessualmente trasmesse, ma sussiste il rischio di infezione da candidosi in occasione di una prima volta come rapporto sessuale, con la possibilità che l’infezione possa localizzarsi alla bocca o ai genitali, per effetto del tipo di rapporto sessuale.
Solitamente questo tipo di infezione è efficacemente trattabile con farmaci che debellano i lieviti funginei. Nei casi di infezioni ricorrenti o refrattari al trattamento vanno somministrati cicli terapeutici più lunghi.
Sintomi
I sintomi della candidosi vaginale possono presentarsi più o meno intensi:
prurito e irritazione di vagina e vulva.
Fastidio e bruciore in occasione di rapporti sessuali, o nell’urinare.
rossore e gonfiore della vulva.
dolore e indolenzimento vaginale.
eruzione vaginale.
perdite vaginali spesse, bianche, prive di odori.
Si può manifestare una complicata infezione da lievito nei seguenti casi:
se si lamentano segni e sintomi gravi, come arrossamento, gonfiore e prurito estesi, talvolta con irritazione o piaghe.
se l’infezione è ricorrente, ad esempio 3-4 volte in un anno.
Se si è in stato di gravidanza.
Se si soffre di diabete, non controllato.
Se si è in una condizione immunodeficitaria.
Sintomi
La sintomatologia dell’infezione può variare da lieve a moderata se sono presenti elementi come:
prurito e irritazione nella vagina e nella vulva.
Una sensazione di bruciore, soprattutto in occasione di rapporti.
Arrossamento e gonfiore della vulva.
Dolore e indolenzimento vaginale.
Diagnosi
Formulare la diagnosi di un’infezione da lievito per il medico passa attraverso alcune fasi:
raccolta informazioni e dati sulla storia medica della paziente, su infezioni vaginali pregresse o infezioni a trasmissione sessuale.
Espletamento di un esame pelvico, un esame obiettivo dei genitali esterni per osservare eventuali segni di infezione.
Indagine intravaginale e della cervice, osservazione dell’utero.
Testare le secrezioni vaginali, prelevando un campione di liquido vaginale per la ricerca del tipo di fungo responsabile dell’infezione, al fine di poter individuare il trattamento più efficace.
Trattamento
Il trattamento per le infezioni da lieviti dipende dalla gravità e dalla frequenza delle infezioni.
Somministrazione per una settimana di farmaci antifungini, vi sono sia farmaci da banco che da prescrizione, sotto forma di compresse, creme.
Per i casi pù gravi può essere efficace un farmaco monodose per via orale a base di fluconazolo, non assumibile in caso di stato di gravidanza della paziente.
In luoghi come le piscine leinfezioni funginesono molto frequenti per via del notevole affollamento di persone in acqua, ma anche per certe condizioni favorevoli come i livelli più elevati di umidità e di temperature.
In breve anche se ci si va per fare dello sport o per ricreazione va preso in considerazione il rischio di infezioni come le otiti, le infezioni dell’occhio, le micosi della pelle o anche le verruche.
Le otiti
Le diverse tipologie di otite hanno cause, modalità di insorgenza e sintomi differenti, ma in nessun caso devono essere trascurate.
Una infiammazione dell’orecchio esterno è dolorosa, può essere causata da una infezione.
Si manifesta tipicamente soprattutto nel periodo estivo a seguito delle continue immersioni in mare o in in piscina, che talvolta possono provocare l’attecchimento da parte di microrganismi nel condotto uditivo. Se l’orecchio duole, anche subendo i riflessi della masticazione, vuol dire che c’è una infezione e che vanno interrotte le immersioni in acqua e va fatto un trattamento antibiotico, generalmente risolutivo.
Le infezioni dell’occhio
Le infezioni oculari più comuni, frequentemente presenti in acqua sono l’orzaiolo, la congiuntivite, o quella che colpisce le papebre.
La congiuntivite può essere di varia natura, virale, batterica, allergica; è importante una corretta diagnosi per una cura efficace.
Le infezioni della pelle dovute a funghi patogeni, microrganismi in grado di albergare nelle piante, negli animali ed anche nell’uomo, dai quali attingono le sostanze vitali necessarie alla loro sopravvivenza.
Essi, a secondo della tipologia cui appartengono, attecchiscono sulla cute nutrendosi della cheratina prodotta dalla pelle, ma anche dalla peluria e dai capelli, oppure possono preferire aree diverse della cute o delle mucose, trovando come fattore di favore l’umidità della pelle o gli anfratti più nascosti come gli spazi tra le dita dei piedi o le piegature degli arti.
Fattori predisponenti le infezioni fungine possono essere le terapie protratte di antibiotici, il diabete mellito, l’uso eccessivo di detergenti cutanei, o di farmaci che diminuiscono le difese immunitarie.
Le micosi cutanee
Le micosi vanno trattate tempestivamente per evitare che si propaghino ad altre parti del corpo o che passino da persona a persona.
Le infezioni fungine sono particolarmente presenti in piscine, palestre, spogliatoi, docce, saune, spa, per cui occorre prestare attenzione ad evitare di sedersi su superfici potenzialmente esposte o di camminare a piedi nudi in ambienti particolarmente a rischio.
Se le verruche non sono curate, possono passare da una sede all’altra nella stessa persona (autocontagio). Esistono vari tipi di verruche in base all’aspetto e alla localizzazione:
le verruche comuni si diffondono per contatto diretto, sono localizzate alle dita delle mani o dei piedi.
Le verruche localizzate alla pianta dei piedi sono pù facilmente trasmettibili, causano dolore nel camminare e possono prendere l’aspetto di calli più appiattiti.
Conosciuto anche come mughetto orale, questa patologia è considerata un problema minore, poco significativo, che può risolversi
spontaneamente. Quando il problema è più esteso e articolato si ha la candidiasi orale, che comporta dei fattori di rischio e delle complicanze allorché la patologia si sia manifestata con i suoi segni e la sua sintomatologia, ma vi sono tuttavia delle misure preventive che si possono adottare per evitare che essa si presenti.
Fattori di rischio e complicanze
Se non viene intrapreso un trattamento appropriato, questa patologia può trasformarsi in una condizione cronica che può causare disagio e anoressia. Raramente, l’infezione orofaringea porta a candidosi sistemica.
I fattori di rischio comprendono:
ridotta funzionalità delle ghiandole salivari.
La somministrazione di farmaci (alcuni farmaci possono favorire la candidosi).
L’uso di protesi dentarie.
Una dieta ricca di carboidrati.
Abitudini come il fumo.
Patologie come siabete, sindrome di Cushing, tumori maligni, ridotte difese immunitarie.
La candidiasi orale, quando non trattata può far luogo a infezioni da candida sistemiche più gravi, con diffusione all’esofago o ad altre parti del corpo, soprattutto in caso di diminuite difese immunitarie.
Prevenzione
Vi sono alcune misure e comportamenti che possono aiutare a ridurre il rischio di sviluppare infezioni da candida:
fare degli sciacqui alla bocca, soprattutto dopo aver utilizzato un inalatore di farmaci come i corticosteroidi.
Un’adeguata ed assidua igiene dentaria con lavaggi ed uso del filo interdentale per rimuovere residui di cibo.
Togliere eventuali protesi dentarie mobili durante le ore notturne , ponendo attenzione che siano sempre ben calzanti e che non creino irritazioni all’interno della bocca.
Evitare alimenti zuccherini che possono favori lo sviluppo della candida.
Tenere sempre sotto controllo la glicemia. Anche la saliva può divenire più zuccherina predisponendo la bocca alla crescita della candida.
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