Tutto l’anno, ma più che mai in estate, avere la pancia gonfia con il vago senso di disagio che l’accompagna può essere molto fastidioso e impedire di godere pienamente di pranzi e cene con gli amici, vita da spiaggia e serate romantiche. Un modo per rimediare, però, c’è: anzi, molti. Ecco alcuni consigli sui principali aspetti da considerare, sui cibi da preferire e da evitare e su quando/come assumerli per ridurre la sensazione di pesantezza che può presentarsi o accentuarsi in vari momenti della giornata. Con una raccomandazione: se il problema è significativo, di nuova insorgenza e/o associato ad altri sintomi (crampi, stipsi/diarrea, feci di colore o consistenza inusuali, bruciore intestinale, notevole flatulenza ecc.) meglio chiedere anche l’opinione del medico.
Mese: Luglio 2019
Quando il lavoro toglie il fiato
Quando si parla di sicurezza sui luoghi di lavoro si è portati a pensare soprattutto agli incidenti che possono verificarsi mentre si utilizzano macchinari e attrezzi, mentre si è alla guida di autoveicoli, per contatto accidentale con sostanze irritanti/corrosive o comunque in grado di determinare danni immediati ed evidenti all’organismo, oppure a traumi e cadute.
L’attenzione dedicata alla qualità dell’aria respirata in fabbriche, cantieri o aree caratterizzate da un elevato inquinamento atmosferico, chimico o da combustione di idrocarburi o altri materiali, tende invece a essere molto bassa, nonostante siano ben noti gli effetti lesivi sull’apparato respiratorio di molti gas, fumi e polveri più o meno fini.
A sottolineare l’importanza di aumentare le cautele e le misure di protezione da sostanze tossiche atmosferiche per le persone impiegate in realtà lavorative a rischio sono le due principali società scientifiche internazionali che si occupano di medicina respiratoria: l’European Respiratory Society (ERS) e l’American Thoracic Society (ATS).
Effettuando un’estesa revisione dei principali studi sull’argomento pubblicati in letteratura, gli esperti ERS/ATS hanno riscontrato che chi lavora (e respira) in luoghi a rischio ha una probabilità decisamente elevata di sviluppare numerose malattie respiratorie croniche, caratterizzate da un elevato impatto sulla salute, sulla produttività e sulla spesa sanitaria che i Paesi devono sostenere per offrire cure e assistenza appropriate.
Anche senza considerare le neoplasie dell’apparato respiratorio (che non erano oggetto della ricerca), le ripercussioni sociosanitarie appaiono enormi, anche in termini di invalidità e mortalità associate.
In particolare, le patologie respiratorie croniche più frequenti promosse dall’esposizione lavorativa sono la sarcoidosi e altre malattie granulomatose (30%); la proteinosi alveolare (29%), la fibrosi polmonare idiopatica (26%), la polmonite da ipersensibilità (19%), l’asma (16%), la broncopneumopatia cronica ostruttiva – BPCO (14%), la bronchite cronica (13%), la polmonite acquisita in comunità in età lavorativa (10%) e la tubercolosi (2,3% nei lavoratori esposti alla silice; 1% tra chi lavora in ambito sanitario).
In molti casi, si tratta di patologie che causano danni/disfunzioni non reversibili, a evoluzione progressiva e tendenzialmente invalidanti, nonché spesso prive di soluzioni terapeutiche adeguate e tali da ridurre non soltanto la qualità di vita in modo sostanziale, ma anche la sua durata.
A fronte di questi esiti, gli esperti ERS/ATS raccomandano una tempestiva adozione di misure adeguate per ridurre la produzione di composti volatili a rischio sui luoghi di lavoro e l’introduzione di misure protettive efficaci, in grado di tutelare il più possibile l’apparato respiratorio di tutti coloro che devono necessariamente svolgere la loro attività professionale in ambienti a rischio. Saranno ascoltati?
In attesa di una risposta legislativa da parte dei governi e di una reazione positiva da parte dei datori di lavoro, conviene essere consapevoli dei rischi per la salute che si possono correre in relazione al tipo e al luogo di lavoro che si svolge e non trascurare nessuna delle misure di sicurezza già previste, chiedendone fermamente il miglioramento laddove insufficienti. In aggiunta, è cruciale fare attenzione a ogni disturbo respiratorio che tenda a persistere oltre 7-14 giorni o a ripresentarsi spesso e sottoporlo alla valutazione medica, precisando il proprio contesto professionale.
Fonte
Blanc PD et al. The Occupational Burden of Nonmalignant Respiratory Diseases An Official American Thoracic Society and European Respiratory Society Statement. Am J Respir Crit Care Med 2019;199(11):1312-1334. doi:10.1164/rccm.201904-0717ST (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6543721/)
Creme solari: quanto le conoscete?
L’estate è ormai piena. Molti sono già in vacanza, altri stanno per partire o lo faranno a breve. Ma il sole di certo non manca nelle città italiane, bollenti e abbacinanti da diverse settimane. Abbronzarsi è piacevole, ma proteggersi è essenziale per arginare la sempre maggiore diffusione dei tumori della pelle e non promuovere un invecchiamento cutaneo eccessivo, che rimane poi indelebilmente anche quando l’incarnato impallidisce. Creme solari di buona qualità permettono di tutelare l’epidermide senza rinunciare ai piaceri del sole: ma sapete sceglierle e usarle correttamente? Verificatelo con questo quiz. E non dimenticate di applicarle in abbondanza.
Emergenze diabetiche
Il diabete è una condizione nella quale l’insulina, che aiuta l’organismo a sfruttare l’energia presente all’interno degli alimenti, è assente. L’eccessiva concentrazione di insulina causa uno shock insulinico o iperglicemico. L’eccessiva contrazione di zucchero insieme ad una quantità non sufficiente di insulina, può portare invece al coma diabetico o all’iperglicemia.
In caso di ipoglicemia è necessario un pronto intervento. In caso di iperglicemia, invece, si presentano i seguenti sintomi: sonnolenza, sete estrema, arrossamento cutaneo, vomito, respiro pesante ed eventuale perdita della coscienza.
Cosa fare?
- Se non si è sicuri sulla presenza di ipoglicemia o iperglicemia, è necessario somministrare solo alimenti o bevande prive di zuccheri.
- Somministrare liquidi.
- Se la persona in questione non si sente meglio in 15 minuti, predisporre il ricovero in ospedale.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Farmaci: gli errori da evitare
Qualcuno non vorrebbe assumerli mai; altri vorrebbero una pillola per curare ogni malessere e non uscirebbero di casa senza un kit d’emergenza nella borsa. In pochi ambiti come nell’impiego dei farmaci gli atteggiamenti delle persone sono così diversificati da contemplare tutte le sfumature tra gli opposti. Ciò che accomuna tutti, o quanto meno la maggioranza, è la possibilità di commettere errori d’assunzione, in difetto o in eccesso, a causa di dimenticanze, imprecisa comprensione delle indicazioni fornite dal medico o riportate sui foglietti illustrativi, pregiudizi o false convinzioni che portano a “rivedere” dosaggi e durata delle terapie in modo fantasioso, con il solo risultato di ridurre efficacia e sicurezza dei medicinali assunti. Qualche avvertenza d’uso per curarsi al meglio.
Troppo glutine nei bambini piccoli potrebbe aumentare il rischio di celiachia
Un’elevata assunzione di glutine nelle prime fasi di vita si è associato a un aumentato rischio di celiachia in un nuovo studio condotto da un team di ricercatori del Nord Europa.
«Abbiamo scoperto che un bambino di un anno nella fascia più alta di assunzione di glutine ha un rischio doppio di sviluppare autoimmunità della malattia celiaca, una fase che spesso prelude alla celiachia vera e propria; – ha dichiarato all’agenzia Reuters il coordinatore della ricerca Karl Marild dell’Istituto norvegese di salute pubblica norvegese e del Queen Silvia Children’s Hospital di Göteborg, in Svezia – per me è stato sorprendente trovare un’associazione così forte, data la natura onnipresente del glutine nella nostra dieta».
Marild e colleghi hanno utilizzato i dati relativi a 1.875 bambini forniti da un altro studio (Daisy – Diabetes AutoImmunity Study in the Young) che aveva invece l’obiettivo di indagare la predisposizione al diabete mellito di tipo 1. Tra i punti a favore, il lunghissimo follow-up: i partecipanti sono stati seguiti dal 1993 fino al gennaio 2017. I bambini sono stati suddivisi in tre gruppi a seconda della quantità di glutine assunta con l’alimentazione nel periodo in cui avevano da un anno a due anni di età. I ricercatori hanno poi confrontato i dati dei partecipanti, ormai adulti, appartenenti alla fascia di assunzione maggiore di glutine con quelli della fascia inferiore, mostrando per i primi un maggior rischio del 96% di celiachia e del 117% di autoimmunità della malattia celiaca: in altri termini, un raddoppio del rischio.
«Se i nostri risultati saranno confermati – ha detto Marild – potranno fornire una comprensione un po’ migliore su un aspetto significativo della probabile eziologia multifattoriale di questa malattia. È importante sottolineare che non raccomandiamo un cambiamento nelle pratiche di alimentazione pediatrica, perché il nostro è stato uno studio osservazionale e non in grado di mostrare un rapporto di causa effetto».
È altresì necessario specificare che il consumo di alimenti ricchi di glutine nelle persone adulte non celiache non è mai stato associato ad alcun effetto negativo. Le diete senza glutine, molto di moda negli Stati Uniti, impegnative, inutili e costose, possono comportare dei rischi e il loro effetto salutare rientra tra le numerose “bufale” mai dimostrate, ma molto diffuse in ambito nutrizionale.
Mårild K, Dong F et al. Gluten Intake and Risk of Celiac Disease: Long-Term Follow-up of an At-Risk Birth Cohort. Am J Gastroenterol. 2019 May 9.
Ricoveri e morti in Inghilterra e Galles
In Gran Bretagna il tipo di avvelenamento più diffuso è quello acuto. Dagli anni ’70 fino ad oggi c’è stato un incremento progressivo di morti per avvelenamento. Nonostante le statistiche ufficiali mostrino che la maggior parte dei casi sia accidentali, un’analisi più approfondita rivela intenzionalità in molti di essi. In Gran Bretagna l’omicidio per avvelenamento sembra sia raro, in quanto la maggior parte degli assassini sono impulsivi. Molti di coloro che decidono di suicidarsi con il veleno muoiono prima di arrivare in ospedale, in quanto spesso sono così decisi a morire, che si assicurano che nessuno possa opporsi al loro progetto.
Le statistiche epidemiologiche in Inghilterra e Galles sono simili a quelle di altri stati come la Scozia. Negli stati “sviluppati” i bambini piccoli sono molto più protetti di prima dalla malnutrizione, dalle infezioni e dai traumi. Ad essere aumentate sono i casi in cui i bambini ingoino non volendo sostanze tossiche. In Inghilterra e Galles ogni giorno muoiono centinaia di bambini al di sotto dei 10 anni per avvelenamento e la maggior parte di essi perché ingeriscono monossido di carbonio. In contrapposizione ai ricoveri, la mortalità di questi bambini è molto bassa, soprattutto se si pensa che solo in pochi restano in ospedale più di una notte e quindi non realmente affetti da avvelenamento. Ovviamente, per quanto riguarda i bambini piccoli è normale che essi mettano in bocca qualsiasi cosa e spesso capita che ingeriscano medicinali lasciati incustoditi ed alla loro portata.
L’avvelenamento accidentale dell’adulto può dipendere da diversi fattori, tra cui gas e vapori tossici, insieme ad alcuni metalli come il piombo. Quando si parla di auto-avvelenamento, l’accusa cade su quei farmaci capaci di dare uno stato di incoscienza. Alcuni possono essere acquistati liberamente senza ricetta medica, altri invece no. Al momento i barbiturici non sono più al primo posto tra i medicinali più utilizzati, in quanto n’è stata limitata la prescrizione. Il loro posto è stato preso da antidepressivi, sedativi, tranquillanti, ipnotici e da tutti quei farmaci che ogni giorno vengono utilizzati per trattare affezioni psiconeurotiche.
Fonte: Vademecum di terapia degli avvelenamenti di Roy Goulding
Combattere l’ansia a tavola, in modo sano
No, non si tratta di affogare nel cibo le preoccupazioni per il futuro, né di compensare stress e frustrazioni del passato con zuccheri raffinati e grassi saturi, anche se è questa la tendenza più immediata e diffusa. Gli alimenti che scegliamo e il modo in cui li mangiamo possono essere sfruttati in modo più positivo, per prevenire e placare il nervosismo e l’agitazione eccessivi, farci sentire meglio, più rilassati e più propensi a riposare bene durante la notte (con conseguenti ulteriori benefici per il tono dell’umore e la reattività psicofisica). Alcune sostanze contenute nei cibi, infatti, agiscono a livello cerebrale e se assunte nella giusta dose, con regolarità o al bisogno, possono avere un impatto positivo sulla funzionalità neuropsichica.
L’invecchiamento cutaneo
Quando si parla di pelle si fa presto a ricondurre l’invecchiamento alla semplice comparsa di alterazioni macroscopiche: tutti i segni del passare degli anni sono invece frutto di fenomeni alquanto articolati e molto più complessi di quanto si potesse pensare fino a qualche tempo fa.
Due sono le tipologie di invecchiamento cutaneo: il Chronoaging, dovuto al passare del tempo, e il Photoaging, legato agli effetti dannosi sul genoma e sulle strutture cellulari della pelle dell’esposizione alla radiazione solare.
Per quanto riguarda il Chronoaging sono determinanti i radicali liberi, derivati dell’ossigeno molto reattivi che possono danneggiare varie strutture cellulari, dalle membrane alle proteine al materiale genetico. Relativamente al photoaging va ricordato che “gli UVB sono radiazioni con bassa lunghezza d’onda, molto energetiche, che interagiscono direttamente con il DNA, promuovendo invecchiamento e tumori, gli UVA sono radiazioni a lunghezza d’onda più lunga, meno energetica, ma in grado di penetrare in profondità nella pelle, con un’azione genotossica indiretta tramite la formazione dei radicali liberi e gli UVC sono molto energetici ma frenati dallo strato di ozono” osserva Edoardo Zattra, responsabile dell’Ambulatorio di Dermatologia presso l’Ospedale Sant’Antonio a Padova in occasione del 24° Congresso Mondiale di Dermatologia, svoltosi a Milano dal 10 al 15 giugno.
La ricerca ha compiuto notevoli progressi e si è focalizzata sul ruolo dell’infiammazione, coniando il termine “inflamm-aging”. “L’infiammazione acuta rappresenta un meccanismo difensivo attraverso cui l’organismo cerca di contrastare temporaneamente situazioni di pericolo senza lasciare conseguenze nel nostro organismo” precisa Zattra. L’inflamm-aging, anche se apparentemente priva di sintomi, può promuovere l’insorgenza di danni a cellule a tessuti. La condizione che più richiede attenzione è naturalmente la persistenza, o meglio la cronicizzazione, dell’infiammazione, che si verifica, per esempio, in alcune malattie quali dermatite atopica o psoriasi. Un’infiammazione di basso grado e protratta è insomma la vera insidia. Da questa concezione più recente dell’invecchiamento cutaneo scaturiscono due riflessioni. Innanzitutto l’invecchiamento non è più considerato come un fattore autonomo e ineluttabile ma come un processo fortemente imperniato sull’infiammazione, che evoca curiose analogie con numerose condizioni degenerative, quali ateroclerosi, diabete e degenerazione maculare senile. In secondo luogo è necessario rivedere le strategie per contrastare l’invecchiamento, che devono avvalersi non soltanto di specifici preparati topici ma anche di integratori, da assumere a dosaggio adeguato e per congruo intervallo di tempo, e dell’adozione di un corretto stile di vita. Una molecola promettente è l’isopalmide: si tratta di un nuovo endocannabinoide sintetico, appartenente a una nuova classe di cosmetici attivi nella regolazione dell’inflamm-aging. Studi condotti sui centenari, ancora sani e senza malattie gravi nonostante l’età avanzata, hanno evidenziato livelli significativi di marcatori pro-inflamm-aging insieme ad un alto livello di mediatori anti-infiammatori, suggerendo che “l’invecchiar bene” non è correlato all’assenza di infiammazione ma ad un equilibrio favorevole tra fattori infiammatori e anti-infiammatori.
Calcolatori di rischio cardiovascolare su misura
Ormai da oltre un ventennio i cardiologi hanno messo a punto algoritmi per calcolare il rischio cardiovascolare, ossia la probabilità che una persona possa essere vittima di un infarto cardiaco o di un ictus cerebrale nei 5-10 anni successivi e pianificare, in base all’esito, strategie preventive e terapeutiche finalizzate a ridurla al minimo.
Di pari passo con il miglioramento delle conoscenze, gli algoritmi sono stati periodicamente rivisti e perfezionati per rendere la stima del rischio sempre più precisa, ma finora il sistema di calcolo utilizzato era sostanzialmente univoco e condiviso a livello internazionale. Al più, era previsto l’utilizzo di parametri un po’ diversi in Europa e negli Stati Uniti, in considerazione delle differenti caratteristiche medie della popolazione e dei diversi approcci preventivi.
Sulla scorta degli insegnamenti della medicina personalizzata, oggi si è compreso che per valutare correttamente il rischio cardiovascolare e ottimizzare le indicazioni di stile di vita e le terapie farmacologiche è cruciale impiegare calcolatori differenti nelle diverse categorie di pazienti, tenendo conto dell’età (in particolare, superiore o inferiore a 70 anni), della presenza di diabete di tipo 2 (malattia che moltiplica di 2-4 volte il rischio di malattie cardiovascolari rispetto a quello delle persone non affette), di malattie cardiovascolari concomitanti (per esempio, fibrillazione atriale o insufficienza cardiaca) o di una storia di eventi acuti (infarto miocardico o ictus cerebrale/TIA), nonché di ulteriori patologie (come l’artrite reumatoide) e delle terapie necessarie per trattarle, che possono aumentare il rischio cardiovascolare globale.
Per facilitare medici e pazienti nell’accesso e nell’uso corretto di questi algoritmi, un gruppo internazionale di esperti afferenti a diversi Centri clinici e universitari e società scientifiche dell’area cardiovascolare hanno sviluppato U-PREVENT : un sito web liberamente consultabile (in inglese e olandese) da tutte le persone interessate a calcolare il proprio rischio cardiovascolare, quello di un familiare o, nel caso dei medici, dei pazienti seguiti.
Per i pazienti, disporre di un sistema semplice per conoscere il proprio rischio cardiovascolare è importante per capire quando è il caso di rivolgersi al medico ed essere stimolati a seguire fedelmente i suoi consigli preventivi e di trattamento. Ma il sistema U-PREVENT è ancora più utile per i medici, poiché le indicazioni fornite dall’algoritmo sono basate sull’integrazione di tutte le migliori evidenze scientifiche ottenute negli studi clinici ed epidemiologici e permettono di definire per ciascun paziente, su base personalizzata, la strategia migliore per tutelarlo da eventi cardiovascolari.
Oltre che per calcolare il rischio cardiovascolare a 5 o a 10 anni, U-PREVENT può essere sfruttato per stimare l’effetto preventivo delle principali terapie farmacologiche (in particolare, farmaci antipertensivi, ipocolesterolemizzanti e antitrombotici, nel caso di persone non diabetiche), permettendo così ai medici di valutare quali trattamenti singoli o in combinazione possono proteggere meglio il paziente negli anni successivi e in che misura.
In aggiunta, il sito fornisce fonti della letteratura e materiale educazionale a supporto di una migliore comprensione dei calcolatori, del loro impiego e del loro significato, suddivisi secondo i profili dell’utilizzatore, ossia paziente, medico o ricercatore. Se a usare spontaneamente U-PREVENT è il paziente e il risultato evidenzia un rischio cardiovascolare non trascurabile, il consiglio è di rivolgersi sempre al medico di fiducia per un’interpretazione competente dell’esito e gli eventuali approfondimenti del caso.
Fonte
Rossello X et al. Risk prediction tools in cardiovascular disease prevention. Eur J Prev Cardiol 2019; doi:10.1177/2047487319846715 (https://www.escardio.org/The-ESC/Press-Office/Press-releases/Predicting-how-long-you-can-live-in-good-health)
















