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Ma c’è davvero qualcosa da temere quando si parla di dolcificanti artificiali autorizzati per l’uso alimentare dalle Agenzie regolatorie (ossia la Food and Drug Administration – FDA negli Stati Uniti e l’European Food Security Agency – EFSA in Europa) preposte a garantire sicurezza e salubrità delle sostanze utilizzate per produrre cibi di qualunque tipo? In linea di principio no, perché a essere ammessi all’uso alimentare sono solo i composti per i quali non sono emerse indicazioni di possibili danni per l’organismo umano. Ma è proprio su questo punto che l’American Academy of Pediatrics – AAP non è molto d’accordo e vorrebbe un po’ più di cautela da parte di tutti, istituzioni, produttori e genitori. In base a quanto riportato nel Position statement pubblicato a riguardo sulla rivista scientifica Pediatrics, infatti, mentre per alcuni dolcificanti in uso da più tempo (saccarina, aspartame, acesulfame, sucralosio) si possono ragionevolmente escludere criticità per la salute derivanti da un consumo moderato, per altri di più recente introduzione (come la stevia) le prove a supporto della loro totale innocuità sono ritenute non sufficienti, soprattutto per quel che concerne gli effetti derivanti da un uso prolungato e soprattutto nei bambini.

Non solo. Un aspetto che secondo l’APP dovrebbe essere approfondito riguarda le quantità perché, come si sa, qualunque sostanza può determinare effetti estremamente diversi nell’organismo umano in relazione a quanta se ne assume in un singolo giorno e ripetutamente in giorni successivi per periodi di tempo variabili. Questo è vero anche per lo zucchero comune, che è un’innocua e preziosa fonte di energia pronta all’uso per i muscoli e il cervello quando assunto a basse dosi, ma diventa un nemico della salute metabolica e cardiovascolare quando consumato in quantità eccessive, promuovendo – come noto – condizioni di sovrappeso/obesità, resistenza all’insulina e diabete. Purtroppo, diversamente da quanto avviene per altri nutrienti contenuti nei cibi, per i dolcificanti artificiali non è prevista l’indicazione in etichetta delle quantità (assolute o percentuali) per 100 grammi o per dose di prodotto e ciò impedisce (al consumatore e a chi deve valutare il livello di esposizione individuale/di popolazione) di sapere quanti se ne sta assumendo con la dieta abituale.

A ciò si aggiunga che, contrariamente a quando inizialmente ipotizzato e propagandato, gli studi condotti finora hanno indicato che il consumo di dolcificanti artificiali al posto dello zucchero comune non si associa necessariamente alla perdita di peso, a meno che il loro impiego non rientri in una dieta globalmente sana, bilanciata e finalizzata al dimagrimento. Quindi, optare per bevande o alimenti “a basso contenuto di zuccheri” o in versione “zero”, di per sé, non aiuta a contrastare la crescente diffusione di sovrappeso e obesità, né tra gli adulti né tra i bambini.

A fronte di queste considerazioni, pur senza voler generare irragionevoli allarmismi, i pediatri americani ritengono che sia necessario condurre studi più approfonditi per valutare gli effetti a lungo termine dei diversi dolcificanti artificiali, anche in funzione dei livelli di assunzione da parte dei bambini, e che i genitori dovrebbero essere meglio informati sulle proprietà e, soprattutto, sulle quantità dei dolcificanti artificiali contenuti nei prodotti alimentari industriali in commercio, per supportare scelte consapevoli ed evitare assunzioni eccessive.

Fonte:

CM Baker-Smith et al. The Use of Nonnutritive sweeteners in Children – American Academy of Pediatrics (AAP) Policy Statement. Pediatrics 2019;114(5):e20192765; doi:10.1542/peds.2019-2765 (www.aap.org/en-us/about-the-aap/aap-press-room/Pages/American-Academy-of-Pediatrics-Looks-at-Use-of-Nonnutritive-Sweeteners-by-Children.aspx; pediatrics.aappublications.org/content/early/2019/10/25/peds.2019-2765)

 

 

 

 

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