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La rinite allergica è una patologia molto comune e diffusa nella popolazione con percentuali abbastanza alte e con sintomi come starnuti, prurito e congestione nasale.
Al di la dei farmaci efficaci per trattare la febbre da fienoed i fastidiosi sintomi che comporta, qualche considerazione va fatta sui probiotici come coadiuvanti nel trattamento dei sintomi.
I ceppi batterici più osservati sono i Lactobacillus e i Bifidobacterium, che possono essere sicuramente considerati aiuti efficaci nel ridurre i sintomi della rinite allergica.
Sapendo quanto il sistema immunitario abbia necessita di poter contare su un ambiente intestinale con una adeguata microflora batterica, soprattutto per l’accertata azione che alcuni ceppi batterici hanno come immunomodulatori nel contrastare le infiammazioni ,si sono svolti studi di verifica della capacità che hanno i probiotici sia nella prevenzione che nel trattamento delle allergie, mettendo in risalto il ruolo degli anticorpi IgG contro le reazioni allergiche, con livelli più alti in quanti assumono un probiotico.
L’azione del probiotico si rivelata anche valida nel ridurre le immunoglobuline E, e quindi di ridurre l’intensità dei sintomi.
Nel contempo, si è individuata anche una riduzione delle Immunoglubuline E, responsabili diversamente, dell’acuirsi dei sintomi.
I Probiotici per la rinite allergica vanno assunti per una durata non inferiore alle 6-8 settimane.
Attenzione alla durata del trattamento!
Degli studi presi in esame, la durata della somministrazione di probiotici variava, da uno studio all’altro, da 4 settimane a 12 mesi.
Un trattamento preventivo o curativo contro la rinite allergica ed anche altre forme di allergia dovrebbe essere esteso ad un periodo di almeno 6 settimane, cosi da poter contare su una giusta microflora intestinale. Se poi la rinite allergica è dovuta all’acaro della polvere ed è associata anche alla dermatite atopica, unitamente al trattamento farmacologico e a quello protettivo a base di probiotici, va condotta un’azione di depurazione del proprio ambiente domestico con prodotti utili a sconfiggere l’acaro ed altri allergeni, e vanno eseguiti frequenti ricambi della biancheria da letto.
La rinite allergica stagionale, anche definita come febbre da fieno, può essere favorita da alcuni fattori specifici:
essere già asmatici o avere altre forme di allergie.
Avere la dermatite atopica (eczema).
Avere uno o più familiari che hanno l’asma o altre allergie asmatiche.
Abitare o lavorare in zone particolarmente inquinate o controindicate per la presenza di fattori inquinanti o allergizzanti.
Essere nato prematuro o da madre fumatrice, ed avere subito il fumo passivo nel primo anno di vita.
Complicazioni
Le complicazioni della rinite allergica si riferiscono più strettamente alla qualità della vita che specificamente ai disturbi, che possono essere:
la febbre da fieno può interferire con una piena qualità di vita, con l’espletamento delle varie attività di lavoro, del tempo libero, e dei rapporti sociali, a causa dei sintomi del raffreddore da fieno, fastidiosi e persistenti, tanto da costringere le persone colpite alla rinuncia.
Un peggioramento della qualità del sonno, per via dei molti risvegli notturni causati dai sintomi del raffreddore, per via del naso che cola del bisogno di soffiarlo. La conseguenza è una sensazione di malessere ed una stanchezza al risveglio non ideale per cominciare la giornata.
Una complicazione più relativa ai disturbi della rinite allergica può venire dal peggioramento dei sintomi dell’asma, con respiro sibilante, tosse persistente.
La sinusite, la lunga congestione nasale causata dalla rinite può provocare una sinusite con infiammazione ed un’infezione della membrana che avvolge i seni nasali.
L’otite media, più frequente nei bambini, dove l’infezione dell’orecchio medio è favorita dalla persistenza della rinite allergica.
Prevenzione
Con la febbre da fieno non si può fare molta prevenzione, ma piuttosto sottrarsi il più possibile agli allergeni che la scatenano, ed assumere i farmaci efficaci che riducono i sintomi, anche prima che si presentino i disturbi più fastidiosi.
Si sa che le varie forme di allergie e l’asma sono patologie in continuo aumento già da molti decenni per via di tante ragioni, tra le quali:
i cambiamenti climatici.
Le diverse storie familiari.
Le nascite di bambini prematuri.
Un insufficiente sviluppo polmonare nei primi mesi di vita.
L’incidenza di alcune malattie respiratorie.
Un insufficiente sviluppo delle difese immunitarie in bambini, non più esposti a difendersi da batteri insidiosi, per via delle migliori condizioni di igiene e profilassi.
Un’esposizione al fumo passivo già dai primi anni di vita.
Un aumento esponenziale di sovrappeso ed obesità.
Sicuramente vi sono poi altri fattori concomitantiche possono incidere in modo significativo come le condizioni di sviluppo della popolazione, i problemi sociali, i livelli di povertà, ed anche i luoghi geografici di crescita e di vita.
Nelle aree urbane, soprattutto quelle vicine ad insediamenti industriali che causano dispersione di polveri e sostanze inquinanti nell’atmosfera, si osservano notevoli incrementi dell’asma ma anche di altre forme allergiche, con conseguenze di assenze scolastiche dei bambini ed assenze sul lavoro dei loro genitori, ricoveri ospedalieri d’urgenza per emergenze respiratorie o per rischi anafilattici.
Nei centri urbani ad alta densità abitativa sono presenti muffe, acari della polvere, sospensioni nell’aria di polveri ed agenti inquinanti, oltre che gas di scarico automobilistico o da riscaldamento domestico. A questo si aggiungono talvolta condizioni ambientali igieniche precarie per la presenza di topi, scarafaggi, ed altri insetti richiamati dal ristagno dell’aria, e non ultimo il fumo di sigaretta, diffuso negli ambienti di lavoro e di svago.
L’ambiente inquinato, la scarsa diffusione di spazi verdi, la necessità di tenere neonati e bambini protetti da tanti pericoli, pur preservandoli da problemi sanitari, non consente un adeguato rafforzamento del sistema immunitario.
Un tipo di vita necessariamente più “protetto” va gradualmente a ridurre l’attività fisica, la quantità di luce e sole per la vitamina D, mentre si fanno avanti allergie alimentari, asma, reazioni cutanee come l’eczema.
Nelle zone rurali si dimezzano i dati su malattie come asma ed altre forme allergiche come quelle alimentari o dermatologiche, per via che la nascita e la crescita dei bambini avviene in condizioni ambientali più naturali, dove è maggiore la vicinanza al verde della natura, agli animali e alle condizione igieniche che li accompagnano, fattori che contribuiscono al rafforzamento del sistema immunitario.
La vicinanza, durante la crescita, alle piante, ai prodotti della natura, al grano, alla luce solare e all’aria sicuramente sono fattori che andranno a ridurre l’incidenza di malattie respiratori, asma ed altre allergie. Tuttavia, i diversi dati sull’incidenza delle malattie allergiche tra ambienti cittadini ed ambienti rurali non sono sufficienti a fornire risposte definitive.
Sone le condizioni ambientali ad agire gradualmente sulle diverse risposte allergiche tra chi vive nei rispettivi ambienti, per cui chi è nato e cresciuto in condizioni ambientali di tipo cittadino potrebbe non risolvere “ipso facto” la propria patologia vivendo in un ambiente naturale come una fattoria. Le differenze tra le due condizioni di crescita e vita non possono quindi spostare in modo definitivo la valutazione di qualità di vita e tutela della salute a favore dell’una o dell’altra.
Anche in un ambiente rurale, nel corso del tempo, possono presentarsi fattori di rischiose la salute, magari diversi da quelli che si verificano in ambiente cittadino, come ad esempio:
maggiore esposizione ai pollini sia di fiori che di piante di molte varietà.
spore e muffe dannose.
polveri provenienti dalle diverse raccolte.
particelle inquinanti provenienti da sostanze bruciate carbone.
sostanze inquinanti mosse dal vento.
dislocamento delle strutture sanitarie con distanze da percorrere.
In caso di urgenze, va detto che con l’avanzare della tecnologia sarà gradualmente possibile mettere in comunicazione connessione i centi rurali con ospedali territoriali e centri specializzati servendosi della telemedicina per la trasmissione dei dati sui pazienti allergici, risolvendo almeno l’esame obiettivo e la raccolta dei dati amnistii a distanza, affidando alle cure primarie locali esami come spirometria e test cutanei, i cui dati potranno essere poi trasmessi a distanza.
Altre misure, a prescindere se si vive in una zona industriale, in città o in una campagna, riguardano una serie di interventi finalizzati a ridurre l’impatto sulle allergie, come ad esempio:
ridurre gli allergeni negli ambienti di casa debellando gli acari con prodotti disinfestanti.
Utilizzare materassi e guanciali a prova di acari della polvere.
Preferire pavimenti in legno o in marmo, evitando le controindicate moquette.
Stabilire regole igieniche di mantenimento per gli animali domestici.
Tenere la camera da letto fuori dalla portata di cani e gatti.
Migliorare la qualità dell’aria con depuratori adatti.
Evitare l’uso di prodotti chimici per le pulizie di pavimenti, bagni e mobilio.
Evitare l’uso di deodoranti per l’ambiente o profumi personali.
Bonificare i muri dove sono presenti perdite d’acqua, dove l’umidità favorisce l’attecchimento di muffe e parassiti.
Mantenere costante la temperatura interna di casa evitando sbalzi caldo/freddo dannosi per patologie come l’asma.
In breve, sia la vita cittadina che quella rurale presentano rispettivamente molti vantaggi innegabili, ma entrambe comportano una serie di rischi per la salute, per cui meglio non categorizzare ma individuare quelle soluzioni pratiche che volta per volta rappresentano la migliore tutela per mantenersi in buona salute prevenendo disturbi e malattie.
Il fenomeno del “chemsex” consiste in comportamenti di abuso di farmaci prima o durante i rapporti sessuali, al fine di facilitare, iniziare, prolungare, sostenere e intensificare l’incontro. La tendenza, partita da Londra e Berlino, si sta ormai diffondendo in tutta Europa.
I farmaci maggiormente diffusi e associati a questi comportamenti sono Mefedrone, Metanfetamina e GHB/GBL (Gamma idrossibutirrato/Gammabutirrolattone).
Anche droghe quali cocaina e ketamina possono essere utilizzate allo scopo.
Il Mefredone (noto anche come “M-Cat” o “Meow meow”) divenne popolare nei primi anni 2000, per i suoi effetti psicoattivi stimolanti ed euforizzanti simili a quelli della cocaina e dell’MDMA. Tuttavia, nel 2010 venne dichiarato illegale in tutti i paesi europei.
Il farmaco infatti non è esente da effetti collaterali: può sovraccaricare il sistema cardiovascolare, aumentando la frequenza cardiaca, e ha potenziali effetti neurotossici sul sistema nervoso.
I GHB/GBL (noti anche come “G”) sono due farmaci utilizzati come anestetici generali, dati gli effetti rilassanti sul sistema nervoso centrale. È molto rischiosa la combinazione con alcol, perché si potenziano gli effetti depressivi, con il rischio di nausea, vertigini e coma.
Infine, la metanfetamina è una sostanza che funziona come stimolante ed eccitante. L’uso regolare a lungo termine può causare danni irreversibili sul cervello.
L’uso di droghe per migliorare la prestazione sessuale è maggiormente diffuso tra uomini che hanno rapporti con altri uomini. Questo tipo di sostanze aumenta il rilassamento e l’eccitazione, ritardando l’orgasmo e rendendo il sesso anale più facile e meno doloroso. Tuttavia, lo stato di eccitazione permane per 24 fino a un massimo di 72 ore (Prunas, 2020).
L’attività sessuale, condotta per un periodo di tempo prolungato sotto l’influenza di farmaci, può provocare traumi rettali o abrasioni del pene. Inoltre, le persone che praticano il chemsex sono maggiormente esposte a rischio di trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili, specialmente in caso di rapporti senza preservativo, che sono frequenti tra gli uomini con rapporti omosessuali (Giorgetti et al., 2017).
Dal momento che i farmaci assunti hanno effetti psicoattivi, il rischio è quello di sviluppare una dipendenza fisiologica e psicologica. Infine, il mix di sostanze assunte è molto pericoloso per la persona nel caso di rischio di morte per overdose.
Cosa fare?
È importante fornire alle persone gli strumenti per meglio gestire le proprie difficoltà, abbattendo le barriere che ostacolano alla richiesta di aiuto, quali la vergogna e lo stigma spesso associati all’uso di droghe, e aumentare la consapevolezza sociale verso il fenomeno che risulta ormai essere ampiamente diffuso. Sono utili a riguardo interventi di prevenzione volti a ad aumentare le conoscenze sul fenomeno “chemsex” e sulle conseguenze che comporta per la salute, nella popolazione che è maggiormente a rischio, quindi quella dei giovani uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini.
Con una maggiore consapevolezza delle caratteristiche delle sostanze impiegate, degli effetti collaterali, ma anche della possibilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili in caso di sesso non protetto, i giovani saranno in grado di operare una scelta maggiormente consapevole e ragionata, riducendo la probabilità di esporsi a tali rischi.
In famiglia, se un genitore si accorge che il/la proprio/a figlio/a fa uso di queste sostanze, può aprirsi al dialogo con il/la figlio/a, ed eventualmente contattare i servizi sul territorio dedicati al recupero dalle tossicodipendenze. È molto utile creare un contesto di confronto non giudicante, in cui i figli possano sentirsi liberi di parlare delle loro esperienze. Spesso ambienti familiari ostili possono causare un evitamento della questione e una maggiore chiusura in sé stessi, che porta a esacerbare il problema. Mostrando una maggiore accoglienza e disponibilità all’ascolto senza giudizio, si favorisce la possibilità, per chi si trova in difficoltà, di chiedere aiuto.
Quando le condizioni della valvola aortica sono gravi e l’insufficienza sta esponendo il paziente ad uno scompenso cardiaco, oltre che alla possibilità sviluppare altre patologie, gravi e rischiose per la vita del paziente, la strada da percorrere è quella della sostituzione della valvola aortica.
La sostituzione chirurgica della valvola aortica consiste nella rimozione della valvola aortica danneggiata, che viene sostituita con una valvola meccanica oppure con una valvola proveniente da tessuto biologicodi tipo cardiaco da animali come la vacca o il maiale.
I limiti dell’impiego di valvole ottenute da tessuti biologici è la durata nel tempo essendo potenzialmente degenerabili, e quindi si renderebbe necessario sostituirle.
Dall’altro canto i pazienti a cui sono state impiantate valvole meccaniche sono strettamente legati all’assunzione di farmaci anticoagulanti a vita.
Al paziente, sulla base delle indicazioni del medico curante, vengono descritte le possibili soluzioni, indicando quelle più adatte alla reale condizione clinica, alle caratteristiche del tipo di valvola più consona per la sostituzione e alle prospettive del trattamento.
Per i pazienti ritenuti più a rischio di complicanze può essere utilizzata una tecnica operatoria poco invasiva che consiste nel sostituire la valvola aortica attraverso il catetere (TAVR, sostituzione transcatetere), tecnica impiegata frequentemente per le sostituzioni in casi di restringimento valvolare.
Il procedimento nella TAVI prevede l’inserimento di un catetere nella gamba o nel torace monitorato fino al raggiungimento del cuore.
La valvola in sostituzione percorre il medesimo tratto lungo il catetere e fino al cuore, dove la valvola sarà espansa da un palloncino e successivamente impiantata, mentre il catetere viene ritirato dalla gamba o dal torace del paziente.
Queste tipologie di interventi richiedono alcuni passaggi d’obbligo per i pazienti che dovranno utilizzarli:
assunzione assidua dei farmaci prescritti.
Parlare in modo schietto con familiari ed amici per poter contare sulla loro comprensione e sul loro aiuto.
Mantenersi attivi, fare un minimo di esercizi fisici di mantenimento, seguendo le indicazioni del medico.
Annotare in agenda gli appuntamenti di controllo con il medico curante, evitando di procrastinare le visite.
Tenere un diario di tutti i sintomi, sia quelli riferibili alla malattia della valvola cardiaca dovuti ad altri problemi.
Prendere nota della propria storia clinica e informazioni relative alle storie di salute dei familiari, che potranno rivelarsi molto utili da riferire al medico curante.
Annotare i fatti accaduti, soprattutto quelli che hanno comportato una situazione di stress emotivo ed eventuali sintomi cardiaci.
Redigere una lista di tutti i farmaci che si assumono quotidianamente, compresi integratori vitamine o altri prodotti da banco.
Alle visite mediche farsi accompagnare da un familiare o da un amico per avere un supporto per annotare e ricordare le istruzioni del medico.
Preparare in anticipo un elenco delle domande da fare al medico a discutere della tua dieta e delle tue abitudini di esercizio. Se non mangi già bene e non ti alleni, sii pronto a parlare con il tuo medico delle difficoltà che potresti dover affrontare all’inizio.
Annotare le domande da porre al medico in modo da non tralasciare nessuna senza risposta, tra le quali porre le seguenti:
Qual è la causa dei sintomi che si manifestano?
Quali sono gli esami diagnostici ai quali sottoporsi per accertare il problema clinico e proporre una soluzione?
Quali i possibili trattamenti che il medico consiglia per il proprio caso?
Come poter gestire la malattia cardiaca con eventuali altre patologie pregresse?
Quali comportamenti adottare come paziente, come stile di vita per non avere peggioramenti e prevenire i sintomi?
Nel caso si presenti la necessità di un intervento chirurgico, che tipo di intervento sarebbe più adatto alla propria problematica clinica?
Farsi consigliare dal medico curante libri, manuali o opuscoli che spiegano la malattia cardiaca, documentandosi su tutti gli aspetti, seguendo una logica di conoscenza e consapevolezza dei propri problemi di salute, in vista di orientarsi alle cure più indicate.
Che si pratichi in bacino delimitato od in mare, l’apnea non va mai fatta da soli. E’ necessario avere sempre un compagno e con questi definire bene il piano di immersione ed i segnali con i quali comunicare.
E’ importante inoltre che entrambi o tutti i partecipanti ad una sessione di allenamento conoscano tutte le possibilità di risoluzione di eventuali emergenze e problemi che potrebbero presentarsi. E’ basilare che entrambi i compagni abbiano più o meno una eguale preparazione o che si accingano ad affrontare apnee alla portata di colui che è meno bravo.
Durante le apnee statiche ci deve, dunque, essere sempre un assistente vicino, il quale, a scadenze fissate in precedenza, ci darà dei lievi colpi in una parte del corpo concordata e l’apneista risponderà generalmente muovendo lievemente un dito, per segnalare che sta bene. Nelle apnee dinamiche il compagno segue l’apneista a pelo d’acqua, portando con sé una tavoletta alla quale farlo poggiare nel caso di un’emergenza o di un’uscita lontano dal bordo vasca.
Nell’apnea profonda è fondamentale che il compagno che fa assistenza debba conoscere a quale quota stia per scendere il suo amico ed in che tempi pensa di completare il suo tuffo. A seconda della profondità e della durata di questo, si darà un tempo per partire ed aspettarlo sott’acqua mentre l’atleta è in risalita: accompagnare il sub negli ultimi 15 – 10 metri è importantissimo, poiché sono spesso i metri più impegnativi e nei quali l’imprevisto è dietro l’angolo, sempre per quel discorso per il quale i polmoni si riespandono improvvisamente (legge di Boyle) e è come se altrettanto improvvisamente si avverta la fame d’aria.
Alimentazione:
E’ buona norma non andare mai a fareapnea digiuni, soprattutto se si trascorrono molte ore in mare. Si potrebbe optare per una cena proteica la sera prima di una sessione di allenamento e fare una colazione leggeraa base di carboidrati la mattina dell’uscita in mare, facendo passare un paio d’ore prima di immergersi. Se si sta andando a pesca è bene bere, ogni tanto, poiché in acqua si perdono molti liquidi attraverso l’urina che viene enormemente stimolata per effetto del blood shift. E’ importante un’alimentazione ricca di frutta e di verdura che ossigeni il nostro organismo e lo mantenga ben idratato. Possono essere presi degli antiossidanti, come la vitamina E e C ed evitati il caffè, la cioccolata, le bevande gassate, i dolci e gli alcoolici.
L’allenamento:
Potremmo dividere la stagione di allenamento di un apneista in tre fasi ognuna, grosso modo di tre mesi.
La prima fase consiste soprattutto nello svolgere una attività cardiovascolare, corsa, nuoto, bici, per rimettersi in forma dopo un periodo di fermo e tonificare il muscolo cardiaco. Potremmo poi proseguire inserendo un potenziamento muscolare, soprattutto degli arti inferiori e incominciare ad usare, in piscina, le normali pinne da snorkeling per il nuoto di superficie. Dopodiché si inizia ad inserire l’apnea ed a fare delle tabelle di dinamica e di stop and go, cioè della statica abbinata alla dinamica. Ogni tanto potremmo dedicare dei giorni ad allenare solo la statica, con tabelle piramidali di aumento del tempo di apnea, con recupero fisso o variabile in diminuzione.
Tutto ciò di cui sopra deve essere accompagnato alla cura della respirazione e del rilassamento, nonché ad un accurato stretching della gabbia toracica e del diaframma.
All’arrivo della bella stagione siamo così pronti per entrare in acqua e testare la nostra capacità approcciando la profondità, sicuri di quanto abbiamo messo nel nostro bagaglio di allenamento fisico e mentale e di nuova percezione di noi e delle nostre capacità.
L’insufficienza aortica è conseguenza diretta di una chiusura non corretta della valvola, che causa un rimando del sangue pompato dal ventricolo sinistro.
A livello di sintomi compaiono un respiro difficile, un senso di spossatezza, ma possono anche sopravvenire disturbi e sintomi più rilevanti come lo scompenso cardiaco e l’endocardite.
Solitatmente l’insufficienza aortica causata dalla valvulopatia può anche restare silente per anni senza dar luogo a sintomi, o manifestandosi solo con disturbi lievi ai quali la persona può non prestare attenzione.
Tuttavia, a seguito di situazioni di comorbilità o di altra cardiopatia presente, come l’endocardite, l’insufficienza aortica può allora evidenziarsi in forma grave, scompensando il cuore.
Come prevenire l’insufficienza aortica?
Prima di tutto va sempre tenuta d’occhio la pressione arteriosa, dato che valori alti non trattati possono danneggiare la struttura valvolare del cuore.
Poi la malattia reumatica rappresenta un notevole rischio se si parla di prevenzione dell’insufficienza aortica e dell’endocardite, per cui reumatismi, mal di gola ricorrenti, infezioni da streptococco, ascessi dentali, gengiviti, ma anche gli effetti derivanti da malattie autoimmuni vanno tenuti sotto controllo.
La prevenzione della valvulopatia non è riconducibile a poche azioni preventive ma piuttosto a molte, per cui ogni persona potrà seguire norme preventive basilari per ridurre questo rischio, e sono:
abolire il fumo.
Adottare una dieta sana a base di frutta e verdure, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, pesce, carni magre preferendo alimenti a basso contenuto di colesterolo, di grassi saturi, di zuccheri e sale.
Esercizi ginnici, camminata, o altra moderata attività fisica. Prima di scegliere un tipo di attività fisica o sport chieder un parere al medico curante, che conoscendo le condizioni del cuore, potrà orientare la scelta in modo corretto e che con comporti rischi.
Mantenere una costante igiene della bocca, dei denti e del cavo orale, praticando una costante pulizia dei denti in ambulatorio odontoiatrico, ma anche a livello personale, al fine di evitare lo sviluppo di infezioni locali.
Informare il proprio dentista della propria condizione cardiaca in caso di doversi sottoporre a cure odontoiatriche con rischio di infezioni, un pericolo per l’endocardite.
Sono poi da considerare dei fattori di rischio per la valvulopatia aortica, come:
un paziente molto avanti negli anni.
La presenza di cardiopatie congenite.
Alcune patologie preesistenti come le malattie croniche del rene.
L’essersi sottoposti a radioterapia.
Le possibili complicazioni di cui tener conto possono essere gravi o molto gravi e rischiose per il paziente come un ritmo cardiaco anomalo, l’ictus, e fino all’arresto cardiaco.
Quando la valvulopatia aortica presenta dei problemi rilevanti di qualità della vita per il paziente ma anche rischi evidenti di conseguenze gravi, si può rendere necessario ricorrere all’intervento del cardiochirurgo.
Si possono eseguire differenti tipo di riparazione della valvola compromessa:
una separazione delle cuspidi valvolari (i lembi) che si sono uniti tramite un tessuto comune.
Una rimozione del tessuto eccedente formatosi tra le cuspidi assicurandosi delle chiusura corretta ed ermetica dei lembi.
Una riparazione dei possibili fori che si sono prodotti nella valvola minandone le funzioni.
Le tecniche
Una tecnica denominata “valvuloplastica con palloncino”, tramite un catetere di forma tubolare, sottile e allungata, che andrà a fare spazio ed allargare un ingresso stretto e indurito della valvola (stenosi).
Un catetere con palloncino sgonfio montato in punta viene introdotto dall’inguine e fatto avanzare fino a raggiungere l’aorta, quindi si procede a gonfiare il palloncino che va a dilatare l’apertura stretta della valvola. Una volta ottenuta l’apertura della valvola il palloncino viene sgonfiato e ritirato tramite il catetere.
Questa tecnica può trattare la stenosi valvolare aortica anche nei bambini e nei neonati, ma per gli adulti, essendo possibile che la valvola aortica nel tempo possa di nuovo restringersi fino alla stenosi, si preferisce utilizzarla solo per i casi di malati in condizioni più critiche, e quindi non adatti ad essere sottoposti ad interventi chirurgici più complessi e impegnativi.
La stessa tecnica con catetere talvolta è utilizzata anche per collocare un dispositivo con la funzione di “tappare” una perdita prodottasi successivamente alla sostituzione di una valvola aortica.
Con questa manovra l’apneista riporta in posizione neutra i timpani che, a causa della pressione esterna, che riduce i volumi delle zone aeree del nostro corpo, tenderebbero ad introflettersi fino a lesionarsi o a rompersi, se essi non fossero riequilibrati.
La pressione ambiente, che aumenta con la profondità, provoca una riduzione del volume delle parti aeree del nostro organismo (lezione 3), compensando le orecchie si ricostituiscono i volumi originari, mantenendo il timpano in posizione neutra. Anche la maschera dell’apneista deve essere compensata: essa è piena di aria, che si riduce di volume a mano a mano che si scende in profondità. Se noi non la compensassimo, in essa si creerebbe una dapprima fastidiosa e poi dolorosa ed infine pericolosa situazione di sottovuoto e che, tipo ventosa, potrebbe tirare ed addirittura fare strabuzzare gli occhi dell’atleta.
La compensazione è una manovra che va effettuata più frequentemente nei primi metri di discesa nei quali (primi 10 metri) c’è un dimezzamento del volume delle parti aeree (v. lezione 3, legge di Boyle), che è la riduzione più importante cui assistiamo in una discesa in profondità, a mano a mano che si scende, le riduzioni continueranno ad aversi, ma in maniera men che proporzionale e si allungheranno i tempi necessari tra una compensazione e l’altra. Essa, tuttavia, sarà sempre più difficile, poiché, riducendosi sempre di più anche il volume dell’aria contenuto nei nostri polmoni, sarà via via più difficoltoso portare alle orecchie la quantità adatta ad espletare tale manovra.
Per facilitare le compensazioni successive è consigliabile che l’apneista parta con le orecchie già compensate, fin dalla capovolta, e che non arrivi mai a sentire quella sensazione ovattata e/o di dolore che ci costringe a compiere tale manovra, ma che anticipi questi momenti: quando si arriva a sentire dolore, spesso è tardi e la compensazione richiederebbe uno sforzo tale che sicuramente, in primis, ne inficerebbe lo stato di rilassamento e poi, in molti casi, non essa andrebbe a buon fine o potrebbe addirittura arrecare qualche danno all’apneista. Per le stesse ragioni è consigliabile avere sempre una maschera ben compensata, insufflandoci un filino d’aria dal naso, e fare in modo che la sequenza compensatoria sia sempre maschera-orecchie e questo perché una maschera compensata, facilita la manovra che interessa le orecchie. Una maschera non compensata e sottovuoto, invece, tenderebbe a tirare l’aria, a mo’ di stantuffo, attraverso il naso ed a rendere più complicato il riequilibrio dei volumi ed il riposizionamento in forma corretta del timpano.
Manovra di Valsalva:
Si portano le mani al naso, lo si stringe e si soffia: l’aria non può uscire dal naso, né dalla bocca, che deve essere chiusa, per cui va naturalmente alle orecchie. E’ una compensazione efficace che mette in collegamento diretto l’aria che c’è nei polmoni con la membrana timpanica.
Manovra di Marcante Odaglia o Frenzel:
Tale tecnica presuppone, a differenza di quella precedente, che, nel momento in cui mettiamo le mani al naso e soffiamo, con la bocca chiusa, anche la glottide sia chiusa ed il palato molle sia aperto. Nella maggior parte dei casi la si effettua senza la consapevolezza che stia accadendo tutto ciò, ma sono enormi le differenze tra le due manovre. Quest’ultima è più dolce e più rilassante rispetto alla prima ed il che è intuitivo, poiché con questa è necessario uno sforzo maggiore, dato che l’aria deve giungere dal basso dei polmoni fino alle orecchie, mentre conFrenzelè l’aria che abbiamo in bocca che deve essere portata ai timpani: il minor percorso che essa deve compiere, richiede l’utilizzo di un minore numero di muscoli, quindi di un minore sforzo e l’esecuzione risulta anche più rapida ed efficace.
Anche i muscoli interessati alla compensazione possono essere allenati, attraverso la ginnastica tubarica, che può essere, per esempio, fatta gonfiando un palloncino col naso. Si può poi esercitare la lingua, estroflettendola ed introflettendola al massimo, le mandibole (esercizi mandibolari) o le guance (soffiare su una candela via via più lontana o attraverso una cannuccia stretta).
Esistono manovre di compensazione per apneisti più ESPERTI: quella per allagamento, che però ha molte controindicazioni e quindi oggi non è più usata ed il Mouth Fill. Con la prima, gli apneisti, arrivati ad una certa profondità, toglievano il tappanaso e lasciavano che il mare allagasse le parti del cavo orofaringeo contenenti aria. Essendo ora, queste, piene di acqua, che è un liquido, quindi incomprimibile e non soggetto a riduzione di volume sotto pressione, essi aggiravano l’ostacolo od il problema della compensazione.
Il Mouth Fill è una manovra con la quale l’apneista mantiene sempre aperte le tube di Eustachio, gestendo l’aria che ha in bocca, e che continua a ricaricare, prendendola dai polmoni, fino ad una certa quota oltre la quale non gli è più possibile effettuare ricarichi, a causa della riduzione dei volumi che avviene anche all’interno di essi. L’atleta deve essere bravo a gestire la glottide ed a lasciare il palato molle aperto, mentre le mandibole, le guance e la lingua mantengono costantemente l’aria in pressione verso le orecchie.
Tra le patologie della cute più insidiose e diffuse c’è sicuramente il Melanoma, un tumore della pelle che negli ultimi decenni è cresciuto in modo significativo, ma la cui eziologia rimane a tutt’oggi ancora poco conosciuta.
In pratica essendo il melanoma ascrivibile a cause di storia familiare e genetiche per una percentuale che varia tra il 5 e il 15% , per la restante percentuale l’eziologia sarebbe ascrivibile a fattori principalmente ambientali.
Per quanto l’incremento e la diffusione siano in parte spiegabili con fattori eziologici che riguardano la predisposizione alla malattia per caratteristiche genetiche specifiche, per la restante parte gli altri fattori sono tutti di tipo ambientale, e al più, relativi a caratteristiche somatiche potenzialmente suscettibili allo sviluppo del melanoma.
Quindi l’azione dei raggi solari è la causa più accreditata e condivisa della comparsa del melanoma, favorito da particolari tipologie cutanee (melanina, pigmenti) dei soggetti colpiti, nei quali le lesioni provocate dalle scottature possono evolvere verso polimorfismi e neoplasie.
Sono quindi i fattori ambientali ad essere cosi determinanti a spiegare la significativa morbilità della malattia e la diffusione nei diversi strati della popolazione, aiutata anche dal considerevole contributo proveniente dal mondo del lavoro e delle professioni.
Il melanoma è presente come malattia professionale in diversi campi, tanto da poter tracciare una mappa delle tipologie di lavoro, dell’ambiente circostante, e dell’entità di rischio di melanoma presente, secondo la quale vi sono professioni dove il rischio diventa più o meno alto.
Alcune tre attività lavorative maggiormente a rischio melanoma:
Contadino Il sole sulla pelle e sul viso quando il contadino lavoro all’aperto nei campi, l’esposizione continua a pesticidi, fertilizzanti e prodotti chimici, l’esposizione a virus e batteri degli animali possono causare alcuni tipi di cancro in percentuali molto alte. Molti i tipi di tumore possibili da quelli di stomaco e cervello, alle forme leucemiche, ai tumori della pelle e al melanoma.
Marinaio/Pescatore Per i marinai posti a governare le imbarcazioni o per i pescatori intenti la pesca in mare aperto sono tante le ore trascorse all’aria e al vento e sotto i raggi del sole in tutte le stagioni. Il mix di luce con raggi UV, di sole cocente e di vento possono incidere sulla cute aprendo una possibile strada al melanoma o ai tumori della pelle.
Come questi ancora altri lavori quello degli operai che lavorano come muratori o carpentieri su edifici in costruzione, assistenti di volo e piloti, che lavorano in alta quota in apparecchi dove sono presenti forte luce solare, raggi UVA e radiazioni ionizzanti, con livelli di morbilità da melanoma doppi rispetto ai dati generali.
Persino attività e mestieri insospettabili, come un lavoro di ufficio, quando includono per qualche ragione la presenza di fattori di rischio possono rivelarsi pericolosi per lo sviluppo di tumori vari o del melanoma.
Il melanoma è molto diffuso anche in Europa dove fa registrare decine di migliaia di casi ogni anno, con una diffusione in crescite e alti livelli di mortalità, oltre che con costi sanitari molto alti e crescenti.
Tutto questo ha messo in moto nuovi sforzi in termine di nuovi e più rapidi criteri diagnostici per l’individuazione precoce della malattia, nuovi sistemi di cura basati su terapie innovative, ma soprattutto l’organizzazione di reti di monitoraggio del cancro della pelle, dei nevi e specificamente del melanoma.
La malattia, un tumore cutaneo, va osservata dal punto di vista epidemiologico distinguendo tra le tipologie di melanoma che comportano una sopravvivenza delle persone colpite dalle tipologie che comportano un rischio vita.
A livelli clinico ed epidemiologico ci si domanda il motivo della diffusione crescente del melanoma tra gli adolescenti e tra i giovani, tra i quali l’incidenza della malattia, come rilevato da studi osservazioni, appare particolarmente alta. Tanti sono i casi di melanoma che colpiscono bambini e adolescenti ma anche donne e uomini giovani, tra i quali la malattia rappresenta il tipo di tumore più comune in quelle fasce di età.
Quali sono dunque i fattori che determinano questa cosi larga diffusione?
L’esposizione al sole senza protezioni, come creme protettive o indumenti coprenti.
I lettini abbronzanti e le lampade “solari”.
Fattori genetici.
Essendo molto diffusa presso le giovani donne, ma sempre di più anche tra adolescenti e giovani uomini, un’idea di avvenenza fisica e di “look” abbronzato, l’idea di bellezza ed eleganza, particolarmente propagandata dai media, cinema, Tv, social network, ne deriva che molti giovani utilizzano sistemi rapidi come lampade abbronzanti, lettini a raggi ultravioletti, per acquisire una adeguata abbronzatura.
A parte i dettami della moda, da molti anni durante la stagione estiva sia donne che uomini, stesi su lettini da spiaggia, si espongono a pelle scoperta a bagni di sole integrali per molte ore, con il convincimento di avere acquisito con il bagno di sole anche una riserva di salute.
Come per molti tumori anche per il melanoma tra le cause possono esserci i fattori genetici, dove alcuni geni possono risultare danneggiati e mutare dando luogo and una interruzione della funzione cellulare , che diventa anomala per una sintesi proteica inappropriata. Il melanoma può essere anche il risultato di una proliferazione cellulare anomala. I geni possono anche essere danneggiati dai raggi UV.
Un ricerca oncologica più mirata unitamente a migliori sistemi di prevenzione, di screening e di monitoraggio del melanoma nella popolazione di adolescenti e giovani adulti, possono sicuramente contribuire ad ottenere diagnosi più precoci e terapie più efficaci, ma occorrerà una inversione di tendenza nella cultura giovanile e nei costumi sociali, ottenibile soltanto da campagne di sensibilizzazione, scuola e famiglie, per una reale lotta alla diffusione del melanoma.
Il melanoma, al di la delle possibili cause cliniche, può comparire più frequentemente per la presenza di alcuni fattori di rischio, alcuni di tipo somatico, altri di tipo ambientale, tra i quali:
una carnagione chiara e una pelle delicata, capelli biondi.
Presenza di lentiggini.
Una quantità più limitata di melanina, quindi una minore difesa rispetto all’azione nociva dei raggi ultravioletti.
Essersi più volte scottati nel corso degli anni durante l’esposizione al sole, magari con conseguenti lesioni cutanee.
Essere stati molto esposti a raggi ultravioletti sia emessi dalla luce del sole che da lampade e lettini abbronzanti, fattori che possono determinare un considerevole aumento del rischio di cancro della cute o di melanoma.
Abitare in zona equatoriale o ad alte quote di montagna dove l’azione dei raggi solari è più diretta ed incisiva per via delle maggiori radiazioni ultraviolette.
Avere molti nei o nei sospetti, oppure molte eruzioni cutaneee sul corpo o anche avere un tipo insolito di neo può aumentare il rischio di melanoma.Vanno controllati periodicamente tutti i nei e in particolare che si presentano di maggiori dimensioni e dai contorni irregolari.
Una familiarità con il melanoma per casi avvenuti ai propri congiunti o a parenti prossimi.
Tutti questi fattori di maggiore predisposizione al melanoma non escludono che possano essere colpite anche persone con diverse caratteristiche somatiche o di diversa area geografica.
Prevenzione
Fare prevenzione e ridurre il rischio di melanoma significa prima di tutto effettuare un controllo personale del proprio corpo e della pelle, per accorgersi per tempo della presenza di lesioni, eruzioni, nei o altre manifestazioni cutanee non solo sulle parti del corpo più in vista ma anche di quelle meno accessibili.
Oltre questo adottare una serie di misure preventive come:
evitare l’esposizione al sole nelle ore più calde e assolate del giorno.
Preferire per le attività all’aperto ore meno calde e giornate con sole coperto dalle nuvole, o anche giornate più fresche nelle altre stagioni, comprese in inverno come esporsi al sole oltre il tempo raccomandato sia per evitare le scottature, ma anche per evitare un eccessivo assorbimento di raggi, comunque pericolosi per il cancro della pelle.
Utilizzare una crema protettiva per la pelle con un indice di protezione di almeno 30 da applicare anche in assenza di sole, potendo i raggi essere comunque potenzialmente dannosi.
Coprire le parti del corpo più chiare e delicate, protggendo braccia e gambe con indumenti freschi, coprendo la testa con cappelli di cotone o paglia con tese larghe proteggere gli occhi con occhiali da sole anti riflesso contro raggi UV (uva, uvb, uvc), dannosi per la vista.
Non utilizzare lampade e lettini a raggi UV, che possono aumentare il rischio melanoma.
Prima di ogni apnea, che sia statica, dinamica o profonda, è buona norma prendersi un tempo in cui ci si isola e ci si rilassa, respirando in tranquillità e consapevolezza, staccando la mente come in una sorta di meditazione, per sgombrarla da ansie e da stress.
Statica:
l’atleta entra in acqua e si trova generalmente in una zona della piscina in cui si ha piede e vicino al bordo. Indossa la maschera o gli occhialini ed un tappanaso e respira dolcemente dalla bocca. Quando si sente pronto, prende il suo ultimo respiro – che generalmente è più consistente di quelli fatti durante la sua preparazione (un esperto utilizza la carpa o la respirazione glosseo faringea) – e mette la testa in acqua, restando steso a pancia in sotto sul pelo della stessa. Adotterà tutte le tecniche imparate sino a quel momento per distogliere la sua attenzione dal trascorrere del tempo. Arrivano le contrazioni, che saranno via via più importanti, ed egli continuerà nel percorso mentale col quale si è allenato. Quando decide di tirare su la testa, prenderà dei bei respiri profondi e poi darà un ok, per mostrare la consapevolezza di sé ed il suo buono stato di salute.
Dinamica:
l’atleta è in acqua aspettando la partenza. Respira dolcemente. Quando arriva il momento prende aria e, generalmente, un apneista esperto immagazzinerà un’enorme quantità di aria, utilizzando il metodo della carpa o la respirazione glosseo faringea. Comincia la performance durante la quale nuoterà utilizzando il ritmo ed i percorsi di rilassamento prefissati durante gli allenamenti. Anche qui ci saranno molti momenti in cui si ha la tentazione di mettere fuori la testa dall’acqua, anche perché, rispetto ad un’apnea profonda, in cui l’apneista non si trova a ridosso della superficie, nella statica e nella dinamica, per ogni secondo che passa e per ogni metro che si percorre, è sempre lui stesso che decide se interrompere o meno la prova: è, di volta in volta il subacqueo che sceglie, secondo dopo secondo o metro dopo metro, di proseguire o di fermarsi, l’aria è a portata di mano!
In profondità il discorso è diverso, poiché la superficie la dobbiamo raggiungere, per cui la lotta mentale che ingaggiamo non è “metto o non metto” la testa fuori dall’acqua, ma non lasciarsi prendere dallo sconforto di non farcela, di essere ancora lontani e quindi di volere accelerare per tornare a respirare il prima possibile.
La pinneggiata
Non esiste una pinneggiata valida per tutti: essa varia a seconda dell’altezza dei soggetti, della loro corporatura, del tono muscolare, del tipo di pinne (o di monopinna) che si usano e della rispettiva durezza e della disciplina con cui ci si confronta. Rispetto a quest’ultima cosa, infatti, mentre nell’apnea dinamica la pinneggiata è o dovrebbe essere più o meno costante durante tutto il tragitto compiuto dall’atleta, quando si va in profondità, l’azione del pinneggiare varia moltissimo se ci si trova all’inizio del tuffo, a metà od alla fine. Subito dopo la capovolta iniziale, infatti, il profondista adotta una pinneggiata più energica, per superare l’assetto positivo e la spinta di galleggiamento. Superati i primi metri, rallenta vieppiù il ritmo, fino a smettere del tutto di pinneggiare, quando sarà arrivato al punto in cui avrà un assetto negativo: qui sfrutterà il naturale fenomeno di affondamento, lasciandosi semplicemente cadere verso il fondo.
Giunto al suo target, però, per cominciare la risalita, dovrà nuovamente pinneggiare con forza nei primi metri, per attuare quello che si chiama stacco dal fondo e contrastare il forte assetto negativo che lo trascina verso il basso. A mano a mano che risale troverà il suo ritmo ideale, considerando il rapporto tra consumo energetico e metri percorsi. Quando si avvicina alla superficie ed avverte che la muta, che si era schiacciata a causa della pressione, sta tornando al suo spessore originario e che è entrato o sta per entrare in una zona di assetto positivo, può allora rallentare e raggiungere felicemente l’aria senza ulteriori sforzi. La riduzione nella frequenza e nella forza della pinneggiata è, a questo punto, preziosissima proprio per risparmiare le ultime riserve di ossigeno e tornare a galla incolumi.
Ricapitolando:
una buona pinneggiata è quella con la quale c’è un consumo minimo di energia rapportato ad un buon numero di metri percorsi. Il giusto movimento, inoltre, deve partire dall’anca ed arrivare fino alla punta delle dita dei piedi, per dare così un impulso con tutta la gamba e dirigere bene il lavoro delle pale e farle muovere nella loro interezza. Non bisogna piegare le ginocchia e fare quel dispendioso lavoro di “pedalata”, né tendere con i piedi verso l’interno o l’esterno.
Sono molti i fattori all’origine di disturbi e dolori nei bambini, anche neonati, sia all’apparato digerente che, che altre parti del corpo, tali da provocare risvegli improvvisi per il dolore, pianto continuo e lamenti tra cui:
• Problemi intestinali – stipsi, coliche o intestino irritabile
• Infezioni come la gastroenterite, oppure un problema localizzato alla vescica o ai reni
• Dolori provenienti dall’orecchio o la gola
• Una intossicazione alimentare, una forma di allergia a un certo cibo o l’aver mangiato troppo
• Affaticamento muscolare o emicrania
• Avvelenamenti per aver ingerito inavvertitamente delle sostanze (come sapone o medicinali, o prodotti tossici)
• Morsi di insetti come vespe, ragni, o animali con cui è venuto a contatto durante i giochi
Per prestare un primo aiuto al bambino, calmarlo e e nello stesso tempo alleviando il dolore e il disagio:
• Assicurarsi che il bambino sia comodo e riposi a sufficienza
• Preparargli molti liquidi semplici come acqua o succhi di frutta
• Evitare di forzare il bambino a mangiare se non ha appetito e se rifiuta il cibo
• Se invece ha appetito proporre un cibo leggero come riso, pane tostato, banane o biscotti semplici
• Se dice di avere il mal di pancia preparargli una borsa dell’acqua calda per lenire il dolore
• Evitare di somministrare farmaci, anche paracetamolo o aspirina, senza prima aver chiesto consiglio al medico
Solitamente i bambini che lamentano un dolore durante le ore del sonno, migliorano in breve tempo senza dover ricorrere ad un trattamento speciale , senza che venga individuata una causa specifica all’origine del problema, ma talvolta la causa può esserci e va individuata rapidamente per prevenire peggioramenti dei sintomi.
Primo passo per trattare il dolore del bimbo consisterà nell’individuarne la causa che è all’origine del disagio e del dolore.
Una volta individuata la possibile causa che ha determinato il risveglio e il dolore notturno il medico curante , prima ancora di somministrare farmaci consiglierà di tenere il bambino riguardato e a riposo, prescrivendo che giochi in casa e non all’aperto, e che venga alimentato con cibi leggeri e nutrienti.
In caso di persistenza del dolore e di ulteriori risvegli improvvisi le altre opzioni prevedono un nuovo consulto con il pediatra in vista di dar luogo ad indagini diagnostiche più mirate o, eventualmente, ad un ricovero ospedaliero preventivo.
Un bambino che piange, che non dorme, che accusa mal di testa, mal di pancia, male alle gambe, che si rifiuta di andare a scuola o di fare altre attività, che sembra sempre scontento o poco coinvolto, che manifesta comportamenti ansiosi o aggressivi, improvvise difficoltà di apprendimento o disturbi delle condotte alimentari. Sono queste manifestazioni che disturbano ed allarmano molto i genitori in un’alternanza di sentimenti di preoccupazione ed impotenza, oltre che a volte di fastidio o di imbarazzo.
Cercano allora di trovare una soluzione, rivolgendosi nella stragrande maggioranza dei casi in primo luogo al pediatra. Questi, accanto alla doverosa ricerca di una chiara, definita e circoscritta origine organica del problema dovrebbe dare spazio al racconto (del sintomo o disturbo, ma anche della situazione familiare, della qualità delle relazioni, del particolare momento che stanno attraversando ecc. ecc.) sia dei genitori sia del bambino stesso se è sufficientemente grande. Sarebbe necessario inoltre offrire uno spazio di counselling psicologico primariamente ai genitori (possibilmente e preferibilmente entrambi) e, in seconda battuta anche al bambino stesso, con l’utilizzazione di gioco o disegno e, nel caso di bambini più grandi, di colloqui o test specifici.
Il counselling con i genitori ha la finalità di cercare con loro un’ipotesi di senso del disturbo presentato dal bambino, mettendolo in relazione con la loro storia, la loro relazione, le loro aspettative ed i loro timori. Il doveroso presupposto di partenza è che il disturbo o sintomo non è qualcosa da cancellare e da eliminare ma è invece un importante messaggio (di aiuto, di attenzione, di affermazione, di difficoltà, di rassicurazione) di cui il bambino non è consapevole e che esprime in maniera diretta attraverso il corpo e le emozioni. Già questo rappresenta un importante e significativo momento perché diventa uno spazio di attenzione a lui dedicato, nel quale i genitori sono invitati ad occuparsi del figlio più che a preoccuparsi per lui, senza delegare al tecnico (pediatra, psicologo, neuropsichiatra) un intervento di “messa a posto”. Inoltre questo permette al tecnico di accompagnare i genitori a gettare uno sguardo sul loro bambino, a capire come il suo sviluppo e le sue manifestazioni siano uno specchio della mappa relazionale della famiglia e, per i bambini più grandi, dell’ambiente sociale. Questo spazio inoltre rappresenta per i genitori l’opportunità di capire come il bambino percepisce (e vive) i rapporti intrafamiliari, lo sviluppo psico-fisico e quali sono le sue capacità di elaborare il disagio.
Un lutto, difficoltà economiche, malattie, disaccordi familiari sono tutti elementi che improntano il clima emotivo di una famiglia, in cui un bambino è totalmente immerso e che come una spugna assorbe, elaborandolo alla sua maniera. Quante volte i genitori dicono “il bambino non ne sa niente…non parliamo mai davanti a lui!”, come se il clima emotivo dipendesse solo dalle parole e dai discorsi fatti e non fosse qualcosa di impalpabile che come l’odore, l’umidità non sono controllabili ma ci sono. I bambini dipendono dai genitori, che rappresentano la loro sicurezza, il loro punto di riferimento e quando queste sicurezze vacillano, le reazioni possono essere le più varie. Di paura, di opposizione, di rinuncia, di abbassamento delle difese immunitarie ecc.
Solo se si riesce a collocare le manifestazioni del bambino in questo quadro più articolato e complesso possiamo superare la ristretta ottica della malattia per accogliere una visione più ampia sistemica ed evolutiva.
ll Pediatra frequentemente incontra i bambini che lamentano dolori ricorrenti come coliche addominale ,cefalea , alle orecchie o dolore agli arti, condizioni molto frequenti nell’infanzia.
Il bambino che si lamenta sempre e che piange molto spesso non rientra in una categoria riconducibile ad una eziologia specifica ma rientra piuttosto in una serie di cause diverse che vanno individuate.
Di fronte ad un bambino con dolore ricorrente il pediatra deve seguire un’anamnesi ed un esame obiettivo completi per valutare la possibilità di una ragione organica.
Un’anamnesi accurata può permettere di identificare i segni di possibili fattori psicogeni e prevenire l’esecuzione di procedure diagnostiche non necessarie alla diagnosi in questione.
Di che tipo è la personalità del bambino?
Il dolore ricorrente può presentarsi in bambini ansiosi o depressi.
Il bambino è spesso teso, nervoso, eccessivamente drammatico o perfezionista?
Il bambino è introverso, presenta disturbi del sonno o dell’appetito compatibili con uno stato depressivo?
Potrebbe essere utile condurre una parte dell’intervista con il bambino da solo, per cercare di capre quale sia il clima familiare e se ci siano dei fattori di stress.
Quando si presenta il dolore, se al mattino prima di andare a scuola può essere di origine psicogena il dolore si presenta nel corso del weekend o durante attività piacevoli?
Esistono fattori particolarmente stressanti che fanno scattare il dolore? il dolore inizia dopo contrasti con membri della famiglia o coetanei?
Il dolore si presenta prima di eventi ansiogeni come un esame scolastico o una gara sportiva?
Il bambino si assenta frequentemente da scuola?
L’assenteismo scolastico rappresenta frequentemente un’indicazione della presenza di un problema psicosociale di base gli insegnanti del bambino possono fornire un aiuto considerevole
Questo tipo di approccio trasmette inoltre alla famiglia del bambino l’idea che le loro preoccupazioni sono prese sul serio ponendo quindi le basi per un potenziale intervento psicosociale, spesso più accettabile per la famiglia se si trasmette il messaggio che i sintomi del bambino possono essere correlati allo stress piuttosto che conseguenti a un problema emotivo.
Il dolore di natura organica, invece, si presenta in genere come costante e ben localizzato e può svegliare il bambino dal sonno, come nel caso del dolore addominale da coliche dolorose, o di dolori che possono sopravvenire subito dopo i pasti, dolori alla bocca per stomatosi o per sofferenza ai denti, o conseguenti ad eruzioni cutanee, o provenienti dall’orecchio come nel caso della Parotite.
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