Profonda e persistente tristezza. Apatia. Atteggiamento eccessivamente scoraggiato nel presente e pessimista rispetto al futuro, anche quando le circostanze non lo giustificherebbero. Frequente voglia di piangere, soprattutto tra le donne. Di fronte a manifestazioni di questo tipo è facile pensare alla depressione. Ma, non di rado, la malattia si presenta anche o principalmente con altri segnali, che pochi sanno riconoscere. Ecco un elenco dei principali sintomi meno noti della depressione e qualche consiglio su che cosa fare se li si riconosce in se stessi, in un familiare o in un amico.
Mese: Febbraio 2019
Il frutto della salute: il Cranberry
CARATTERISTICHE NUTRIZIONALI DEL CRANBERRY FRESCO
I cranberries presentano un elevato contenuto d’acqua, ma anche di zuccheri. Le bacche contengono fibre, sali minerali e vitamine A, B e C. I composti fibrosi non digeribili sono in grado di regolare alcune funzione metaboliche. Grazie al basso contenuto di sodio e la discreta quantità di potassio, le bacche di cranberry hanno un discreto effetto diuretico. All’interno del mirtillo rosso americano sono presenti diversi principi attivi: acidi organici tonificanti dell’apparato digerente, mirtillina, flavonoidi, proantocianidine e antocianinine, tanniti, catechine, omega 3 e omega 6, fitosteroli, tocoferoli e tocotrienoli. Gli acidi organici che danno alle bacche un sapore acidulo, rappresentano una grande riversa ematica di bicarbonati alcalini, i quali contrastano l’acidificazione del sangue. Un’altra caratteristica nutrizionale del cranberry è sicuramente la capacità antiossidante grazie alla presenza dei pigmenti, che si accumulano negli strati esterni delle bacche. Con i mirtilli rossi vengono prodotti anche numerosi dietetici, venduti in supermercati, farmacie ed erboristerie.
IL SUCCO DALLE MOLTEPLICI VIRTU’
Quasi tutte le bevande al cranberry contengono circa il 25% di succo puro. Il succo naturale non diluito ha un pH di almeno 2,5 e senza l’aggiunta di zuccheri il sapore tende ad essere sgradevole al palato. Il succo di cranberry mescolato all’estratto d’agave vanta un’ottima fama come nutraceutico, grazie ai suoi componenti nutrizionali. Per godere degli effetti benefici del cranberry è consigliata una dose di 70 ml di succo. L’assunzione regolare risulta un aiuto semplice e gustoso per contrastare le degenerazioni arteriose e l’osteoporosi.
PROPRIETA’ SALUTISTICHE DELL’ESTRATTO DI BACCHE DI CRANBERRY
Gli indiani usavano il mirtillo rosso sia come alimento che come medicinale. I marinai invece consumavano i mirtilli per contrastare lo scorbuto. Sono tantissime le proprietà curative riconosciute al cranberry, tanto da interessare tantissimi studi medico-scientifico. Le bacche di mirtillo proteggono e rinforzano le pareti dei vasi, grazie alla presenza degli antocianosidi. Inoltre questi piccoli frutti sono ricchi di un antiossidante, scoperto per la prima volta nell’uva, e che gioca un ruolo importante nella riduzione del colesterolo “cattivo”. I tanniti contenuti nel cranberry agiscono sui batteri. Questo meccanismo aiuta a prevenire le infezioni. Esso è legato alla sottofrazione proantocianidinica che contiene oligomeri in cui le unità di epicatechine sono legate fra loro.
LA CAPACITA’ ANTIOSSIDANTE DELLE ANTOCIANINE
Gli antociani o antocianine sono dei pigmenti vegetali idrosolubili della famiglia dei flavonoidi, presenti nelle piante sotto forma di glicosidi. La produzione e la quantità dei pigmenti flavonoidi, facilmente riconoscibili in fiori, frutti, arbusti e foglie, dipendono dal tipo di pianta e dalle condizioni esterne. Le antocianine sono presenti in grandi quantità in frutti e infiorescenze, ma si possono riscontrare anche sulle foglie e sulle radici. Il colore può variare dal rosso al blu al violetto, dipendendo dal pH nel mezzo in cui si trovano e dalla formazione di Sali con i metalli pesanti. Per quanto riguarda le proprietà antiossidanti, le antocianine sono note per questo tipo di caratteristica e prevengono disordini cardiovascolari, obesità, risposte infiammatori e proliferazioni cancerose.
RUOLO NELLA PREVENZIONE DELLE INFEZIONI URINARIE CRON
Il cranberry è utilizzato come antisettico naturale per prevenire e trattare le infezioni urinarie. I suoi benefici inizialmente erano attribuiti all’acidificazione delle urine. Poi, alcuni ricercatori hanno dimostrato che il mirtillo può inibire l’adesione batterica alle cellule epiteliali dell’apparato urinario. Nel 1998 Howell individuò nelle proantociandine i componenti attivi del cranberry, in grado di impedire l’adesione delle fimbrie dei ceppi uropatogeni di Escherichia coli all’epitelio urinario, proteggendolo dalle infezioni.
L’AZIONE DI PREVENZIONE MECCANICA DELLE PROANTOCIANIDINE
Nelle infezioni del tratto urinario i batteri colonizzano il colon, attraversano la zono periuretrale/vaginale, risalgono le vie urinarie, portando un’infezione alla vescica e quindi ai reni. Le proantocianidine del mirtillo rosso aiutano a prevenire le infezioni e la colonizzazione batterica.
Fonte: Il Cranberry – Un frutto che non finisce mai di stupire di Mediserve
Fumo e alcol causano danni precoci alle arterie degli adolescenti
Sigaretta sempre accesa e bevute di gruppo, spesso fino a essere francamente ubriachi e sentirsi male. Sono comportamenti fin troppo comuni tra gli adolescenti, assunti più per sentirsi inseriti e apprezzati dai coetanei che per reale piacere individuale o spirito goliardico. Nella generale convinzione che sfidare i limiti del proprio corpo e avere il “coraggio” di osare più degli altri serva ad affermare il proprio valore.
Ma si tratta di una convinzione quanto mai rischiosa, oltre che del tutto errata, perché anche un corpo giovane e sano patisce notevolmente degli effetti tossici di fumo e alcol. E non soltanto dopo anni di consumo smodato, ma anche nell’immediato e per quantità modeste, soprattutto quando la loro assunzione avviene in contemporanea, moltiplicando i danni a più livelli, spesso in modo sinergico.
Gli effetti dannosi per l’organismo
Anche quando considerati singolarmente, fumo e alcol sono dannosi per l’organismo su vari fronti. Il primo, promuove patologie respiratorie e diversi tipi tumori (primo tra tutti quello del polmone, ma anche della bocca e della gola, dello stomaco, del colon-retto e del seno), riduce la fertilità, aumenta il rischio cardiovascolare e metabolico e complica malattie acute e croniche già presenti, soprattutto di tipo infiammatorio e autoimmunitario.
L’alcol, invece, è neurotossico (a livello centrale e periferico), dannoso per il fegato (promuove la fibrosi e la cirrosi epatica), per i reni e per l’apparato gastroenterico e, se assunto in eccesso, anche per quello cardiovascolare (laddove per “eccesso” si intende più di un paio di bicchieri di vino al giorno, limite oltre il quale ogni ipotetico beneficio viene meno). Per non parlare dei rischi conseguenti agli effetti psicotropi e sensitivi degli alcolici (euforia, riduzione dei riflessi, sonnolenza, alterazioni della visione ecc.), spesso causa di incidenti stradali e comportamenti borderline.
Quando la sigaretta sta in una mano e il bicchiere nell’altra, i problemi rapidamente si moltiplicano, anche se le mani in questione sono quelle di adolescenti imberbi (o quasi), apparentemente immuni da disturbi e malattie acute o croniche e ben lontani da fenomeni degenerativi vascolari tipici dell’età avanzata, come l’arteriosclerosi.
Giovani arterie a rischio
Uno studio condotto in collaborazione tra alcuni prestigiosi istituti clinici del Regno Unito (l’University College e il King’s College di Londra, il St. Thomas’ Hospital e l’Università di Bristol) e il Queen Silvia Children’s Hospital di Göteborg (Svezia) ha indicato che fumo e alcol promuovono l’insorgenza precoce di rigidità e ispessimento delle pareti delle arterie già in ragazzi di 17 anni che assumono solo uno dei due o entrambi, anche da periodi di tempo relativamente brevi (1-5 anni).
L’entità dei danni vascolari citati, misurati indirettamente come velocità di flusso del sangue tra carotide e arteria femorale con doppler pulsato (Pulse Wave Velocity, PWV), è apparsa correlata al numero di sigarette fumate e alla quantità di alcol assunto, risultando in entrambi i casi crescente con l’aumentare del consumo di ciascuna sostanza e particolarmente marcata quando fumo e alcol erano combinati tra loro.
Ma c’è anche una buona notizia: smettere di fumare e bere quando il processo arteriosclerotico è appena avviato permette di farlo regredire in modo completo, riportando le arterie dei ragazzi ex-fumatori ed “ex-bevitori” in condizioni paragonabili a quelle dei coetanei mai fumatori e da sempre astemi. Un risultato che non si può, invece, sperare di ottenere più in là negli anni e che dovrebbe indurre a disincentivare fortemente l’uso di fumo e alcolici nei giovani, anche per prevenire il consolidamento di due abitudini decisamente dannose.
Fonti:
- Articolo: Charakida M et al. Early vascular damage from smoking and alcohol in teenage years: the ALSPAC study. European Heart Journal 2019;40:345-353
- Editoriale: Münzel T et al. Double hazard of smoking and alcohol on vascular function in adolescents. European Heart Journal 2019;40:354-356
Diabete: mangiare meno potrebbe aiutare a ridurre la neuropatia
Seguire una dieta sana e bilanciata, muoversi ogni giorno e assumere regolarmente le terapie prescritte è la chiave per tenere sotto controllo il diabete e prevenire le complicanze associate alle fasi avanzate della malattia, soprattutto a carico dell’apparato cardiovascolare (aterosclerosi ed eventi acuti, come infarto cardiaco e ictus cerebrale), dei reni (nefropatia diabetica), degli occhi (degenerazione maculare diabetica) e dei nervi periferici (neuropatia diabetica).
Un recente studio italiano, condotto in collaborazione tra un gruppo di ricerca dell’Istituto di Biologia cellulare e Neurobiologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IBCN-CNR), l’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, l’Università di Chieti e l’Università di Milano, segnala ora che mangiare meno potrebbe avere anche risvolti positivi più specifici sull’ultima problematica citata.
Che cos’è la neuropatia diabetica
La neuropatia diabetica è una delle più temute complicanze del diabete, sia di tipo 1 sia di tipo 2, responsabile dell’insorgenza di formicolii, perdita o alterazioni della sensibilità e dolore intenso e difficilmente controllabile con i comuni analgesici, principalmente a livello di mani, piedi, braccia e gambe.
La neuropatia costituisce, inoltre, un co-fattore all’origine del “piede diabetico” (ancora oggi principale causa non traumatica di amputazione), poiché la ridotta sensibilità cutanea che determina impedisce di accorgersi di piccole ferite accidentali che possono rapidamente infettarsi e indurre necrosi estese, ardue da gestire e da far regredire.
L’origine della neuropatia è complessa e non ancora completamente chiarita, ma è accertato che l’inadeguato controllo della glicemia per periodi prolungati (testimoniato da valori di emoglobina glicata, HbA1c, nel sangue superiori a 6,0-6,5%) e l’aumento dello stato infiammatorio generale dell’organismo sono elementi patogenetici chiave della sensibilizzazione e della degenerazione delle terminazioni nervose periferiche.
Perché la dieta ipocalorica aiuta
Numerosi studi hanno evidenziato che tagliare le calorie assunte con l’alimentazione, oltre a favorire la riduzione del peso corporeo, prevenire il diabete di tipo 2 e contribuire a controllare la glicemia, aumenta l’efficienza metabolica e diminuisce il grado di infiammazione sistemica. Partendo da queste considerazioni, i ricercatori del IBCN-CNR hanno testato gli effetti di una dieta restrittiva, mantenuta per brevi periodi di tempo, sullo stato e il processo di riparazione dei nervi periferici dei topi.
«Nei nostri esperimenti abbiamo constatato che dopo un danno nervoso periferico al nervo sciatico, un regime dietetico con un ridotto apporto calorico giornaliero agisce come potente stimolo metabolico e come attivatore di un fondamentale meccanismo di sopravvivenza e ricambio cellulare, noto come autofagia (la cellula ingloba parti di sé danneggiate)», ha spiegato Sara Marinelli del IBCN-CNR, coordinatrice del progetto.
I ricercatori hanno evidenziato lo stesso recupero dal dolore neuropatico anche in animali che mostrano una bassa capacità di rinnovamento cellulare. «Questi animali con ridotta capacità di autofagia presentano alterazioni metaboliche di fondo di tipo diabetico che aggravano la condizione di neuropatia», ha precisato Roberto Coccurello del IBCN-CNR. «Ebbene, anche con queste complicanze, una limitazione delle calorie assunte può contrastare il decorso e l’intensità del dolore neuropatico, ristabilendo un equilibrio metabolico, riducendo i processi infiammatori e facilitando la rigenerazione nervosa attraverso la stimolazione dell’autofagia. Tutto ciò, in assenza di manifesti effetti collaterali, come avviene invece nel caso di ricorso continuato al solo approccio farmacologico».
Ancorché ottenute in modelli animali e ancora da verificare nell’uomo, le nuove evidenze aprono la strada a strategie terapeutiche innovative, attese da anni. Inoltre, grazie a questo studio i ricercatori hanno potuto individuare alcuni marcatori biologici precoci di danno neurologico che potrebbero essere molto utili in pratica clinica per valutare la prognosi della neuropatia nel singolo paziente e, quindi, per pianificare trattamenti personalizzati più efficaci.
Fonte:
Coccurello R et al. Effects of caloric restriction on neuropathic pain, peripheral nerve degeneration and inflammation in normometabolic and autophagy defective prediabetic Ambra1 mice. PlosOne 2018;13(12):e0208596. doi:10.1371/journal.pone.0208596
Camminare fa bene: ecco perché
Il corpo umano è nato per muoversi, e mantenersi attivi ogni giorno è un vero e proprio toccasana per corpo e mente. Anche se si ha qualche acciacco minore e anche quando non si è più nel fiore degli anni. Ma come? Tra le varie possibilità d’esercizio, c’è n’è una assolutamente “naturale”, che richiede pochissima fatica e che tutti possono fare, a qualunque età: camminare. Provate questo quiz per scoprire tutti i benefici e l’importanza delle passeggiate. E poi, subito fuori per quattro passi di salute.
Scheda botanica del Cranberry
Tassonomia
Mirtillo è la denominazione di diverse specie arbustive spontanee del genere vaccinium, tra cui il cranberry. Si tratta di arbusti semilignei con foglie ovali e fiori penduli di colore bianco o rosa. I frutti, anche essi conosciuti come mirtilli, sono una sorta di bacche. Il genere vaccinium è suddiviso in due sottogeneri e comprende in totale 450 specie, la cui maggior parte vive nell’emisfero settentrionale con climi temperati e freddi.
Non mancano i mirtilli sulle montagne delle aree tropicali come il Madagascar, le Hawaii e Java. In Europa crescono in modo spontaneo nei boschi e nelle brughiere fino a 2500 metri di altitudine i mirtilli neri, il falso mirtillo, il mirtillo di palude e il mirtillo rosso. Per la distribuzione alimentare vengono coltivati solitamente i mirtilli giganti con frutti grossi il doppio della specie selvatica.
La pianta e i frutti
Il vaccinium macrocarpon(ovvero il cranberry) è una pianta a bassa crescita e sviluppo eretto. L’arbusto è caratterizzato da piccole foglie ovali alternate, con un fusto spoglio in basso e pieno di ramificazioni in alto. La pianta produce sia gemme vegetative, che da frutto ed ogni gemma da frutto può produrre fino a 7 fiori- la maggior parte di questi è formata da fiori sui getti, ma alcune bacche si formano anche dai fiori sull’estremità dei rami orizzontali. Per quanto riguarda le foglie, il loro colore è verde scuro nel periodo della crescita, e diventa bruno rossastro durante la stagione della dormienza. I frutti della specie coltivata sono più grandi di quelli spontanei e consistono in bacche rosse rotonde con una polpa dal gusto acidulo.
Le bacche maturano all’inizio dell’autunno e si raccolgono ad ottobre. Grazie alla loro buccia dura si mantengono fresche per qualche tempo.
Fonte: Il Cranberry – Un frutto che non finisce mai di stupire di Mediserve
Social network: più felici con o senza?
I social network aiutano a mantenersi in contatto con amici lontani e a conoscerne di nuovi. Rendono meno noiosi gli spostamenti sui mezzi pubblici e le attese in posta o alla cassa del supermercato. Riempiono le serate indolenti sul divano e i giorni a letto con l’influenza. Aiutano a stabilire contatti utili per il lavoro. Ma non sempre migliorano l’umore. Anzi, possono far sentire più solo chi è solo e più frustrato chi è insoddisfatto. Lo dimostra uno studio, che avvisa: usate i social con ragionevolezza, se non volte rischiare la depressione.
Emorragie: cosa fare?
In caso di emorragie:
- Proteggersi dalle infezioni, indossare i guanti in lattice e se questi non sono disponibili utilizzare diversi stati di garza o tessuto.
- Coprire la ferita con un tampone di garza o un panno pulito e comprimere con le dita o con il palmo della mano.
- Se l’emorragia non si ferma in 10 minuti, la compressione potrebbe essere troppo leggera, quindi è necessario comprimere per altri 10 minuti in modo più intenso. Non bisogna rimuovere le medicazioni impregnate di sangue, ma sovrapporre altre garze.
- Se l’emorragia continua comprimere con le dita un punto di pressione. Quest’ultimi si trovano sul lato interno del braccio e nell’inguine.
- Quando l’emorragia si sarà fermata applicare un bendaggio sulla ferita. Avvolgere la benda sopra la medicazione e non applicare un bendaggio così compressivo da bloccare la circolazione
- Trattare lo shock sollevando le gambe di 20-25 cm e coprire la vittima in modo da tenerla al caldo.
- Quando è impossibile applicare una compressione diretta usare un tampone a forma di ciambella.
- Trattare la ferita e chiedere l’assistenza se non sia in grado di fermare l’emorragia.
Se si sospetta un’emorragia interna è necessario controllare l’ABCHs. Tenere la vittima sdraiata sul lato sinistro per prevenire il vomito e non darle nulla da mangiare e da bere.
Se la vittima non vomita, sollevare le gambe e coprirla con un cappotto o una coperta. È necessario chiedere l’intervento di un’ambulanza.
Fonte: Guida tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Sigarette elettroniche: come aiutare i ragazzi a smettere
Generalmente propagandate come “piacere innocuo”, le sigarette elettroniche hanno molto successo tra gli adolescenti, anche perché i numerosi aromi disponibili le fanno sembrare molto smart. Ma studi recenti indicano che anche questo modo di fumare comporta rischi e smettere non è semplice come si potrebbe credere, soprattutto per i ragazzi. La nicotina che contengono, infatti, da dipendenza e gran parte dei supporti farmacologici per interrompere l’abitudine non sono adatti agli under18. Un’analisi del problema e le possibili soluzioni.
Depressione e infertilità spesso associate, ma la colpa non è dei farmaci
Problemi di infertilità di coppia e disturbi psichici come depressione e ansia sono sempre più diffusi a livello globale, sia tra gli uomini sia tra le donne, e, spesso, si riscontrano in associazione.
Che i primi possano facilitare l’insorgenza dei secondi è un dato di fatto clinicamente dimostrato, oltre che facilmente comprensibile, in considerazione delle profonde implicazioni psicoemotive connesse alla difficoltà di concepire un figlio a lungo desiderato.
D’altro canto, esistono prove che possa avvenire anche il processo inverso. Vale a dire, che sia la presenza di depressione o ansia (in uno o entrambi i partner) a ridurre le probabilità di procreare in modo naturale e, forse, anche quelle di veder concludersi con successo le procedure di procreazione medicalmente assistita (PMA).
Ma perché accade? È la depressione come tale a influenzare negativamente l’equilibrio ormonale generale e, quindi, a scoraggiare fecondazione e gravidanza o anche i farmaci antidepressivi assunti da uno dei partner per migliorare il tono dell’umore hanno un ruolo? Una recente revisione della letteratura sembra escludere questa seconda ipotesi, quanto meno per mancanza di prove affidabili.
Il contesto d’uso degli SSRI
Depressione e ansia sono malattie che possono interferire significativamente con il benessere personale e le relazioni familiari, sociali e lavorative, determinando uno serio scadimento della qualità di vita e aumentando il rischio di sviluppare altre malattie, in considerazione delle modificazioni ormonali, metaboliche e immunitarie associate.
Quando i sintomi depressivi o ansiosi sono clinicamente rilevanti e persistenti devono essere curati, oltre che con il supporto psicologico, anche con farmaci antidepressivi. Da oltre vent’anni, gli antidepressivi più usati, sia contro la depressione sia contro l’ansia (nonché per la gestione del disturbo ossessivo compulsivo, del disturbo da stress post traumatico ecc.), appartengono alla classe degli inibitori del recupero della serotonina, in sigla SSRI.
Il successo di impiego degli SSRI è legato alla loro efficacia, ma anche alla loro generale maneggevolezza, che permette di offrire un beneficio clinico apprezzabile senza comportare effetti collaterali fastidiosi o rischiosi (sonnolenza diurna, aritmie cardiache, aumento di peso ecc.), come altri antidepressivi usati in passato e oggi pressoché abbandonati.
Tuttavia, alcuni effetti indesiderati non associati a danni immediati per la salute possono passare a lungo inosservati e richiedere studi mirati per essere evidenziati. Il possibile impatto sulla fertilità rientra in questa categoria.
SSRI e fertilità: la revisione
Una revisione della letteratura pubblicata sulla Harvard Review of Psychiatry sembra scagionare gli SSRI dal sospetto di interferire con la fertilità femminile o maschile o di ridurre le probabilità di successo delle tecniche di PMA.
Indubbiamente, si tratta di una conclusione rassicurante, ma non può essere considerata definitiva. Come hanno sottolineato gli stessi autori della valutazione, infatti, gli studi che hanno potuto essere inclusi nella revisione sono pochi, dagli esiti non omogenei e non sempre di buona qualità.
In particolare, dei 16 studi analizzati, 7 riguardavano l’impatto degli SSRI sul successo delle tecniche di PMA: 6 di questi non hanno indicato un significativo impatto negativo dei farmaci sulle probabilità di intraprendere la gravidanza; da 3 studi è emersa una modesta tendenza verso tassi di gravidanza inferiori tra le donne che assumevano SSRI, mentre uno studio ha indicato l’effetto opposto.
La relazione tra uso di SSRI e fertilità femminile “naturale” è stata valutata soltanto in due studi, peraltro caratterizzati da risultati non omogenei. In particolare, uno dei due ha segnalato una minore probabilità di concepimento nelle donne con sintomi depressivi, ma non nelle donne depresse che assumevano SSRI.
La relazione tra uso di SSRI e fertilità maschile “naturale” è stata valutata in 7 studi, sei dei quali hanno segnalato che il trattamento farmacologico era associato a una riduzione della qualità dello sperma. Tuttavia, gli studi inseriti in questo gruppo sono stati giudicati di scarso valore, poiché presentavano diversi limiti sperimentali (primo tra tutti, quello di non considerare la severità e l’impatto sulla fertilità dei sintomi depressivi dei partecipanti).
In definitiva, quindi, come sottolineato da Christie Sylvester dell’University of Pittsburgh Medical Center (Stati Uniti) e dai colleghi che hanno condotto la revisione:
«Al momento, ci sono evidenze insufficienti per ritenere che gli SSRI possano ridurre la fertilità femminile o influenzare gli esiti dei trattamenti per l’infertilità. Gli SSRI potrebbero avere un impatto negativo sulla qualità dello sperma, ma servono ulteriori ricerche» per capire se ciò abbia effettivi risvolti sulla probabilità di procreare.
Fonte
Sylvester C et al. Selective Serotonin Reuptake Inhibitors and Fertility Considerations for Couples Trying to Conceive. Harvard Review of Psychiatry 2019; doi:10.1097/HRP.0000000000000204
Mantenersi in forma senza palestra?
Odiate la palestra, non praticate nessun tipo di sport in modo continuativo, ma volete perdere qualche chilo e mantenervi in forma? Buona notizia: si può. Basta muoversi ogni giorno e fare del movimento uno stile di vita. I modi sono molti: alcuni facili da intuire, altri meno; spesso divertenti, a volte decisamente piacevoli. Eccone alcuni. Ma per ottenere effetti apprezzabili ricordatevi anche di seguire un’alimentazione sana e bilanciata.
Coltivazione e produzione intensiva del Cranberry
Habitat
L’arbusto di cranberry in origine cresceva nei suoli sabbiosi e nelle paludi dell’America settentrionale. Oggi, come ben sappiamo è diffuso e coltivato in molti stati dell’unione per scopi alimentari. Il cranberry richiede esposizione all’ombra, irrigazione abbondante e terreni umidi e freschi. L’habitat ideale, quindi consiste nella combinazione di suolo e caratteristiche idrogeologiche, tipico delle aree paludose del Massachusetts. Le paludi naturali sono venute a crearsi 10 mila anni fa attraverso lo scioglimento dei ghiacciai. Frammenti di roccia di diverse dimensioni e materiali organici si sono sedimentati sulla superficie delle cavità della caldaia glaciale rendendole impermeabili e impedendo ai materiali di filtrare nella falda freatica. Queste cavità naturali si sono riempite di acqua e di materiale organico e hanno generato l’ambiente ideale per il cranberry. Anche la coltivazione di questi frutti richiede un sistema di supporto, che riproduca le condizioni dell’habitat naturale. A differenza dei terreni agricoli comuni, quello di cranberry non richiede la lavorazione, ma solo piccole aggiunte di sabbia e materiale organico. Ogni 2-5 anni alla base delle piante viene aggiunta una mescolanza di foglie morte e sabbia, in modo da rinvigorire il raccolto. Il vaccinium macrocarpon si adatta alle basse temperature, ma non al gelo. Essendo un pianta di palude, il cranberry predilige i terreni sommersi. L’operazione di allagamento viene effettuato al termine del periodo di crescita, e attraverso un buon drenaggio viene garantito uno sviluppo della pianta.
Ciclo produttivo
Il ciclo produttivo del cranberry dura 16 mesi. Le gemme nuove spuntano a luglio dell’anno precedente del raccolto, i germogli si sviluppano durante l’estate e in autunno con la formazione di boccioli sui getti verticali. Dal mese di agosto è possibile notare le prime fasi del germoglio floreale e fino al mese di ottobre continuano ad esserci cambiamenti. Con l’abbassamento delle temperature, inizia la fase della dormienza che dura fino alla primavera per un tempo variabile.
Il ciclo di sviluppo si conclude con la fioritura e la maturazione dei frutti, grazie all’aumento delle temperature e all’allungarsi delle giornate. Durante il mese di giugno i rami si allungano con la formazione di nuove foglie ed entro la fine del mese la maggior parte sono aperti e i campi assumono l’aspetto di un tappeto rosa. Tra giugno e luglio le api impollinano i fiori e le giovani bacche. Da questo momento fino alla raccolta il ciclo di maturazione coincide con l’inizio del nuovo ciclo di crescita dell’anno successivo. Entro settembre le bacche cominciano a prendere il colore rosso e dopo 80 giorni dalla fioritura la maturità è completa.
Coltivazione
La coltivazione del cranberry richiede condizioni ambientali particolari. Pur essendo una pianta resistente al freddo, può crescere e sopravvivere solo in presenza di una combinazione di fattori. Il cranberry predilige i terreni sabbiosi, con hummus ricco e ha reazione decisamente acida.
Uno dei fattori decisivi allo sviluppo degli impianti di coltivazione è il terreno che deve essere umido e ben drenato. I coltivatori preparando un suolo idoneo alle esigenze delle coltura stratificando sabbia, torba, ghiaia e argilla. Storicamente le coltivazioni venivano impiantate in aree umide e caratterizzate da una grande abbondanza di acqua in movimento lento, che creasse un ambiente povero di ossigeno e inospitale per gli batteri. Attualmente i campi coltivati a cranberry si trovano in zone pianeggianti, il terriccio viene scavato in superficie per scavare un fosso e al cui interno viene riversata sabbia pulita per 10-20 centimetri. Le basi sono drenate anche con mattoncini di rinforzo del fossato. Oltre a trattenere l’acqua, in questo modo si evita di far finire sugli arbusti il dispositivo di irrigazione. I fossati sono importanti sia per l’allagamento, che per il drenaggio. La piantumazione del cranberry si effettua poggiando i rami sui nuovi strati di sabbia, interrandoli con uno strumento particolare. Spesso durante il primo anno il terreno delle basi, viene trattato con del fertilizzante a base di azoto. In autunno i campi vengono sommersi d’acqua per facilitare la raccolta e in inverno per proteggere le piante dalle basse temperature. Sui campi dove si forma il ghiaccio, alcuni camion scaricano uno strato sottile di sabbia, che contribuisce a combattere i parassiti. Ogni 3-5 anni viene aggiunta la sabbia, che non solo aiuta la crescita delle vite, ma rallenta anche lo sviluppo di erbacce e di insetti.
Fonte: Il Cranberry – Un frutto che non finisce mai di stupire di Mediserve
Anafilassi: cosa fare?
Le reazioni allergiche variano da quelle lievi a quelle gravi. Quelle improvvise ed imponenti sono conosciute come anafilassi. Le reazioni possono essere causate dalla puntura di un insetto, da un alimento o da un particolare farmaco. L’anafilassi se non trattata, può essere fatale nel giro di massimo 30 minuti.
Cosa fare?
- Controllare i parametri vitali
- L’adrenalina è l’unica terapia salvavita, per cui se la vittima ha un autoiniettore di adrenalina somministrare immediatamente il farmaco.
- Chiedere l’intervento dell’autombulanza.
- Mantenere la vittima cosciente cercando di tenerla in posizione eretta, in modo da favorire la respirazione.
- Tenere sotto controllo i parametri vitali.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Le nuove frontiere della laserterapia per l’iperplasia prostatica
Aumentando di dimensioni, la prostata comprime l’uretra e ostacola in questo modo la fuoriuscita dell’urina: è quanto si verifica nell’iperplasia prostatica benigna, conosciuta anche come adenoma prostatico, patologia tra le più diffuse negli uomini, seconda solo all’ipertensione arteriosa. Interessa infatti il 50% degli uomini nella fascia 51-60 anni e il 90% in quella 81-90. Quando diventa sintomatica, in circa la metà dei casi, compromette la qualità di vita del paziente e impone il trattamento.
Se la terapia farmacologica non è sufficiente, metodiche d’intervento innovative, basate sull’impiego di laser come Tulio e Olmio, permettono di rimuovere per via endoscopica in modo mininvasivo anche adenomi voluminosi, riducendo la durata del decorso post-operatorio, le perdite di sangue e le giornate di cateterizzazione. Particolarmente interessante è l’esperienza nel campo dell’Ospedale di Circolo di Varese (ASST dei Sette Laghi), che vanta una casistica di oltre 700 interventi condotti impiegando la tecnica ThuLEP (Enucleazione Prostatica mediante Thulium Laser) ed è un centro d’eccellenza e punto di riferimento per la laseristica d’avanguardia.
“Nell’uomo l’operazione per iperplasia prostatica benigna, dopo quella per cataratta, è la più frequente – spiega il dottor Giovanni Saredi, Responsabile dell’Urologia dell’Ospedale varesino e responsabile scientifico del corso- l’indicazione all’intervento non è legata tanto alle dimensioni dell’adenoma, quanto all’impatto effettivo che la patologia ha sulla quotidianità del paziente. Uomini in piena età lavorativa, con uno stile di vita attivo, sono potenziali candidati, soprattutto all’intervento con laser che, rispetto alla chirurgia tradizionale, consente di diminuire i giorni di degenza e di cateterizzazione, nonché i rischi di sanguinamento. Oggi a Varese, quando eseguiamo un’enucleazione della prostata, siamo in grado di togliere il catetere al paziente il giorno successivo all’operazione e di dimetterlo il giorno dopo ancora: un totale di 3 giorni contro i 4-6 delle metodiche tradizionali. Anche soggetti in terapia con anticoagulanti o i cardiopatici possono trarre beneficio dall’intervento con laser, date le minori perdite ematiche che comporta”.
Grazie alla dotazione sia del laser Tulio Cyber TM 200 Watt (che offre la maneggevolezza necessaria ad operare qualsiasi adenoma, indipendentemente dalla dimensione) sia dell’Olmio Cyber Ho 105 Watt (che permette anche di frantumare i calcoli vescicali), all’Urologia dell’Ospedale di Circolo tutti i pazienti con iperplasia prostatica benigna possono essere trattati esclusivamente per via endoscopica. A Varese arrivano, infatti, molti pazienti, provenienti anche da altre Regioni, e i casi riguardano spesso adenomi particolarmente voluminosi che in altre strutture verrebbero operati con chirurgia a cielo aperto. Ogni settimana vengono eseguiti dai 3 ai 4 interventi, per un totale di circa 150 in un anno.
















