Sarà colpa della primavera, del caldo dell’estate, della mestizia dell’autunno o del freddo dell’inverno. Di certo, le condizioni atmosferiche e i cambi di stagione possono contribuire in modo non trascurabile a farci sentire stanchi, rallentati e giù di tono. Ma le ragioni alla base di una spossatezza non commisurata al reale impegno fisico e mentale quotidiano e che persiste per più di qualche giorno possono essere legate anche alla presenza di disturbi e malattie che richiedono terapie specifiche. Per questo, la stanchezza protratta dovrebbe essere sempre segnalata al medico e approfondita con qualche esame mirato. A meno che non si tratti di semplice debito di sonno, dovuto a notti troppo brevi. Un elenco delle principali cause e qualche indicazione per contrastarle.
Mese: Giugno 2019
Come gestire al meglio il diabete
Alimentazione sana e bilanciata, povera di zuccheri semplici e con apporto calorico compatibile con il peso da mantenere o da ridurre; attività fisica regolare, senza eccessi; corretta assunzione quotidiana dei farmaci ipoglicemizzanti orali o dell’insulina prescritti dal medico; controlli periodici. Sono queste le chiavi per riuscire a tenere sotto controllo il diabete di tipo 2 in modo ottimale ed evitare di veder peggiorare la glicemia e sviluppare complicanze che possono danneggiare l’apparato cardiovascolare, i reni, gli occhi e i nervi periferici. Per non sbagliare, ecco una scheda dettagliata degli aspetti pratici di gestione quotidiana della malattia.
Cos’è l’epiglottite?
L’epiglottite è un’infezione acuta, più frequente dai 3 ai 6 anni. I sintomi mostrati durante l’insorgenza dell’epiglottite sono febbre, stato settico, postura obbligata, disfagia, voce afona, dispnea e scialorrea. È importante evitare ogni manovra che possa agitare il bambino, non coricarlo sul letto, non allontanarlo dai genitori, non eseguire prelievi di sangue e non ispezionare il capo orale.
Gli esami da eseguire sono la radiografia laterale del collo, rinofaringoscopia con fibre ottiche ed emocoltura prima della terapia.
Fonte: Emergenze Mediche in Pediatria di Mediserve a cura di Maurizio Vanelli
Contusioni: cosa fare?
Le contusioni si formano quando un oggetto smusso colpisce alcune parti del corpo, rompendo i vasi ematici sottocutanei. Non c’è fuoriuscita di sangue e solitamente le contusioni si presentano tumefatte e dolenti, limitando la funzione della parte del corpo colpita.
Cosa fare?
- Applicare un impacco di ghiaccio per 20 minuti, evitando di metterlo direttamente sulla pelle. Proteggere la cute della vittima mettendo un indumento bagnato tra il ghiaccio e la cute.
- Se ad essere coinvolti sono braccia o gambe, applicare un bendaggio elastico con molti tamponi di garza.
- Controllare se è presente una frattura.
- Mantenere il braccio o la gamba lesi, al di sopra del livello del cuore, in modo da ridurre il dolore ed il gonfiore.
- Trasferire il paziente al pronto soccorso in caso di contusioni che appaiono senza un apparente ragione o se si sospetta una frattura o un’emorragia interna.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Batteri intestinali schierati a combattere l’ansia
L’intestino umano ospita miliardi di batteri che nel loro complesso formano il microbiota intestinale, il cui ruolo cruciale nella digestione è noto da tempo. Ma un numero crescente di evidenze scientifiche sta evidenziando che questi microrganismi influenzano anche il nostro comportamento e persino il nostro cervello. Ora, gli autori di una nuova revisione sistematica mostrano che determinare un cambiamento nella nostra flora intestinale può costituire un metodo efficace per alleviare i sintomi degli stati ansiosi.
I ricercatori della Scuola di Medicina dell’Università Jiao Tong di Shanghai hanno analizzato 21 studi incentrati su interventi per trattare l’ansia attraverso la modulazione dei batteri intestinali. La revisione, che ha coinvolto 1.503 soggetti ed è stata pubblicata sulla rivista General Psychiatry, ha confermato che alcuni approcci sono davvero efficaci.
Per manipolare i batteri intestinali nei partecipanti, sono stati usati due approcci principali: in sette degli studi inclusi nell’analisi è stato modificato il regime alimentare dei pazienti, mentre negli altri 14 sono stati somministrati supplementi probiotici. I probiotici, a cui spesso ci si riferisce come “batteri buoni”, si trovano in determinati alimenti e possono aiutare a riequilibrare una flora intestinale impoverita. Degli studi sui probiotici, sette hanno usato un solo tipo di batteri, due ne hanno impiegati due tipi, mentre i rimanenti cinque hanno fatto ricorso a tre o più ceppi batterici.
In tutti gli studi esaminati, i ricercatori cinesi hanno rilevato un effetto positivo; in alcuni casi è stato di entità modesta, ma in undici di loro si è avuto un marcato miglioramento dei sintomi di ansia: cinque attraverso l’approccio probiotico e sei con quello dietetico. La revisione ha anche permesso di migliorare la nostra conoscenza riguardo alla combinazione dei tradizionali farmaci per l’ansia con l’intervento sui batteri intestinali: a questo propósito, gli autori hanno scoperto che i miglioramenti si sono avuti solo affiancando ai farmaci gli interventi dietetici e non con l’assunzione di probiotici.
Presi da soli, gli interventi sulla dieta hanno avuto un tasso di efficacia dell’86%, che potrebbe essere correlata alla crescita più efficace di diversi tipi di batteri in seguito al cambiamento del regime alimentare. Riguardo invece all’integrazione con probiotici, gli esperti ipotizzano che i batteri presenti negli integratori potrebbero entrare in competizione gli uni contro gli altri e non produrre di conseguenza le modifiche desiderate al microbioma intestinale. È anche possibile che solo alcuni tipi di batteri facciano la differenza e individuarli sarà compito delle prossime ricerche.
Yang B, Wei J, Ju P et al. Effects of regulating intestinal microbiota on anxiety symptoms: A systematic review
General Psychiatry 2019;32:e100056.
Traumi da usura: questi i più comuni
Alcune s per chi passa troppe ore al computer e usa il mouse; altre a quella sportiva, come l’epicondilite del gomito tipica dei tennisti (ma non solo), il “ginocchio del saltatore” o la fascite plantare che interessa frequentemente i runner. Certo è che, in tutti i casi, le lesioni da usura sono subdole nell’insorgenza e fastidiose da gestire, perché tendono a ritornare spesso se l’attività che le causa non viene interrotta o fortemente limitata. Ecco una panoramica delle problematiche più diffusesu questo fronte e alcuni consigli per evitarle, a partire dal riscaldamento e dal buon senso.
Come curare l’encefalite
L’encefalite è un processo infiammatorio del sistema nervoso centrale nel quale la maggior area è il parenchima cerebrale. Se sono coinvolte anche le radici spinali, sensoriali e motorie, viene utilizzato il termine di radicolite. Sono nel 25% dei casi si può identificare una eziologia precisa. La maggior parte dei casi, infatti, è di origine virale. Altre cause possono essere allergiche o di assorbimento di sostanze tossiche.
Alcuni bambini all’inizio possono sembrare solo modicamente interessati, ma poi evolve rapidamente verso lo stato di coma fino alla morte. Nel caso sia diagnosticata l’encefalite Erpetica il trattamento è aspecifico ed empirico e deve essere indirizzato al mantenimento delle funzioni vitali e di supporto. Fin quando una causa batterica o un ascesso cerebrale non sono stati esclusi si può iniziare con una terapia antimicrobica.
Tutti i pazienti con grave sintomatologia devono essere monitorati in un Reparto di Terapia Intensiva. È necessario effettuare gli stessi esami di laboratorio attuati per le meningiti, compresa la puntura lombare.
Cranberry: un aiuto contro l’antibioticoresistenza?
Le resistenze agli antibiotici sono in continua crescita a livello globale e, in Italia, la situazione è tra le più gravi in Europa, con molti batteri temibili ormai inattaccabili da gran parte degli antibiotici disponibili. In base ai dati dell’European Center for Diseases prevention and Control (ECDC), nel nostro Paese si registra 1/3 di tutti i decessi (10.000 morti/anno) correlati all’antibioticoresistenza sul territorio europeo: nell’area UE/EAA, una situazione di gravità analoga riguarda soltanto Grecia, Croazia, Bulgaria e Ungheria.
Oltre a raccomandare di utilizzare di meno e meglio gli antibiotici in commercio per preservarne l’efficacia e a cercare di individuare nuovi farmaci più attivi contro i batteri (lavoro lungo, complesso e raramente coronato da successo), i ricercatori stanno testando la possibilità di potenziare l’azione degli antibiotici in uso o di restaurarne l’attività batteriostatica/battericida combinandoli con altri composti.
Tra le strategie di questo tipo che potrebbero aiutare a superare il problema, ce n’è una basata su una proteina contenuta nelle invitanti bacche rosse del cranberry: pianta nota anche come “mirtillo rosso americano” od “ossicocco americano” e già sfruttata da tempo per la sua azione favorevole contro le infiammazioni delle basse urinarie femminili (in aggiunta all’eventuale terapia specifica indicata dal medico).
In particolare, uno studio pubblicato su Advance Science indica che la proteina pro-antocianidina (c-PAC) contenuta nel cranberry è in grado di interferire con due importanti meccanismi di resistenza sviluppati dai microrganismi patogeni: la permeabilità selettiva di membrana, che permette ai batteri di non assorbire o assorbire in quantità minima l’antibiotico che dovrebbe ucciderli; il “pompaggio” attivo verso l’esterno della cellula batterica delle molecole di antibiotico già assorbite, prima che riescano a fare danni. Riducendo l’efficacia di questi due meccanismi difensivi, c-PAC avrebbe l’effetto di aumentare la risposta agli antibiotici da parte dei microrganismi patogeni.
L’effetto protettivo di c-PAC è stato evidenziato in test in vitro e in vivo su alcuni dei batteri più pericolosi per la salute umana in caso di infezione e più frequentemente resistenti ai farmaci disponibili, come Escherichia coli (responsabile soprattutto di infezioni gastrointestinali severe e potenzialmente letali, specie in bambini, anziani e persone con difese immunitarie ridotte), Pseudomonas aeruginosa (causa di infezioni delle vie aeree, urinarie e oculari difficili da contrastare, otiti severe, endocarditi e setticemie spesso letali) e Proteus mirabilis (all’origine soprattutto di gravi infezioni delle vie urinarie).
Nel caso di E. coli e P. aeruginosa, c-PAC si è dimostrata in grado, oltre che di prevenire lo sviluppo della resistenza alle tetracicline, anche di ridurre la tendenza di questi batteri a formare biofilm sulla superficie degli organi target. La formazione di biofilm, ossia di patine dense e compatte di batteri strettamente adesi alle mucose e interagenti tra loro, è un meccanismo di colonizzazione che i microrganismi utilizzano per aumentare la loro capacità di sopravvivenza, riducendo la possibilità dei farmaci di attaccarli e ucciderli. Ostacolare la formazione dei biofilm, quindi, equivale a rendere i batteri più isolati e fragili.
Se queste evidenze iniziali potranno essere convertite in un farmaco combinato contenente un antibiotico e la proteina del cranberry resta da valutare, ma la strada aperta è sicuramente interessante e autorizza a sperare.
Fonte
Maisuria VB et al. Proanthocyanidin Interferes with Intrinsic Antibiotic Resistance Mechanisms of Gram-Negative Bacteria. Advance Science 2019; doi:10.1002/advs.201802333 (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1002/advs.201802333)
Le crisi convulsive: cosa fare?
Una crisi convulsiva è il risultato di un’improvvisa stimolazione elettrica del cervello. Le crisi convulsive spesso non sono così gravi come sembrano. Le condizioni patologiche che possono causare una crisi convulsiva sono: epilessia, colpo di calore, avvelenamento o reazioni a farmaci, ipoglicemia, febbre elevata, lesioni cerebrali, tumori o ictus e shock elettrico.
Le crisi epilettiche possono essere convulsive e non, a seconda dell’area cerebrale interessata dalla disfunzione.
Le crisi epilettiche convulsive sono quelle attraverso cui la persona va incontro a convulsioni che durano dai 2 ai 5 minuti, con spasmi muscolari e perdita della coscienza.
Le crisi epilettiche non convulsive, invece, possono manifestarsi attraverso la fissità dello sguardo che dura solo pochi secondi, di un movimento involontario del braccio o di un periodo di movimento automatico.
Cosa fare?
- È necessario appoggiare la testa del paziente su un superfice soffice.
- Allentare gli indumenti stretti intorno al collo e non mettere niente tra i denti della vittima durante l’attacco.
- Girare la vittima sul fianco.
- Nel momento in cui l’attacco epilettico termina, offrire aiuto e evitare di imbarazzare il paziente.
- È necessario portare il paziente in ospedale se la crisi convulsiva dura più di 5 minuti, se si tratta di un soggetto non epilettico, se il recupero è lento o se la persona è incinta.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Eliminare la pancetta, senza sforzarsi troppo
Se non vi siete preparati per tempo alla prova costume, ormai è un po’ tardi per correre ai ripari. Ma se l’obiettivo è limitato alla perdita di qualche chilo e non ci si dà scadenze troppo ristrette, l’estate è proprio il momento migliore per rivedere le proprie abitudini alimentari e di stile di vita, complici il caldo (che fa preferire cibi freschi, ricchi di fibre, poveri di grassi e a basso apporto calorico, come frutta, verdura e pesce), le maggiori occasioni di praticare attività fisica (evitando di farlo quando il clima è troppo afoso) e il relax (che aiuta a evitare eccessi alimentari promossi dallo stress più che dalla fame). Se volete qualche suggerimento in più su come fare, lo trovate qui.
Endoscopia urgente in pediatria
L’endoscopia digestiva con strumenti a fibre ottiche è considerata una tecnica di routine anche nell’età pediatrica. L’esame spesso deve essere eseguito con urgenza, entro 24-48 ore dall’insorgenza dell’evento che ne ha richiesto l’esecuzione. L’endoscopia alta viene eseguita quando si è difronte ad emorragie del tratto gastrointestinale superiore, sospette ingestioni di caustici, ingestioni di corpi estranei, melena e varici esofagee.
Le procedure per l’esame endoscopico sono: assunzione Diazepam, anestesia generale, terapia trasfusionale in caso di anemia acuta, lavaggio endogastrico in caso di sanguinamento e pulizia intestinale con rettoclisi di soluzione fisiologica.
In tutti i casi è indispensabile eseguire: emocromo, PLT, emogruppo, glicemia, azotemia, elettroliti, p-Colinesterasi, PTT, CPH, ECG.
Fonte: Emergenze Mediche in Pediatria di Mediserve a cura di Maurizio Vanelli
Amate mangiare al ristorante? Attenzione ai batteri
di Rosanna Feroldi
Il problema si fa “caldo” soprattutto in estate, quando l’aumento delle temperature facilita la moltiplicazione dei batteri naturalmente presenti nei cibi e di quelli che possono contaminarli accidentalmente in fase di preparazione o conservazione. Ma, in realtà, il rischio di tossoinfezioni alimentari è presente durante tutto l’anno e nessun ristorante, bar, gelateria o fast food ne è del tutto esente, nonostante il rispetto di adeguate norme igieniche, perché i microrganismi sono ovunque e impossibili da eliminare al 100%. Come fare per proteggersi senza rinunciare a pranzi e cene fuori casa? Trovate qui qualche indicazione su come prevenire spiacevoli inconvenienti.
Dolore addominale: cosa fare?
Molte malattie possono causare dolore addominale, ma alcune condizioni possono mettere in pericolo di vita il paziente, e quindi richiedono il trattamento chirurgico.
Cosa fare?
- È necessario che la vittima non mangi o beva nulla.
- Non dare lassativi e farmaci antidolorifici alla vittima.
- Se il dolore è di tipo bruciante, somministrare un antiacido.
- Il paziente deve mantenere una posizione confortevole, generalmente con le ginocchia piegate.
- Chiedere l’intervento di un’ambulanza se il dolore è accompagnato da lesione addominale, fece ematiche, febbre, gravidanza o se il dolore dura più di 12 ore.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Melanoma, dubbi sullo screening generalizzato ma tutti d’accordo sull’importanza della prevenzione
Siccome i casi di melanoma sono in continuo aumento, ormai da qualche anno ai cittadini statunitensi viene chiesto di sottoporsi a screening precoce per questo tumore della pelle così pericoloso. Ma alcuni dermatologi si chiedono se lo screening generalizzato di persone senza sintomi abbia comportato una sovradiagnosi, con carichi d’ansia e trattamenti inutili. Un resoconto del dibattito in corso è stato riportato su Medscape, il portale dedicato alla divulgazione medico-scientifica.
Mentre il numero di casi di melanoma diagnosticati negli Stati Uniti è raddoppiato dal 1982 al 2011 e continua a crescere, i tassi di mortalità sono diminuiti solo leggermente. Dal 2007 al 2016, i decessi per melanoma sono scesi del 4% negli adulti fino a 50 anni e del 2% nelle persone di età superiore.
«Il grande aumento dei melanomi diagnosticati dovrebbe essere associato a un forte calo della mortalità – sostiene Ade Adamson, dermatologo e professore presso la University of Texas – ma si tratta di una discussione molto delicata perché siamo portati a credere che lo screening di persone sane e la diagnosi precoce salverà delle vite, indipendentemente dal tipo di cancro».
Secondo Adamson, i progressi tecnologici contribuiscono alle diagnosi eccessive, e porta l’esempio degli strumenti di scansione della pelle che rilevano piccoli cambiamenti che l’occhio non può vedere: ma anche per un esperto è difficile, a volte impossibile, distinguere la lesione maligna di un melanoma da una benigna nelle sue prime fasi. Ne possono derivare danni come diagnosi errate, sovradiagnosi, effetti estetici dovuti alle biopsie ed effetti collaterali associati ai farmaci, oltre all’inevitabile disagio psicologico per i pazienti.
C’è però chi la pensa diversamente. Joel Cohen, portavoce della American Academy of Dermatology, ritiene che la diagnosi precoce sia assolutamente essenziale: «intercettare un melanoma molto piccolo è qualcosa da festeggiare». Del resto, secondo i dati forniti dalla American Society of Clinical Oncology, i tassi di sopravvivenza a cinque anni per le persone il cui melanoma viene rilevato precocemente sono del 92%; invece, se il tumore si è diffuso ad altre parti del corpo, la percentuale scende al 23%.
Tuttavia, gli esperti sono tutti d’accordo su un fatto: la prevenzione è il primo importante passo per evitare il cancro della pelle. L’American Academy of Dermatology esorta tutti a seguire alcuni comportamenti: limitare l’esposizione al sole, specie nelle ore centrali della giornata; indossare indumenti protettivi come cappelli a tesa larga, occhiali da sole, pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe; applicare generosamente una crema solare resistente all’acqua, ad ampio spettro e con fattore di protezione 30 o superiore, anche nei giorni nuvolosi; riapplicare la protezione solare ogni due ore; evitare lettini abbronzanti e far controllare la pelle per individuare macchie nuove o sospette.
Emiplegie acute nei bambini
I sintomi delle emiplegie acute possono essere emianestesia, emianopsia ed afasia. La comparsa dei sintomi è improvvisa e raggiunge il suo apice nel giro di poche ore. La comparsa di emiplegia può essere preceduta o seguita da crisi convulsive generalizzate e può accompagnarsi a disturbi dello stato di coscienza, vomito e cefalea.
Nelle forme epilettiche cosi come per il diabete, le infezioni e i traumi, un’accurata inchiesta anamnestica è indispensabile per individuare le cause che hanno condotto alla comparsa di emiplegia. I problemi cerebrovascolari sono più difficili da diagnosticare e presentano un corredo semeiologico simile ad un’emicrania emiplegica.
Non è disponibile un trattamento d’urgenza, ma esistono norme generali che servono al controllo clinico del paziente: idratazione, monitoraggio, correzione dell’ipossia e correzione delle emoconcentrazione.
Fonte: Emergenze Mediche in Pediatria di Mediserve a cura di Maurizio Vanelli
Sogni d’oro per giorni brillanti
Per chi già fatica a dormire durante il resto dell’anno, l’arrivo dell’estate, con le sue giornate luminose, le sere con gli amici che non vorrebbero mai finire, il caldo, le zanzare, i rumori dalle finestre aperte o il fresco artificiale del condizionatore con le finestre chiuse, può rendere davvero difficile riuscire a riposare bene per un numero di ore sufficiente. E l’esito delle notti agitate o troppi brevi si sconta al mattino, quando alzarsi diventa uno sforzo e ogni impegno sembra titanico. Ma migliorare la situazione si può. Ecco 20 consigli per rendere il vostro sonno prolungato, profondo e rigenerante.
Dolore toracico: cosa fare quando si presenta?
Il dolore toracico può presentarsi attraverso numerose cause:
- Dolore muscolare o costale da esercizio fisico o lesioni. Il paziente può sentire dolore muovendosi e solo il riposo e l’assunzione dell’aspirina possono procurare sollievo.
- Infezione respiratoria o lesione polmonare, che peggiorano con la tosse e respiro profondo.
- Le indigestioni, accompagnate da nausea, eruttazione e pirosi. Questo dolore può essere alleviato con gli antiacidi.
- Attacco cardiaco.
- Angina pectoris, attraverso cui il dolore è la conseguenza di un esercizio fisico, esposizione a basse temperature ed emozioni. È raro che duri più di 5 minuti e può essere alleviato con la nitroglicerina.
Cosa fare?
- Nel caso in cui si presenti l’angina pectoris bisogna stabilire se il paziente porta con sé farmaci prescritti dal suo medico. In questo caso, se è cosciente, aiutarlo a prenderli.
- Se il dolore scompare in 10 minuti sospettare un’angina. Se dura più di 10 minuti, sospettare un attacco cardiaco.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Allergie e disturbi dell’umore, un curioso legame
Chi soffre di allergie respiratorie abbastanza intense difficilmente può essere di buon umore quando si trova in ambienti o periodi in cui gli allergeni critici sono abbondanti e i sintomi diventano così fastidiosi da impedire di svolgere serenamente le attività quotidiane, concentrarsi o dormire bene. Occhi infiammati e lacrimanti, naso che cola, pruriti e arrossamenti localizzati o diffusi, difficoltà respiratorie, fino a episodi di asma allergica, possono mettere a dura prova anche le persone con l’attitudine più positiva nei confronti della vita.
Uno studio tedesco coordinato dall‘University Center for Health Sciences – University Hospital Augsburg (UNIKA-T) segnala che la correlazione tra allergie respiratorie e disturbi dell’umore potrebbe essere anche più profonda e complessa, ma soprattutto biunivoca. Partendo da evidenze recenti che hanno indicato l’esistenza di un legame tra profilo psicologico e dermatite o asma allergiche, i ricercatori hanno cercato di capire se depressione, ansia e stress mentale possono aumentare la predisposizione a sviluppare allergie respiratorie stagionali ai pollini o nei confronti di allergeni perenni (ossia sempre presenti nell’ambiente, come muffe, acari e peli di animali), allergie alimentari o ai farmaci.
Ebbene, dall’analisi dei diversi tipi di allergie presenti nella popolazione dell’area di Augusta (Germania) incrociata con la valutazione dello stato psicologico delle quasi 1.800 persone coinvolte, è emerso che chi soffre di depressione presenta più spesso anche allergie respiratorie ad allergeni perenni mentre chi tra soffre di disturbi d’ansia sono più diffuse le allergie stagionali ai pollini.
Viceversa, chi soffre di allergie respiratorie perenni sembrerebbe essere protetto dallo sviluppo di ansia: un risultato che, secondo i ricercatori, potrebbe essere legato al fatto che chi deve confrontarsi costantemente con l’allergia respiratoria sviluppa strategie psicologiche protettive, che lo rendono meno sensibile nei confronti di ulteriori fattori di stress esterno, alla base dell’ansia. Come se, per riuscire a convivere con i sintomi allergici e le limitazioni che impongono, si diventasse globalmente un po’ “zen”, adottando un atteggiamento più rilassato in tutti gli ambiti della vita.
Riguardo alla depressione, invece, le ragioni alla base della correlazione con le allergie perenni è decisamente poco chiara, nel senso che non si sa se sia il disturbo dell’umore a predisporre allo sviluppo dell’allergia o la presenza dell’allergia a deprimere. La seconda ipotesi non va sicuramente banalizzata, ma anche la prima potrebbe avere un razionale, poste le note interferenze dei disturbi dell’umore con la funzionalità del sistema immunitario (dimostrate in vari studi, ma ancora da precisare nel dettaglio).
La ricerca tedesca non ha, invece, rilevato alcuna associazione tra allergie alimentari o a farmaci e riduzione del benessere psicologico. Un risultato che, almeno nel primo caso, un po’ sorprende, dal momento che dover eliminare alcuni o molti cibi dalla dieta può creare una certa frustrazione e non pochi problemi pratici nella vita quotidiana, specie se si mangia fuori casa o si viaggia per lavoro o per piacere.
Ulteriori studi, già pianificati, permetteranno di capire meglio come dialogano psiche e sistema immunitario, portando – si spera – a nuove strategie per proteggere sia dalle allergie sia dai disturbi psicoemotivi che possono accompagnarle: due problemi di salute sempre più diffusi, che riguardano ormai circa un quarto della popolazione occidentale.
Fonte
Harter K et al. Different Psychosocial Factors Are Associated with Seasonal and Perennial Allergies in Adults: Cross-Sectional Results of the KORA FF4 Study, International Archives of Allergy and Immunology 2019; doi:10.1159/000499042 (https://www.karger.com/Article/Abstract/499042)
Liste di attesa
Mi è stato risposto che non accettano prenotazioni fino a tutto dicembre e che non hanno ancora le disponibilità per le liste di gennaio. E’ vero che non è possibile chiudere le prenotazioni per le prestazioni sanitarie?
Sì, chiudere le prenotazioni (fenomeno delle liste d’attesa bloccate), è una pratica vietata dalla Legge Finanziaria 2006, L. n. 266/05. Le Regioni possono applicare in tali casi, ai responsabili della violazione, addirittura un’ammenda da euro 1000 a euro 6000.
2. Cosa posso fare quindi se al momento della prenotazione mi comunicano che la lista d’attesa per la prestazione di cui ho necessità è bloccata?
Quando ti trovi di fronte ad una lista bloccata ti suggeriamo di:
- Segnalare il fatto inviando tramite A/R alla Direzione Generale dell’Azienda Sanitaria, all’Assessorato alla Sanità della tua Regione e a Cittadinanzattiva il modulo per richiedere lo sblocco delle liste e l’applicazione dell’ammenda;
- Chiamare il CUP per conoscere quali altre strutture possono erogare la prestazione.
3. E’ vero che sono stati fissati i tempi massimi per tutte le prestazioni sanitarie?
No, il Nuovo Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa 2010-2012 ha fissato a livello nazionale i tempi massimi solo per 58 prestazioni sanitarie tra diagnostica, specialistica ambulatoriale (prime visite o primi esami diagnostici) e per alcuni ricoveri.
Le Regioni a loro volta recepiscono il Piano Nazionale indicando, in un proprio atto, le prestazioni garantite ed i relativi tempi massimi d’erogazione in ciascuna regione.
4. Dove posso trovare l’elenco delle 58 prestazioni e i relativi tempi massimi d’attesa?
Il dettaglio delle prestazioni individuate dal Piano Nazionale può essere visionato nella sezione approfondimenti.
Per le disposizioni regionali puoi consultare il sito della tua Regione di appartenenza o rivolgerti all’Ufficio Relazioni con il Pubblico della tua ASL.
5. In caso di superamento dei tempi massimi, cosa accade?
Il Nuovo Piano Nazionale per le liste d’attesa prevede che in caso di mancato rispetto dei tempi massimi l’Azienda debba provvedere ad indicare le strutture pubbliche o private accreditate (convenzionate) che assicurano il rispetto della tempistica; nel caso nessuna struttura pubblica o convenzionata sia in grado di erogare la prestazione, l’Azienda sanitaria deve autorizzare la prestazione in regime intramurario (intramoenia). In questo caso il cittadino non deve sostenere alcun onere economico aggiuntivo, se non l’eventuale ticket (se non esente).
6. Nel caso di superamento dei tempi massimi, quindi, cosa devo fare?
Il suggerimento è di inviare il modulo per chiedere l’individuazione della struttura pubblica o convenzionata in grado di erogare la prestazione di diagnostica o specialistica entro i tempi massimi stabiliti o autorizzare la prestazione in intramoenia senza oneri aggiuntivi oltre al ticket. Nel caso di superamento dei tempi massimi per le prestazioni di ricovero puoi utilizzare questo modulo.
7. E’ vero che un medico può certificare che la prestazione è urgente?
Sì, il nuovo Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa prevede la possibilità per il medico (medico del servizio pubblico, medico di famiglia, pediatra, guardia medica) di applicare un codice di priorità alla prestazione richiesta. Sulla ricetta potrà quindi indicare il codice U (urgente) per cui la prestazione dovrà essere erogata entro 72 ore, B (breve) entro 10 giorni, D (differibile) entro 30 giorni le visite e 60 giorni la gli esami diagnostici, P programmabile.
8. Il cittadino come può conoscere i tempi di erogazione delle prestazioni della propria asl?
Ogni azienda sanitaria locale o azienda ospedaliera deve redigere il piano aziendale attuativo e di questo deve dare opportuna “diffusione” ai cittadini; deve essere infatti disponibile presso i centri di prenotazione, i siti web aziendali e gli URP.
9. Cosa succede se una prestazione non è compresa nel piano di governo dei tempi d’attesa e i tempi che mi ha prospettato il CUP sono troppo lunghi?
Se nessuna struttura sul territorio è in grado di effettuare quella prestazione in tempi congrui, ed una certificazione medica attesta l’incompatibilità dell’attesa con le tue condizioni di salute, puoi inviare il modulo. Dovrai inviare il modulo alla direzione generale della Asl e all’Assessorato alla Sanità della tua Regione, allegando il certificato attestante l’incompatibilità dell’attesa attraverso una raccomandata con ricevuta di ritorno.
10. Voglio effettuare la prestazione solo in una struttura, un grande ospedale, ma ho verificato che non rispetta i tempi massimi previsti. Cosa posso fare?
Se decidi di recarti solo ed esclusivamente in una struttura, ma altre strutture nella tua ASL sono in grado di erogare quella stessa prestazione nel rispetto dei tempi massimi, non ci sono alternative: devi attendere il tuo turno.
Il consiglio è quello di contattare sempre il CUP al fine di individuare la struttura che eroghi la prestazione nel minor tempo possibile oppure parlarne con il tuo medico per valutare se le attese sono compatibili con le tue necessità!!!
11. Devo svolgere una visita di controllo ma i tempi comunicati superano quelli pubblicati nel piano: è legale?
Il Piano ha fissato tempi massimi per prestazioni diagnostico-specialistiche in regime ambulatoriale solo per le prime visite e primi esami diagnostici ovvero per quelle prestazioni volte ad individuare una diagnosi; restano quindi esclusi i controlli periodici.
12. Se la prestazione che devo eseguire è inserita nel piano di governo ma è un controllo e non una prima visita ed ho necessità di avere la prestazione in tempi più brevi cosa posso fare?
Se l’attesa prospettata dal CUP risulta incompatibile con le tue necessità parlane con il tuo medico che eventualmente provvederà a certificare la necessità della prestazione in tempi più brevi. Utilizza il modulo ed allega la certificazione del medico che attesta l’incompatibilità dei tempi.
13. Esistono percorsi di accesso preferenziali per alcune aree cliniche di particolare impatto per la salute dei cittadini?
Sì esistono i percorsi diagnostico terapeutici (PDT)
Il nuovo Piano di contenimento sui tempi di attesa stabilisce che le Regioni sono tenute ad avviare dei percorsi di accesso preferenziali (PDT ovvero percorsi diagnostico terapeutici) per 2 aree mediche in particolare: l’area cardiovascolare e quella oncologica.
- La prima visita specialistica (visita cardiologia o oncologica) va eseguita entro 30giorni;
- Dovranno essere stabiliti tempi di attesa adeguati tra la definizione del problema (diagnosi) e l’esecuzione dell’atto terapeutico. Comunque l’attesa non potrà essere superiore a 30 giorni.
14. Nel prenotare una visita specialistica di cui ho bisogno in breve tempo, mi hanno prospettato un tempo d’attesa di molti mesi. Cosa posso fare?
Il nuovo Piano Nazionale di Governo delle Liste d’attesa (Gazzetta ufficiale 23/11/2010 supplemento ordinario n 274) garantisce l’erogazione di 58 prestazioni entro tempi massimi precisi.
Fonte: Cittadinanzattiva
Che cosa fa davvero il sole alla pelle?
di Rosanna Feroldi
Che la tanto amata abbronzatura non sia un segno di salute come a lungo (e forse ancora) è stata percepita dai più, ma soltanto la reazione difensiva della pelle nei confronti del danno inferto dai raggi solari dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. Ma quanto siete veramente informati dei rischi che fate correre alla vostra pelle (e alla vostra salute in generale) quando vi esponete ai raggi ultravioletti (UVA e UVB), naturali o artificiali, senza aver preso le indispensabili precauzioni? Testate le vostre conoscenze con questo quiz. Ma, soprattutto, ricordate di usare sempre protezioni solari di alta qualità e adatte al vostro fototipo.
L’effetto del microbiota intestinale sui farmaci
Negli ultimi anni il microbiota intestinale, ossia l’insieme dei microrganismi che ospitiamo nel nostro intestino e con i quali interagiamo costantemente, sta suscitando un estremo interesse in considerazione degli effetti positivi che ha sull’organismo quando è sano e dei disturbi che possono insorgere quando sono presenti disequilibri (detti “disbiosi”). Dati recenti indicano che il microbiota intestinale è in grado di influenzare una molteplicità di processi metabolici e di modulare la nostra risposta alle sostanze introdotte dall’esterno, compresi i farmaci. In pratica, quindi, gli effetti delle terapie che assumiamo non dipendono soltanto dalle caratteristiche del nostro corpo, ma anche da quelle dei batteri con cui conviviamo. Lo studio in merito.
Diagnosticare e trattare le malattie della pelle senza inciderla, nuova tecnologia dal Canada
I ricercatori della University of British Columbia di Vancouver, in Canada, hanno sviluppato un microscopio molto speciale, che ha la capacità potenziale di diagnosticare malattie come il cancro della pelle ed eseguire interventi chirurgici estremamente precisi, il tutto senza incidere l’epidermide.
«La nostra tecnologia – ha spiegato Yimei Huang, uno degli autori dello studio, pubblicato su Science Advances – ci permette di scansionare rapidamente i tessuti e, quando vediamo una struttura cellulare sospetta o anomala, possiamo eseguire un intervento chirurgico ultra-preciso e trattare selettivamente la struttura indesiderata o malata all’interno del tessuto, senza tagliare la pelle».
Il dispositivo è un tipo di microscopio a eccitazione multifotonica che consente l’imaging di tessuti viventi fino a circa un millimetro di profondità utilizzando un raggio laser infrarosso ultraveloce. Ciò che distingue il microscopio dalla tecnologia precedente è che è in grado non solo di digitalizzare il tessuto vivente, ma anche di trattarlo intensificando il calore prodotto dal laser.
I ricercatori hanno voluto rendere la tecnologia del microscopio multifotone più versatile aumentando allo stesso tempo la sua precisione, riuscendo a identificare quello che accade sotto la pelle da diverse angolazioni.
Quando viene applicato al trattamento di malattie della pelle, il microscopio consente ai medici di individuare la posizione esatta dell’anomalia, diagnosticarla e trattarla immediatamente. Potrebbe essere usato per trattare qualsiasi struttura del corpo che viene raggiunta dalla luce e che richiede un trattamento estremamente preciso, inclusi i nervi o i vasi sanguigni nella pelle, negli occhi, nel cervello o in altre strutture vitali.
«Siamo in grado di modificare il percorso dei vasi sanguigni senza colpire nessuno dei vasi o tessuti circostanti – ha detto Harvey Lui, altro autore dello studio e professore presso il dipartimento di Dermatologia e scienze della pelle presso la University of British Columbia – Per diagnosticare e analizzare malattie come il cancro della pelle, questo potrebbe essere rivoluzionario».
Huang Y, Wu Z, Lui H et al. Precise closure of single blood vessels via multiphoton absorption–based photothermolysis. Sci Adv. 2019 May 15;5(5):eaan9388.
Come trovare gli occhiali giusti per ogni occhio
Oltre che un indispensabile ausilio medico per chi ha difetti visivi e un mezzo irrinunciabile per proteggere gli occhi dai raggi solari, gli occhiali negli ultimi anni sono sempre più diventati un accessorio di moda e un oggetto centrale nel definire lo stile personale. Fatto assolutamente lecito, a patto di non anteporre l’estetica alla funzione. Il tipo di occhiale ideale per ogni occhio deve infatti sempre presentare caratteristiche in linea con lo scopo per il quale viene indossato e lenti di ottima qualità, anche se non è presente un problema oculare particolare. Ecco qualche consiglio per indirizzare la scelta caso per caso.
Svenimento in gravidanza da non trascurare
Lo svenimento in gravidanza è un evento poco comune ed è generalmente ritenuto un fenomeno benigno e privo di conseguenze, legato agli effetti delle variazioni ormonali caratteristiche della gestazione sull’apparato cardiovascolare. Per facilitare l’afflusso del sangue alla placenta e al feto, infatti, gli ormoni della gravidanza inducono aumento della frequenza cardiaca e vasodilatazione, che possono causare cali pressori estemporanei e/o una repentina e transitoria diminuzione dell’afflusso di ossigeno al cervello della donna.
Questo tipo di svenimento di natura cardiovascolare (chiamato anche sincope), finora, è stato considerato un malessere di poco conto nella donna in gravidanza giovane e complessivamente sana: un inconveniente sicuramente fastidioso, ma che passa da solo in pochi minuti, restando sdraiati per po’ in un luogo tranquillo, con le gambe leggermente sollevate, e assumendo un po’ di acqua e zucchero e/o sali minerali.
Nuovi dati, ottenuti nell’ambito di una ricerca canadese che ha coinvolto 481.930 nati nella provincia di Alberta tra il 2005 e il 2014, indicano, però, che non è sempre così e che lo svenimento in gravidanza merita di essere posto all’attenzione del medico ed eventualmente approfondito con qualche esame mirato, poiché potrebbe essere il segnale di problemi per la salute materna e/o fetale. Soprattutto, quando avviene nel 1° trimestre.
In particolare, nello studio è stato osservato che a svenire è circa l’1% delle donne in gravidanza e che in un terzo dei casi (32,3%) lo svenimento si verifica nel 1° trimestre. In quest’ultimo caso, le donne che hanno almeno una sincope hanno una maggiore probabilità di dare alla luce il neonato pre-termine, ossia prima della 37a settimana di gestazione, con tutto quel che ciò comporta in termini di fragilità e possibili complicanze per la salute del bambino nei primi mesi di vita.
In aggiunta, tra i nati da madri che erano svenute almeno una volta nel 1° trimestre erano più frequenti i difetti cardiaci congeniti, mentre le madri stesse erano a rischio di andare incontro ad aritmie cardiache e a ulteriori episodi di sincope nell’anno successivo alla nascita del bambino. L’approfondimento medico e il successivo monitoraggio sono ancora più importanti se la donna in gravidanza sviene più di una volta: evenienza che nello studio si è verificata nell’8% delle donne con sincope, pari a circa una gravidanza ogni mille di quelle monitorate. In questi casi, infatti, sono state riscontrati con maggior frequenza anomalie congenite e basso peso alla nascita del neonato.
A fronte di queste evidenze, i ricercatori ritengono che lo svenimento in gravidanza debba essere considerato un segnale d’allarme importante e inserito tra i fattori di rischio per la mamma e per il bambino, al pari della preeclampsia (ipertensione in gravidanza) e del diabete gestazionale.
La raccomandazione di sottoporsi a una valutazione medica, d’altro canto, non deve indurre eccessive preoccupazioni: nella maggioranza dei casi, lo svenimento in gravidanza è effettivamente benigno e privo di sequele; effettuare qualche controllo è importante per eliminare ogni dubbio e/o individuare precocemente i pochi casi in cui potrebbero esserci problemi meritevoli di trattamento.
Fonte
Chatur S et al. Incidence of Syncope During Pregnancy: Temporal Trends and Outcomes. J Am Heart Assoc. 2019;8(10):e011608. doi:10.1161/JAHA.118.011608 (https://www.ahajournals.org/doi/full/10.1161/JAHA.118.011608?url_ver=Z39.88-2003&rfr_id=oriridcrossref.org&rfr_dat=cr_pubpubmed)















