Riconosciuta da un paio di decenni dal Servizio sanitario nazionale come pratica medica efficace contro diversi tipi di dolore e per aiutare chi soffre di ansia, insonnia o cerca di smettere di fumare, l’agopuntura continua a estendere i suoi ambiti di applicazione. Per esempio, in base ai risultati di un recente studio danese, l’infissione superficiale degli aghi in aree cutanee predefinite sarebbe in grado anche di attenuare i fastidiosi sintomi che caratterizzano l’inizio della menopausa (vampate, disturbi del sonno, instabilità dell’umore ecc.). I dettagli della ricerca e le possibili applicazioni.
Mese: Febbraio 2019
Obiettivi del training fisico in riabilitazione cardiaca
La riabilitazione cardiaca secondo una definizione correntemente accettata in Europa, negli Stati Uniti e in Canada è “la somma degli interventi effettuati sul paziente per garantire le migliori condizioni fisiche e psico-sociali”. Tale miglioramento permette ai pazienti affetti da una cardiopatia cronica di riprendere il proprio ruolo nella società. L’obiettivo principale è quello di normalizzare gli elementi di disabilità, instauratisi successivamente ad eventi cardiaci acuti. Solitamente, i candidati ideali per il training fisico sono i pazienti nella fascia di rischio bassa o intermediaria. Chi sottopone al training può ottenere i seguenti benefici:
- Riduzione della mortalità.
- Miglioramento della tolleranza allo sforzo.
- Una migliore sensazione generale di benessere.
- Un più frequente ritorno al lavoro.
Per questi motivi la riabilitazione attraverso training fisico rappresenta una componente essenziale del programma assistenziale del paziente coronaropatico. Negli Stati Uniti solo l’11% dei soggetti colpiti da un evento coronarico si sottoponeva a riabilitazione, ma negli ultimi anni la percentuale è arrivata quasi al 40%. Per quanto riguarda l’Italia non si conoscono le cifre esatte. I benefici apportati dalla riabilitazione cardiaca sui tassi di mortalità cardiovascolare potrebbero risultare meno significativi rispetto a quanto documentato dai maggiori trial, eseguiti alcuni anni fa. Per tanto l’importanza dell’esercizio fisico è riconducibile al suo effetto sulla mortalità, ma anche sul ruolo di evento catalizzatore, che promuovo altri aspetti della riabilitazione.
Un programma di training fisico riabilitativo include i seguenti stadi:
- Valutazione medica
- Stratificazione di rischio
- Prescrizione di esercizio fisico
- Educazione del paziente
- Informazione rivolta ai pazienti sulla loro malattia
Il training fisico, inoltre, si pone obiettivi a breve termine e a lungo termine.
Fonte: Riabilitazione cardiovascolare di Mediserve
Esposizione a sostanze chimiche
Una sostanza corrosiva può danneggiare i tessuti in pochi minuti, per cui è molto importante rimuoverla velocemente.
Cosa fare?
- Innanzitutto richiedere subito l’intervento di un’ambulanza. Se la sostanza chimica rimane a contatto con la cute continua a corroderla.
- Lavare via la sostanza con grande quantità d’acqua.
- Rimuovere i vestiti contaminati.
- Lavare per circa 20 min. con sapone delicato la parte corrosa e risciacquare.
- Coprire la parte colpita con la medicazione asciutta e sterile.
Se una sostanza chimica penetra in un occhio:
- Tenere l’occhio aperto il più possibile con le dita.
- Lavare l’occhio immediatamente con acqua tiepida.
- Tenere la testa sotto il rubinetto o versare l’acqua nell’occhio con un contenitore pulito per almeno 15-20 min.
- Coprire con una benda fresa e unica entrambi gli occhi
Se una sostanza chimica è stata deglutita somministrare acqua o latte.
Se una sostanza chimica è stata respirata i sintomi possono essere: cefalea, dolore toracico, astenia, nausea, vertigini, perdita di coscienza, arresto cardiaco e respiratorio.
Cosa fare?
- Portare la vittima all’aperto.
- Controllare i parametri vitali.
- Chiamare l’ambulanza.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Dodici diete da evitare sempre e comunque
La primavera sta arrivando e gli ossessionati dalla prova costume sanno di doversi preparare per tempo, se vogliono eliminare gli insopportabili chili di troppo accumulati durante l’inverno prima che vestiti più leggeri e minimali li rendano “drammaticamente” evidenti. Ma quale dieta seguire per dimagrire in fretta, senza troppa fatica e senza correre rischi? Dipende: dall’età, dal fatto di essere uomini o donne, dallo stato di salute generale ecc. Di certo, però, si sa che alcuni regimi altamente sbilanciati non devono neppure essere presi in considerazione. Ecco quali sono le 12 diete da non provare mai se non si vuole danneggiare l’organismo.
Cranberry nel costume e nella storia d’America
UN FRUTTO POPOLARISSIMO E AMATO
Partendo dalla East Coast settentrionale la passione per il cranberry si è diffuso in tutti gli USA. Il mirtillo rosso, negli ultimi anni, ha conosciuto grandi popolarità, grazie alla consapevolezza del consumatore degli effetti benefici per la salute, derivanti dal consumo di frutta e verdura ricche di antiossidanti. Durante il giorno del Ringraziamento, all’interno del menù c’è una salsina di accompagnamento e la farcitura per il pane. I frutti maturi di cranberry vengono raccolti tra ottobre e novembre e durante queste settimane sulle strade del Cranberry Harvest, il frutto rosso è la caratteristica principale per eventi, sagre e itinerari di turismo agroalimentare. I turisti che visitano le fattorie vengono colpiti da un mare di bacche di cranberry.
LA LAVORAZIONE INDUSTRIALE
La storia della lavorazione industriale del cranberry inizia nel 1800 in Massachusetts.
Oggi il cranberry viene coltivato in diversi stati del nord America e Canada ed è destinato a diverse lavorazioni industriali. È un frutto molto versatile, principalmente lavorato nell’industria alimentare, ma lo si può trovare anche nell’industria cosmetica e in quella farmaceutica. La fragranza del frutto rosso viene utilizzata anche nella lavorazione di tabacco, candele e profumatori ambientali.
Fonte: Il Cranberry – Un frutto che non finisce mai di stupire di Mediserve
Parkinson: il microbiota intestinale può interferire con la terapia
Che cosa c’entra il microbiota intestinale con una condizione neurodegenerativa come la malattia di Parkinson? Fino a ieri, niente, si pensava. Oggi, invece, sembra che una relazione ci sia, quanto meno per chi assume farmaci a base di levodopa per tenere sotto controllo tremori e rigidità muscolare. Vale a dire, la stragrande maggioranza dei pazienti.
Il ruolo dei batteri intestinali
Gli intensi studi condotti negli ultimi anni ci stanno insegnando che il microbiota intestinale serve praticamente a tutto, facendo da interfaccia tra noi e il mondo e regolando innumerevoli reazioni enzimatiche e funzioni fisiologiche. Quando è in buona salute, tutto procede per il meglio; quando si destabilizza o si impoverisce, il rischio di veder insorgere o peggiorare disturbi e malattie di vario tipo aumenta sensibilmente.
Nel caso della malattia di Parkinson, la situazione è un po’ diversa. Le caratteristiche e l’attività dei batteri intestinali dei pazienti, infatti, non creano di per sé problemi, ma possono interferire con l’efficacia della terapia con levodopa: composto precursore della dopamina, che deve essere costantemente fornito dall’esterno per rimpiazzare la dopamina non più prodotta dalle cellule cerebrali della substantia nigra, degenerate a causa della malattia.
La levodopa non viene mai somministrata da sola, ma sempre in associazione a una seconda sostanza chiamata “inibitore delle decarbossilasi”, indispensabile per far sì che la levodopa non sia rapidamente trasformata in dopamina dalle decarbossilasi presenti nel sangue, ma che possa raggiungere il cervello, dove deve esplicare la propria azione di modulazione del tono muscolare.
È noto da decenni che, fin dall’esordio della malattia, pazienti diversi necessitano di dosaggi differenti di levodopa/inibitori delle decarbossilasi per tenere sotto controllo i sintomi della malattia di Parkinson e che, in tutti i casi, il dosaggio efficace aumenta progressivamente nel tempo (a causa di una diminuzione di efficacia dei farmaci). Finora, però, nessuno sapeva spiegare le ragioni alla base di questi fenomeni.
I nuovi dati sull’efficacia della terapia
Uno studio recentemente pubblicato su Nature Communication suggerisce perché ciò avvenga. In sostanza, il problema sembra essere legato alla capacità di alcuni batteri intestinali (in particolare, lattobacilli ed enterococchi, di cui è ricco il microbiota intestinale costitutivo) di trasformare la levodopa in dopamina a livello dell’intestino tenue, rendendola così facilmente degradabile subito dopo l’assorbimento e impedendo che ne arrivi una quantità sufficiente al cervello.
A quanto pare, alcuni pazienti affetti da malattia di Parkinson presentano un microbiota particolarmente attivo su questo fronte, a causa di un’attività delle decarbossilasi batteriche molto elevata: ciò renderebbe i pazienti parzialmente “resistenti” alla terapia con levodopa, da cui potrebbero trarre benefici minori della media e via via decrescenti nel tempo.
Benché resti da capire come sfruttare questi nuovi dati a livello clinico-pratico, si tratta di un’informazione importante perché offre la possibilità di migliorare e prolungare l’efficacia della terapia con levodopa con un approccio diverso da quelli usati finora, ossia modulando la composizione del microbiota intestinale e/o l’attività delle decarbossilasi batteriche.
Fonte
Sebastiaan P et al. Gut bacterial tyrosine decarboxylases restrict levels of levodopa in the treatment of Parkinson’s disease. Nature Communications 2019;10:310. doi:10.1038/s41467-019-08294-y
Anuria – Oliguria
L’anuria è la mancata produzione di urine da parte del rene. L’oliguria, invece, è la produzione di una quantità di urine insufficiente a mantenere l’omeostasi.
Le cause possono essere pre-renali con ipovolemia, scompenso cardiaco e shock; renali con glomerulonefriti acute, vasculiti, nefropatia uratica, necrosi tubolare acuta, nefrite interstiziale acuta da tossine o farmaci; post renali con ostruzioni. È necessario procedere con una rapida anamnesi, la valutazione dello stato del circolo, la caratterizzazione della vescica ed sottoporsi una ecografia renale.
Nel caso di tratti di un’insufficienza pre-renale bisogna rispristinare il circolo con idratazione, trasfusione o terapia dello shock. Nel caso si tratti di insufficienza organica è necessario sottoporre il bambino a provvedimenti generali con il controllo del peso ed il controllo di liquidi e diuresi.
La terapia farmacologica prevede apporto di liquidi e correzione dell’iperpotassiemia. È importante evitare farmaci o sostanze che possano aumentare il danno renale. Per quanto riguarda la nutrizione è necessario apportare calorie e proteine secondo il fabbisogno per età e peso.
Fonte: Emergenze Mediche in Pediatria di Mediserve a cura di Maurizio Vanelli
Alcol: quando il piacere diventa un problema?
Non riuscire a fare a meno di bere, pur provandoci con impegno. Bere di nascosto da familiari e amici. Dare all’alcol la priorità sugli impegni professionali, le relazioni familiari e sociali, rinunciare a viaggi, attività e situazioni piacevoli solo perché non si potrebbe bere come si vorrebbe. Sono tutti segnali inequivocabili che si ha un problema con l’alcol. Ma spesso, soprattutto all’inizio, la dipendenza è meno evidente e difficile da riconoscere. Valutate onestamente se e quanti di questi 8 segnali d’allarme meno noti vi riguardano e, se necessario, non esitate a chiedere il supporto di medici esperti del problema. Più il tempo passa e più la dipendenza e i danni per la salute peggiorano.
La persona assistita ed i suoi diritti (advocacy)
Prima di introdurre il concetto di advocacy si rende necessaria una sintetica trattazione storica e legislativa per la presa di visione dell’evoluzione della figura dell’ostetrica/o. L’articolo 1, del codice deontologico dell’ostetrica/o, approvato nel giugno del 2010, e revisionato nel luglio 2014, recita:
“L’ostetrica/o è il professionista sanitario abilitato e responsabile dell’assistenza ostetrica, ginecologica e neonatale; la sua attività si fonda sulla libertà e l’indipendenza della professione”.
Ma come si è evoluta questa figura professionale, nel corso della storia? Come si è giunti, dal considerarla “un mestiere”, al considerarla, una “professione scientifica”? Le origini dell’arte ostetrica si ritrovano nella necessità della donna di essere aiutata nel momento del parto. Essendo il parto un momento importante della vita dell’individuo, si è creduto, per un certo periodo storico, che fosse influenzato da riti e pratiche magiche, così come lo erano nell’antichità tutti i momenti importanti della vita. Il termine che veniva associato a questa figura, nella civiltà egiziana, ma anche nell’antica Grecia e nell’antica Roma era quello di “levatrice”. L’ostetricia romana presentò notevoli progressi di fronte a quella greca, in essa si prediligeva, il parto naturale e, per secoli, l’attenzione al parto da parte dei medici fu solo teorica. Nell’Alto Medioevo, in particolare durante il periodo della Riforma e della Controriforma, questa figura, venne vista come associata ad una serie di pratiche che potevano indurre malefici e sortilegi. Il progressivo intervento degli uomini nella storia del parto, a cominciare dai secoli XVI-XVII, segnò l’introduzione dell’utilizzo del “forcipe”, applicato per la prima volta nel 1670, dal suo inventore Chamberlen. Ben presto, al suo utilizzo si associarono gravi abusi, data l’enorme frequenza di applicazione. Ma è nella seconda metà del XVIII secolo, che prese avvio il grande sviluppo della Scuola Francese di Ostetricia. In essa si contrapposero due orientamenti:
- una concezione naturalistica del parto, che lo considerava, un evento fisiologico e naturale;
- una concezione meccanica del parto.
In Italia, a Firenze, l’Ostetricia fu insegnata, in origine, dai cosiddetti “Chirurghi delle donne”. Negli anni successivi fu mantenuta la separazione tra la parte pratica e teorica dell’insegnamento, ma nel 500’ si cominciarono ad usare modelli anatomici in cera o avorio per l’osservazione diretta dei fenomeni con impostazione scientifica. Questo passaggio, segnò una caratterizzazione accademica del parto, per cui prese piede l’esigenza di disporre di luoghi che consentissero, di raccogliere le partorienti per dare modo ai medici di imparare, sperimentando. Si diffusero, pertanto, le cosiddette “Maternità” che nel corso dell’800 erano localizzate in grandi ospedali nelle città. Verso la fine dell’800 cominciarono ad affermarsi medici “scienziati”, che fecero dell’ostetricia una disciplina scientifica.
Nel XX secolo, nonostante la maggior parte delle donne praticasse il parto in casa, si assistette ad una lenta progressione dell’ospedalizzazione. Anche il ruolo dell’ostetrica cambiò considerevolmente, divenendo ausiliario del medico, seppur con responsabilità limitata. Alla crescita professionale, si associava, una “subordinazione” al modello medico. Questa breve trattazione storica consente di prendere visione di come in prima istanza questa figura fosse legata ad una concezione poco professionalizzante, intesa come “mestiere”, per il cui esercizio erano considerate sufficienti forme di “apprendistato”, dove fondamentale era l’acquisizione di competenze operative.
Questa tipologia di conoscenze non costituiva una forma scientifica del sapere ma piuttosto,
derivava dall’esperienza, anche di tipo strettamente personale. Negli anni, si è passati dalla semiprofessionalità alla professionalità. Ma questo passaggio è avvenuto col tempo e con l’emanazione di leggi e decreti ministeriali. A questo proposito, nell’articolo 1, comma 4, DM 740/1994, si recita:
“L’ostetrica/o contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale e alla ricerca”.
La legge 26.2. 1999 n°42, nell’articolo 1, comma 1, sostituisce alla denominazione “professione sanitaria ausiliaria” quella di “professionista intellettuale”. In tal modo, si definisce un ambito di competenza autonomo per l’ostetrica che si configura come professionista, con responsabilità totale.
Con la Legge 251/2000, nell’articolo 1, si conferisce autonomia professionale agli operatori
delle professioni sanitarie dell’area delle scienze infermieristiche e della professione sanitaria ostetrica. In seguito all’emanazione di tali decreti, con l’istituzione, nel 2000, del Corso di Laurea, l’ostetrica/o, oltre, che entrare di diritto nel gruppo delle professioni intellettuali con una propria autonomia operativa, ha visto riconosciute, le proprie conoscenze in una disciplina a cui viene associato uno statuto scientifico, organizzate in un “corpo sistematico di teoria”.
Il D.Lgs 206/2007, articolo 48, comma 2, inerisce l’esercizio delle attività professionali di
ostetrica/o, ed asserisce che tali figure siano autorizzate ad esercitare le seguenti attività:
• fornire una buona informazione e dare consigli per quanto concerne i problemi della pianificazione familiare;
• accertare ed in seguito, sorvegliare la gravidanza diagnosticata come normale da un soggetto abilitato alla professione medica;
• effettuare gli esami necessari al controllo dell’evoluzione della gravidanza normale;
• prescrivere gli esami accessori per la diagnosi, quanto più precoce, di gravidanza a rischio.
La parola ostetrica deriva dal latino “obstetrix”, che vuol dire stare di fronte. La parola inglese, Midwife, letteralmente “colei che sta con la donna” riconosce l’unicità di questa professione sanitaria rispetto alle altre. Da questa concezione, deriva il modello della Midwifery, ossia, la scienza dell’assistenza alla persona (donna, coppia, feto/neonato, famiglia, comunità) nell’ambito degli eventi naturali delle fasi del ciclo sessuale – nascita, pubertà, età fertile, gravidanza – parto e puerperio e menopausa.
A questo proposito, nell’articolo 3.2. del codice dell’ostetrica/o, si dice:
“l’ostetrica/o si impegna a garantire la continuità assistenziale accompagnando e prendendosi cura della donna, della coppia, del nascituro, durante la gravidanza, il travaglio, il parto ed il puerperio, al fine di garantire la salute globale degli assistiti”.
Nell’esercizio di quest’attività diventa fondamentale la promozione della salute, cercando di tirare fuori le abilità possedute dalle persone per aumentare il controllo su di essa e per migliorarla. È in questo contesto di mutamento e di affermazione di autonomia che crediamo si possa diffondere il concetto di advocacy, nell’ambito di questa professione.
Ci immaginiamo, ad esempio, che la semplice funzione di ostetrica/o, quale strumento di trasmissione di informazioni e conoscenze, potrebbe manifestarsi anche nel contribuire, informando, alla continuità assistenziale dopo il parto, con la valutazione e la rieducazione del perineo, con prestazione di consulenza e sostegno all’allattamento al seno, oppure attraverso la diffusione di informazioni per la pratica del massaggio infantile o dell’eventuale contraccezione da applicare.
Etica della responsabilità
L’articolo 2.1 recita:
L’ostetrica/o presta assistenza rispettando la dignità e la libertà della persona promuovendone la consapevolezza in funzione dei valori etici, religiosi, culturali, nonché, delle condizioni sociali nella esclusiva salvaguardia della salute dei suoi assistiti.
L’articolo 2.2 recita:
Il comportamento dell’ostetrica/o si fonda sul rispetto dei diritti umani universali, dei principi di etica clinica e dei principi deontologici della professione. Ciò detto, riteniamo, che i concetti etici su cui si fonda la presa di decisioni etiche da parte dell’ostetrica/o siano:
- la competenza;
- la cooperazione;
- il caring;
- l’advocacy.
Ma nella pratica, cosa vuol dire assumere un comportamento etico e responsabile? Partendo dall’etimologia, ethos dal greco significa comportamento; responsabile deriva dal latino respondeo, e vuol dire rispondere. Quindi l’etica responsabile si manifesta con un comportamento che risponde a qualcuno o a qualcosa, nel caso dell’ostetrica/o, al paziente o come vedremo in seguito, più in generale alla collettività.
L’advocacy – Ma che cos’è?
Nel contesto legale il termine advocacy si riferisce alla difesa dei diritti umani primari a nome di coloro che non sono in grado di farlo per sé stessi. Ma il termine advocacy viene anche utilizzato per descrivere la natura del rapporto tra il professionista sanitario ed il paziente. In ultima istanza essa può essere definita come “il supporto attivo dato ad una causa importante”. L’advocacy rientra tra i quattro concetti su cui si fonda la presa di decisioni etiche da parte dell’ostetrica/o. In letteratura esistono numerose definizioni ed altrettante interpretazioni di questo concetto. Questo termine apparve in lingua anglosassone, sulla scena mondiale, ed è inserito in numerosi codici deontologici tra cui quello degli infermieri. L’interpretazione più comune di questo concetto risale alla descrizione che la ritiene il fondamento filosofico della relazione con il paziente. Altri autori affermano che per advocacy si intenda: “il supporto al paziente in tutte le situazioni assistenziali, per garantire i diritti e gli interessi del paziente in una sincera partnership, dove i professionisti sanitari, vedono il paziente come un vero amico”. Tale definizione mette in luce una doppia contraddizione, innanzitutto non è assodato che un amico possa agire nel migliore interesse del paziente ed in seconda analisi questa definizione estremizza la visione paternalistica del concetto di advocacy. C’è invece chi, supera la concezione paternalistica di advocacy e la ricongiunge ad una visione più olistica e improntata ad un’attività sociopolitica che deve essere effettuata dalle ostetriche nei vari contesti di cura.
In letteratura emergono quattro principali modelli di advocacy:
- Il modello di advocacy per la conservazione dei migliori interessi del paziente.
- Il modello di advocacy per il rispetto dei diritti umani del paziente.
- Il Modello di advocacy per il rispetto dell’autonomia del paziente.
- Il modello di advocacy per la giustizia sociale nei confronti di tutti i pazienti.
- Il modello di advocacy per la conservazione dei migliori interessi del paziente
È il modello di advocacy caratterizzato dall’operatore che agisce per il bene del paziente, con un paternalismo benevolo. In questo modello l’ostetrica/o è un fedele esecutore delle decisioni mediche e non un professionista autonomo con un suo campo di responsabilità e dove il paziente buono è quello obbediente. Ma questo tipo di approccio lascia aperte due grandi questioni:
- Chi può dire quali sono le decisioni giuste per il paziente?
- Si rispetta il diritto di autodeterminazione del paziente?
Questo modello si muove su una relazione diadica operatore sanitario-paziente e non olistica ed allargata alla comunità. La sua applicazione deve essere superata dalle nuove concezioni e dalle rimodulazioni e dagli aggiornamenti del codice.
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Il modello di advocacy per il rispetto dei diritti umani del paziente
In questo modello di advocacy l’operatore è concepito come un “facilitatore”, un “formatoreinformativo” che agisce nell’interesse disinteressato del paziente, per informarlo sui suoi diritti umani fondamentali; ma questo atto, non si situa ancora nella facilitazione e nell’agevolazione dell’esercizio autonomo di scelta del paziente. Questo modello si muove ancora su un’impostazione diadica.
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Il modello di advocacy per il rispetto dell’autonomia del paziente
L’azione dell’ostetrica/o è incentrata sull’autonomia dell’assistito, infatti l’articolo 3.10 recita:
“L’ostetrica/o al di fuori dei casi, di emergenza/urgenza, prima di intraprendere sulla persona qualsiasi atto professionale, garantisce l’adeguata informazione al fine di ottenere il consenso informato, sulla base di una vera e propria alleanza terapeutica con la persona”.
Questo modello di advocacy è stato individuato come un fondamento che caratterizza il nursing e lo differenzia dalle altre professioni sanitarie. Alcuni autori hanno individuato nell’advocacy qualcosa che si basa sul principio di autodeterminazione che rappresenta il migliore dei diritti umani fondamentali. In tale contesto il “core” di ogni atto di questo modello di advocacy è quello di supportare l’individuo a diventare consapevole dei propri valori e desideri di salute attraverso un processo di autoesame. Questa concezione dell’advocacy diventa un particolare banco di prova per la figura dell’ostetrica/o, che si confronta con pazienti, i neonati, che sono silenziosi e i cui valori sono inaccessibili, oppure sono inabili ad esprimere i propri desideri, affinché venga loro dato rispetto. Un esempio di applicazione di questo modello in un nido, potrebbe essere quello dell’ostetrica/o che nel preoccuparsi della dignità dei neonati, dimostra loro rispetto, proteggendo i piccoli dagli occhi curiosi delle persone che vogliono vederli, in modo spesso insistente, specie quelli nati prematuri. Le ostetriche sono state descritte spesso come “sostenitrici del bambino” e “madri surrogate”, ma spesso si trovano in grave disaccordo sulle problematiche legate a situazioni di non-trattamento. Ad esempio, nel caso della cura di un bambino morente che continua a ricevere la ventilazione assistita, le ostetriche possono sostenere la sospensione del supporto vitale. Alcuni autori hanno rilevato che a causa della loro stretta relazione con le risposte dei neonati, queste figure professionali, spesso raggiungono decisioni prima dei medici e dei genitori. Quando si prendono in considerazione le ostetriche, bisogna tener conto che i bambini, ossia l’oggetto principale delle loro cure, sono in fase di sviluppo e stanno per diventare individui il cui potenziale si raggiunge nel tempo. È questo potenziale che spesso le motiva ad agire come “avvocati” in rappresentanza, nella speranza che il bambino sviluppi e viva una vita di qualità. Le ostetriche usano le loro esperienze precedenti di assistenza clinica per identificare le circostanze in cui percepiscono che l’advocacy sia opportuna. Ad esempio, proteggendo un neonato da più esami si consente al bambino di autoregolare il comportamento, evitando in questo modo, l’instabilità fisiologica. Poiché il bambino è parte del nucleo familiare, le relazioni si possono sviluppare anche tra le ostetriche e le famiglie dei neonati. In questo approccio, l’etica della cura è un ideale che migliora l’esperienza degli individui i cui valori umani possono cambiare con la malattia e che potrebbero avere bisogno di aiuto per chiarire i cambiamenti nel tempo. Quando le ostetriche sono coinvolte nel sostegno ai genitori per la malattia dei loro figli, che soffrono e muoiono, muovendosi tra decisioni riguardanti i loro trattamenti ed il loro futuro, possono fungere da loro “avvocati” esistenziali. Ma nei contesti di applicazione ginecologica e neonatale, c’è una linea sottile tra l’advocacy e il paternalismo, in particolare quando i pazienti, come ad esempio i bambini, non possono parlare. Si rende utile in tali contesti, pertanto l’applicazione di un approccio olistico da adottare per chiarire i desideri e le esigenze della famiglia, al fine di sostenere in modo efficace i neonati, chiarendo in tal modo questa linea sottile, al limite tra paternalismo ed advocacy.
Le relazioni che si instaurano tra famiglia e l’ostetrica/o sono in rapporto di mutuo soccorso, poiché ciascuno si sforza di ottenere ciò che vede come il migliore interesse per il paziente, da parte dell’operatore, e per il bambino, da parte delle famiglie. Se le ostetriche devono essere rappresentanti dei pazienti, hanno bisogno di avere un’ampia comprensione dei loro pazienti e delle loro famiglie. Queste operatrici spesso sanno cosa è meglio per i loro pazienti da un punto di vista clinico, ma la loro conoscenza non può estendersi nell’ambito dei valori dei pazienti. Tuttavia, quando hanno sviluppato rapporti assistenziali con i loro pazienti e le famiglie, allora possono fornire intuizioni uniche sui loro valori. Esse possono essere poste in situazioni in cui ricevono informazioni dalle famiglie e questo a sua volta dà loro la sicurezza di parlare al loro posto. L’advocacy in ostetricia comprende sia l’agire nel migliore interesse del minore che la facilitazione dell’adulto nel processo di auto difesa, sostenendo in tal modo i principi etici differenti di autonomia e migliore interesse. Anche la rappresentazione dei punti di vista dei genitori e del bambino sono fondamentali nel ruolo di tale assistenza ginecologica e neonatale.
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Il modello di advocacy per la giustizia sociale nei confronti di tutti i pazienti
Bu e Jezewski (2007) identificano tre attributi principali di advocacy:
- salvaguardia dell’autonomia del paziente;
- azione per conto dei pazienti che non sono in grado di agire da soli;
- difesa della giustizia sociale.
I primi due attributi si concentrano sulla difesa a livello del singolo paziente, il tipo di difesa più spesso discusso nella letteratura, e più familiare agli operatori sanitari in prima linea (Bu e Jezewski, 2007; Spenceley, Reutter, & Allen, 2006).
In Nord America, è diffusa una lunga storia attinente al terzo attributo descritto da Bu e Jezewski: difendere la giustizia sociale con l’obiettivo di migliorare la salute della popolazione (Ballou, 2000). Nel secolo scorso, le ostetriche sono state per lo più un gruppo politico silenzioso. Ma negli ultimi anni, gli studiosi hanno iniziato a riportare la giustizia sociale nella corrente principale del discorso di assistenza, incoraggiando ad occuparsi di lavoro di giustizia sociale e spingendo per la difesa che si muove al di là del capezzale e al di fuori delle mura delle istituzioni in cui la maggior parte delle ostetriche lavorano. Per comprendere al meglio il concetto di advocacy nell’ambito della giustizia sociale Butterfield (2002) fa riferimento ad una parabola per contrastare la pratica tradizionale con la pratica radicata nella advocacy della giustizia sociale.
In questa parabola, gli individui “a monte” cadono in un fiume, mentre la gente lavora freneticamente “a valle” per cercare di salvare queste persone dall’annegamento. Uno dei soccorritori si rende conto dell’inadeguatezza dei loro sforzi e chiede ai suoi compagni soccorritori di accompagnarlo “a monte” per determinare ed indirizzare i fattori che contribuiscono alla caduta dellepersone nel fiume, così che ulteriori annegamenti possano essere prevenuti. Butterfield fa riferimento a questa parabola per la pratica infermieristica, descrivendo come gli individui siano esposti a condizioni ambientali che inducono a malattia, ossia gli ambienti e gli stili di vita della parabola a “monte”, mentre le ostetriche, seguendo un’ottica meno olistica e più individuale, focalizzata sul rapporto esclusivo col paziente, si sono spesso concentrate “a valle” cercando di salvare (curare, trattare e gestire) coloro che sono già malati. Un esempio può essere chiarificatore: si consideri il caso di una gestante con diabete che è riammessa in ospedale con iperglicemia sintomatica per la terza volta in un lasso di tempo limitato. La valutazione di ammissione scopre che questa paziente è irregolare nel prendere le sue medicine, non segue una dieta per diabetici, e non fa esercizio regolarmente. Se il contesto non viene preso in considerazione nell’assistenza a questa paziente, le probabilità sono che sarà etichettata come non aderente alle cure. Gli interventi medici in ospedale forniranno risoluzione a breve termine per l’iperglicemia; la paziente sarà dimessa e sarà probabilmente riammessa in pochi mesi con lo stesso problema. Tuttavia, i comportamenti di questa paziente assumono una dimensione diversa, se esaminati dal punto di vista della giustizia sociale.
Quando il contesto socioeconomico viene preso in esame, questo allargamento di prospettive, determina che la paziente manchi di risorse finanziarie sufficienti per pagare per tutti i suoi farmaci e di conseguenza sia costretta a razionarli. Il suo limitato reddito preclude l’acquisto di alimenti freschi per cui si nutrirà con carboidrati. Inoltre, si scoprirà che questa paziente, per trovare un alloggio in base ai suoi mezzi, si è dovuta trasferire in un quartiere che descrive come “dominato dal crimine”. Riferisce di non impegnarsi in attività fisica al di fuori della sua casa perché teme per la sua sicurezza personale. Visti da una prospettiva “a monte”, i comportamenti di questa paziente non sono “non aderenti” alla compliance. Piuttosto, essi sono un prodotto delle sue condizioni sociali ed economiche. Se le principali cause di iperglicemia di questa paziente ossia le insufficienti risorse finanziarie e le condizioni di vita non sicure, non vengono affrontate, il probabile esito proseguirà in esacerbazioni che risulteranno dispendiose sia per la paziente che per l’assistenza sanitaria. Secondo Butterfield (2002), un approccio individuale “a valle” verso la salute può anche promuovere, una mentalità tendente alla colpevolizzazione della vittima, perché la malattia è attribuita a fattori individuali (spesso comportamentali) piuttosto che ad un contesto sociale, economico, politico e ambientale in cui esistono questi comportamenti. Al contrario, secondo Spenceley et al., (2006), la pratica applicata a “monte”, riconosce che il potenziale per la salute è incorporato in sistemi sociali, economici e politici; riconosce che gli outcome della salute sono intrinsecamente legati a tali sistemi e cerca di affrontare le questioni di salute spingendo per il più ampio cambiamento sistemico. Secondo questo modello di advocacy concepita come giustizia sociale, l’obiettivo che si persegue è incentrato su un livello comunitario, trasbordando i confini del rapporto individuale tra operatore sanitario e persona assistita. Ne consegue, quindi, che sia per la valutazione che per l’intervento, dell’ostetrica/o, sarà necessario prendere in considerazione non solo il singolo paziente e i suoi bisogni immediati, ma anche il contesto in cui gli individui vivono, che sviluppa le loro opportunità per la salute e per il benessere. Questa tipologia di pratica, definita “a monte” trascende le nozioni tradizionali di assistenza radicata nel rapporto individuale ostetrica/o-paziente ed allarga l’assistenza alla comunità e alla popolazione con l’obiettivo di migliorare la salute dell’individuo migliorando la salute della società in generale (Bekemeier, 2008). Tale modello di advocacy di giustizia sociale invita a lavorare allineando “ciò che è” a “ciò che dovrebbe essere”, diventando impegnati in questioni sociali e politiche che influiscono sulla salute della comunità e della società (Bu Bu & Jezewski, 2007).
Anche se i codici professionali definiscono l’advocacy della giustizia sociale come un’aspettativa della pratica, è evidente dalla letteratura che nella pratica della maggior parte delle ostetriche, questo impegno è ai suoi primordi. I collegi e le associazioni professionali hanno quindi una responsabilità speciale per unirsi coi cittadini abbracciando l’advocacy per la giustizia sociale attraverso obiettivi basati sull’evidenza.
Fonte: “I modelli Assistenziali intra-partum” di Mediserve, di Vittorio Artiola, Simona Novi, Salvatore Paribello, Ferdinando Pellegrino, Giuseppina Piacente, Andrea Vettori
Allergie ai farmaci: poco comuni, ma non rare
Quando si assume un farmaco, accanto agli effetti terapeutici desiderati, si possono sperimentare uno o più fastidi connessi ad azioni collaterali caratteristiche e non eliminabili dei principi attivi che contengono o a una ipersensibilità individuale nei confronti di uno o più eccipienti. Generalmente, però, non si tratta di reazioni allergiche. Le allergie ai farmaci sono un fenomeno molto più raro e serio, che deve indurre a interrompere subito l’uso del farmaco responsabile e a non utilizzarlo più in seguito. Ma quali sono i medicinali a maggior rischio su questo fronte? Scopritelo cliccando qui.
Come, quanto e cosa bere indoor
“La stagione fredda è arrivata. Meno ore di luce, temperature rigide, pioggia frequente e tutta una serie d’intemperie, inducono molti di voi appassionati dell’endurance a rifugiarvi tra le mura di strutture come la nostra, in grado di supportarli adeguatamente nel training invernale. E’ entusiasmante l’energia che ci passate quotidianamente e l’impegno che mettete durante i vostri training! Attenzione però, praticare sport in un ambiente chiuso, comporta inevitabilmente un cambiamento nelle esigenze fisiologiche del corpo sottoposto al training. Facciamo attenzione innanzitutto all’idratazione! Vediamo come”
Valentina
Devi sapere che
Per riuscire a migliorarti, sia in allenamento che in gara, è necessario sapere come idratarti prima, durante e dopo ogni performance.
Lo stato di idratazione è infatti un fattore molto importante tanto per la tua salute, quanto per la prestazione sportiva e poiché l’organismo adulto è composto fino al 50-60% d’acqua, tutte le funzioni corporee dipendono dal corretto stato di idratazione.
Performance sportiva: cosa succede al tuo corpo
Durante le prestazioni gli atleti spingono il proprio corpo al limite delle sue potenzialità. In assenza di una corretta idratazione risulta impossibile esprimere al meglio le proprie capacità prestative. Durante un’attività intensa il corpo con la sudorazione perde liquidi e sali basici che andranno poi recuperati. Per quanto riguarda il reintegro è corretto pesarsi prima e dopo ogni allenamento, così da sapere l’esatta quantità di liquidi consumati e da poterli reintegrare in giusta misura. Il segreto è bere poco più di quanto perso, per esempio se si perdono 1,5l si dovrebbero bere 2l d’acqua.
In sostanza, una maggiore idratazione permette una prestazione migliore e un veloce recupero. Questo vale primariamente per le discipline sportive di endurance ad alta intensità come il triathlon.
Nuoto, corsa, ciclismo
In tutte e tre le discipline del triathlon infatti un’idratazione insufficiente comporta il rischio di abbassamento dei livelli di resistenza e forza muscolare. Generalmente un nuotatore dovrebbe consumare circa mezzo litro d’acqua ogni 40 minuti di allenamento. È bene dunque avere sempre un paio di bottigliette d’acqua sul bordo vasca, da sorseggiare durante le brevi pause della sessione di allenamento. Per quanto riguarda corsa e ciclismo, i parametri sono meno definiti, ma è buona norma avere sempre con sé dell’acqua da poter bere a piccoli sorsi durante l’allenamento.
Cosa e quanto bere
In commercio si trovano moltissime bevande energetiche e integratori, ma la bevanda ottimale deve contenere potassio e magnesio, perchè durante la sudorazione vengono persi questi sali essenziali al funzionamento muscolare. Attenzione a non esagerare, bere troppa acqua semplice ad esempio comporta maggior lavoro per i reni, i quali per svolgere la loro funzione necessitano di sodio e potassio, e dato che il primo è solitamente in eccesso nella dieta mentre il secondo in difetto, un eccessivo lavoro da parte dei reni comporterebbe l’utilizzo di potassio necessario ai muscoli.
Quando bere
Non è possibile stabilire dei tempi standard d’idratazione, le variabili soggettive sono tante ed è sempre molto importante ascoltare il proprio corpo e seguire la sensazione di sete. Come linea guida diciamo che è giusto bere prima di uno sforzo fisico per prevenire una futura disidratazione, che è giusto bere durante lo sforzo fisico ma a piccoli sorsi per permettere una migliore assimilazione e che è giusto reintegrare ciò che si è perso durante l’allenamento.
Fonte: Tri60
Cause dell’infertilità maschile
Attraverso la storia, le donne sono state sempre accusate di essere la “causa” dell’infertilità maschile. Dal caso tristemente famoso di Enrico VIII che divorziava a ripetizione dalle sue mogli “sterili”, ai milioni di donne anonime che nei secoli hanno patito offese e umiliazioni a causa della loro presunta incapacità di fare figli, l’onere della procreazione è stato sempre scaricato sulle spalle femminili. Oggi sappiamo che l’infertilità può essere dovuta anche a cause maschili, che normalmente vengono indagate ogni volta che una coppia incontra problemi nell’avere figli. In linea di massima, le cause dell’infertilità maschile possono essere divise in tre aree: la prima comprende la riduzione della qualità e quantità o l’interruzione nella produzione di spermatozoi nei testicoli, la seconda riguarda le disfunzioni della ghiandola pituitaria, che non è in grado di stimolare correttamente i testicoli (cause endocrine, sono relativamente rare e riguardano circa 1 paziente ogni 100); la terza area riguarda l’ostruzione dei condotti seminali che trasportano lo sperma all’epididimo e ai vasi deferenti.
| cause di infertilità | metodo diagnostico | terapie | tecniche di riproduzione assistita |
| varicocele | ecografia ecodoppler spermiogramma |
chirurgia | Inseminazione intrauterina IUI Fecondazione in vitro: ICSI |
| infezioni | indagini di laboratorio spermiocoltura |
farmacologica | |
| immunologica | ricerca anticorpi | farmacologia | |
| deficit ormonali | indagini ormonali | indagini ormonali | Fecondazione in vitro:ICSI |
| patologie genetiche | indagini genetiche: cariotipo, analisi molecolare |
nessuna | Fecondazione in vitro: ICSI |
| sterilità inspiegata | esclusione di cause evidenti con le indagini a disposizione attualmente | le terapie variano in funzione del disturbo | Fecondazione in vitro: ICSI |
Fonte: Androweb
Consapevolezza di sè per vivere una vita più facile
La tua giornata non è andata come desideravi?
Pensieri come: “il mio capo non mi apprezza”, “nessuno mi capisce”, “non ce la faccio più”, “se solo la smettessero”, … hanno risuonato nella tua testa? Beh, non sarai felice di sapere ciò che ti sto per raccontare…
Ti sei lasciato dominare da pensieri che non hanno niente a che fare con ciò che è realmente accaduto e soprattutto che non hanno niente a che fare con la consapevolezza! Con alcuni di questi pensieri ti crogioli quotidianamente, contro altri cerchi di lottare ma il tuo stato interiore non cambia.
Cambierebbe se tu fossi consapevole!
Bene, allora da dove partire? Innanzitutto occorre allenarsi a vedere i propri pensieri. L’abilità nell’osservarsi è il primo passo per ‘vedersi’ e conoscersi. Il primo passo verso la consapevolezza.
Più l’uomo si osserva, più si conosce e più scopre la propria inconsistenza, debolezza e fragilità senza parlare di quella continua litania di preoccupazioni, negatività, superstizioni, immagini fobiche e proiezioni malate in attesa di catastrofici eventi improbabili…
Il mondo non ti prepara a gestire pensieri ed emozioni
Puoi passare una vita intera senza accorgerti dei danni che fai lasciando allo ‘stato brado’ i tuoi pensieri e le tue emozioni. Se tu prendessi responsabilità sulle emozioni che vivi e sui pensieri che formuli la tua vita sarebbe immediatamente diversa e migliore.
Quando qualcuno ti pesta i piedi, meccanicamente ti arrabbi e per qualche ora, o addirittura qualche giorno, energeticamente vai dietro a quella persona.
La meditazione è l’allenamento che serve per produrre consapevolezza e non arrabbiarti.
Meditare significa governare i tuoi pensieri in modo tale da poter andare serenamente per la tua strada anche quando hai avuto una tensione o anche quando qualcuno ti ha pestato i piedi.
Purtroppo il nostro stato interiore è immancabilmente un biglietto di invito per la realizzazione di ciò che effettivamente accade nella nostra vita. I nostri stati d’Essere e le nostre emozioni negative prima annunciano ciò che accadrà e dopo determinano quegli eventi che erano stati preannunciati. Il tempo separa il tuo vissuto interiore, i tuoi stati, dai fatti che inevitabilmente si genereranno.
Il tempo è una cortina fumogena, un ammortizzatore che ti impedisce di scorgere la correlazione e di conseguenza di prendere responsabilità come unico regista della tua vita.
Sono certo che fai fatica ad accorgerti che quanto ti accade altro non è che lo specchio del tuo vissuto interiore.
Come puoi migliorare la tua situazione?
Fai un percorso di consapevolezza, scegli la meditazione come strumento quotidiano per mantenere saldi gli impegni che ti assumi.
Un reale percorso di crescita ti porta ad Essere Consapevole e ti dà la forza per trasmutare i tuoi vissuti negativi in modo da realizzare per il tuo futuro esattamente ciò che desideri.
Timori, paure, perplessità, dubbi, ansie, superstizioni, rancori, rabbie… robaccia che persone che fanno un percorso di consapevolezza come quello che ti sto consigliando, riconoscono come tale, perché l’hanno osservato e lavorano per fare in modo che sia diverso.
La consapevolezza che cerchiamo di produrre durante la meditazione deve ripercuotersi nel nostro quotidiano. Deve servire per frenare quei pensieri meccanici parassiti che sorgono in risposta all’ambiente, che producono stati negativi che producono quegli eventi che alla fine generiamo.
Siamo qui per essere consapevoli, per non pensare, per Essere. Quando SONO la mente si quieta e non pensa. Quando SONO la mente smette quel continuo lavorio di interpretazione di dati, di interpretazione di situazioni, di produzione di filmati… smette di mentire. La sto governando ed è pronta a produrre ciò che mi interessa.
Gli attimi di consapevolezza che riusciamo a produrre quando meditiamo sono preziosi, un momento in cui tutto si ferma e noi SIAMO, quando riparte la mente noi SEMBRIAMO e smettiamo di ESSERE.
Meditazione per prendere in mano le redini della tua vita
Ancora una volta la chiave per migliorare la tua vita sta nella meditazione. Un esercizio quotidiano, fatto tre volte al giorno per almeno 7 minuti.
La mattina medita prima di alzarti perché vuoi prendere in mano le redini della tua vita.
La sera medita prima di andare a letto e allora la tua notte sarà diversa e migliore.
Durante la giornata medita e, ogni volta che ‘ti vieni in mente’, cerca di trattenere il più possibile quello stato di quiete che si è prodotto durante la meditazione.
Se mediti nella tua vita non c’è ansia, stress, depressione. Non ci sono pensieri negativi, timori, paure… tutte queste sono solo sciocchezze della mente. Se non mediti puoi solo riflettere l’ambiente che frequenti, una società malata.
Nella meditazione facciamo uno sforzo di consapevolezza ogni volta, non è faticoso ma facciamo lo sforzo di governare i pensieri. Lo sforzo va fatto ogni volta e dipende da quanto sei distante da te stesso in quel momento, da quanto emotivamente sei sereno o ‘stravolto’.
Gli stati interiori inevitabilmente si rifletteranno nella tua vita.
Puoi studiare, laurearti, vincere al Superenalotto, correre maratone, scalare montagne, avere successo, diventare super ricco, dominare X FACTOR, … ma se non divieni consapevole il tutto è vano… e la tua vita sarà comunque intrisa di paure, timori, tristezza e sofferenza inutile.
Fonte: Naturopatia
Rimedi naturali per i dolori mestruali
La dismenorrea, definizione medica per i dolori mestruali, è un disagio molto diffuso, soprattutto nelle donne giovani nelle quali il ciclo mestruale si è appena stabilizzato. Esso rappresenta la prima causa di assenteismo dalla scuola e dal lavoro, in quanto sono proprio le ragazze al di sotto dei 20 anni, quelle che hanno avuto il primo ciclo prima degli 11 anni, le donne con mestruazioni abbondanti, quelle che non hanno mai avuto figli, ad essere più soggette. A seconda dei sintomi ci sono diversi rimedi naturali.
Le mestruazioni hanno inizio ogni 28 giorni circa. Durante il primo giorno abbiamo un abbassamento importante di estrogeni e progesterone, ormoni che svolgono un’importante azione sull’umore ed è per questo che si possono vivere stati di nervosismo o tristezza emotiva. Inoltre è possibile sentire il desiderio di cioccolato.
Come riconoscere la dismenorrea
Ogni donna reagisce in modo diverso al dolore, quindi anche i sintomi della dismenorrea possono variare da persona a persona e anche da un mese all’altro nella stessa donna. In generale, la dismenorrea si caratterizza per un dolore intenso nella parte bassa dell’addome e si possono alternare forti crampi a dolori più sopportabili.
Questo dolore intenso può coinvolgere la parte lombare della schiena, le cosce e può essere accompagnato da una serie di sintomi come:
- mal di testa;
- vertigini;
- nausea;
- senso di pesantezza;
- diarrea;
- dolore al seno;
- irritabilità;
- variazioni dell’umore;
Perché si generano i dolori mestruali?
A scatenare i dolori sono le contrazioni dell’utero generate dalle prostaglandine PGE2, molecole associate all’infiammazione. Secondo molti esperti, quando queste contrazioni sono intense, restringono i vasi sanguigni che irrorano l’utero, privandolo di ossigeno per un breve periodo.
Rimedi naturali Dismenorrea
Ovviamente i rimedi naturali per i dolori mestruali avranno lo scopo di diminuire lo stato infiammatorio.
1. Attività Fisica
Un forte effetto antinfiammatorio è prodotto dal movimento fisico. Il ricercatore Nicholas Young del Wexner Medical Center dell’università dell’Ohio ha dimostrato che l’attività motoria ha permesso ai topolini “allenati” di ridurre l’infiammazione locale e generale, fino quasi all’essere completamente eliminata. Per rendere efficace e duraturo l’effetto benefico del movimento fisico è importante praticarlo 30-45 minuti, almeno a giorni alterni.
2. Clistere
Il benessere del tuo intestino è fondamentale per vivere il tuo ciclo mestruale senza dolore. Nella mia esperienza personale, quando ho ripristinato un sano transito intestinale e ho superato i problemi legati alla stitichezza, il dolore non si è più presentato; forse perché ho imparato a lasciar andare? E’ consigliabile fare un clistere, per diminuire l’intensità dei dolori addominali, schiena e per il mal di testa. E’ possibile eseguirli con acqua tiepida; in questo caso segui la questa procedura.
3. Alimentazione
Anche l’alimentazione è molto importante:è necessario limitare o eliminare, per quanto possibile, alimenti proinfiammatori come le proteine animali, principalmente carni rosse e carni trasformate, insaccati, caffè ed eccitanti (in genere zucchero bianco, bibite gassate zuccherate, alcolici e tabacco). Se vuoi avere consigli più precisi ti consiglio di leggere questo articolo .
Fonte: Naturopatia
Colpo di calore
Durante un colpo di calore l’alta temperatura corporea può danneggiare i tessuti e gli organi. Se ciò avviene nei soggetti non trattati l’esito potrebbe essere fatale. I sintomi sono: cute calda, alta temperatura corporea, agitazione, confusione e perdita di coscienza, respiro e polsi rapidi, pelle asciutta o sudata.
Cosa fare?
- Controllare i parametri vitali.
- Spostare la vittima in un luogo fresco e spogliarla, lasciando solo gli indumenti di cotone.
- Raffreddare la vittima con ogni mezzo possibile.
- Mantenere la testa e le spalle sollevate.
- In caso di convulsione, cercare di trattarla il più velocemente possibile.
- Chiamare l’ambulanza.
In condizione di bassa umidità spruzzare o versare dell’acqua sulla vittima e ventilarla energicamente, oppure coprirla con un lenzuolo umido.
In condizioni di umidità elevate, invece, il metodo delle evaporazione non funziona. È necessario quindi mettere delle borse di ghiaccio sulle aree irrorate dal sangue.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
I nemici del piacere: se li conosci li eviti
Lo stile di vita occidentale, le giornate affollate di impegni, il lavoro senza più orari né ritmi regolari, le incombenze familiari non aiutano certo la mente a rilassarsi e l’organismo ad abbandonarsi a tenerezze e beneficiare di una sessualità serena. Conoscere i nemici del piacere è il primo passo per cambiare le proprie abitudini e migliorare desiderio e prestazioni. Ecco quali sono i principali comportamenti da evitare per una vita di coppia appagante e perché.
Cranberry: la capacità antiadesiva batterica delle proantocianidine di tipo A
Le proantocianidine di tipo A sono molecole della famiglia dei polifenoli, costituite da più unità flaviniche. Esse possiedono un elevato potere ossidante, tanto da svolgere un’azione antibatterica.
Il cranberry è un frutto che possiede un’elevata quantità di PAC di tipo A e le sole componenti possiedono un’attività antiadesiva. Esistono tantissimi integratori alimentari a base di mirtillo rosso con un alta concentrazione di PAC che ostacolano l’adesione e le infezioni dei germi responsabili delle infezioni urinarie. Il patogeno non riesce ad aderire alla mucosa, in quanto i recettori delle pareti sono già occupati dalle molecole di PAC.
La National Kidney Foundation consiglia di bere un bicchiere di bevanda a base di succo di cranberry al giorno in modo da prevenire le infezioni urinarie.
Fonte: Il Cranberry – Un frutto che non finisce mai di stupire di Mediserve
Firmato a Roma il Manifesto di Fine Vita
Firmato a Roma il Manifesto Interreligioso dei Diritti nei Percorsi di Fine Vita. Si tratta del lavoro frutto di una particolare sensibilità nei confronti del dialogo interreligioso in ambito sanitario, nella prospettiva di un percorso di impegni concreti e che si traduce in nove punti: Diritto di disporre del tempo residuo; Diritto al rispetto della propria religione; Diritto a servizi orientati al rispetto della sfera religiosa, spirituale e culturale; Diritto alla presenza del Referente religioso o Assistente spirituale; Diritto all’assistenza di un mediatore interculturale; Diritto a ricevere assistenza spirituale anche da parte di Referenti di altre fedi; Diritto al sostegno spirituale e al supporto relazionale per sé e per i propri familiari; Diritto al rispetto delle pratiche pre e post mortem; Diritto al rispetto reciproco.
Oltre al Gruppo Promotore, costituito da ASL Roma 1, GMC – Università Cattolica del Sacro Cuore e Tavolo Interreligioso di Roma, i firmatari del Manifesto sono Centro Islamico Culturale d’Italia, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Diocesi Ortodossa Romena d’Italia, Hospice Villa Speranza – Università Cattolica del Sacro Cuore, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Unione Buddhista Italiana, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Unione Induista Italiana, Unione Italiana Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno, Vicariato di Roma, AVO (Associazione Volontari Ospedalieri), CSV Lazio (Centro Servizio per il Volontariato), Cittadinanzattiva, una rappresentanza della categoria degli Operatori Socio Sanitari.
Fonte: Cittadinanza Attiva
Anemia
L’anemia è la condizione clinica nella quale il tasso di emoglobina è inferiore al terzo percentile rispetto al gruppo di età del paziente.
I sintomi compaiono in relazione alla rapidità dell’esordio, alla gravità dell’anemia e alla patologia di base. Se si tratta di una rapida insorgenza compaiono cefalea, vertigine, tachicardia ed ipotensione posturale. Ad esordio lento invece, compaiono pallore, astenia progressiva, irritabilità e affaticamento.
Gli esami di laboratorio essenziali sono l’esame emocromocitometrico con formula leucocitaria, striscio di sangue periferico, VCM, reticoliti. In caso di traumi o emorragie gastrointestinali è necessario escludere patologie che necessitano di interventi chirurgici. In caso di sintomatologia clinica con insufficienza d’ossigeno è consigliata la terapia trasfusionale immediata.
Un ‘altra situazione d’urgenza è l’insufficienza renale in corso di emolisi intravascolare massiva. I sintomi sono: dolori alle logge lombari, emoglobinuria e progressiva oliguria e anuria. La terapia in questi casi richiede iperidratazione per via endovenosa e furosemine.
Fonte: Emergenze Mediche in Pediatria di Mediserve a cura di Maurizio Vanelli
Aceto dalle mille virtù: vere o presunte?
Di vino, rosso o bianco, balsamico, di mele, di pere, di riso, di cocco, di miele o di birra. Sono soltanto alcune varianti dell’aceto: un alimento molto amato in ogni parte del mondo e usato per gli scopi più diversi. Condire, insaporire, cuocere, conservare, disinfettare e anche ottenere specifici benefici per la salute, dal controllo del peso a quello della glicemia. Ma che cosa c’è di vero tra le molte virtù propagandate? Ecco che cosa si sa di questo prezioso prodotto di fermentazione e che cosa, invece, resta da dimostrare.
Si può fare sport con la psoriasi?
La comparsa della psoriasi può portare all’abbandono di attività sportive, in quanto il disagio fisico e psicologico inducono il paziente ad isolarsi e sospendere quelle che prima erano le sue abitudini quotidiane.
La psoriasi è caratterizzata dalla presenza di lesioni, che ovviamente influiscono negativamente anche sull’umore del malato, che spesso non prosegue le attività che svolgeva prima della comparsa della psoriasi. Una ricerca condotta in Finlandia ha evidenziato che la maggior parte dei pazienti abbandonano del tutto o solo in parte l’attività fisica. Un altro studio, condotto in Italia, seppur confermando l’abbandono dei giovani delle attività sportive, ha dimostrato che un quarto di essi ha riscontrato benefici nello sport, impedendo il decorso naturale della patologia.
Quindi, se è vero che i pazienti affetti da psoriasi tendono ad abbandonare le proprie abitudini, è anche vero che l’attività fisica costante riveste un ruolo importante per il miglioramento dei sintomi della malattia. Inoltre, lo sport riduce anche il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari, metaboliche e diabete di tipo 2, che possono manifestarsi in seguito alla psoriasi.
Quale sport praticare?
Scegliere lo sport da praticare non è così difficile, basta evitare quelli di contatto, come la boxe o le arti marziali, in quanto potrebbero verificare lesioni o graffi sulla pelle. Il nuoto e tutti gli sport acquatici sono molto consigliati, soprattutto se praticati nei mesi estivi e all’aperto. I raggi solari, infatti, portano giovamento ai pazienti malati di psoriasi. Se invece, il nuoto viene praticato in piscina è necessario informarsi sulla quantità di cloro presente nell’acqua e sciacquare bene il corpo in seguito all’attività, in modo da non sviluppare irritazioni da cloro. È importante utilizzare lenitivi ed emollienti per tenere la pelle morbida e protetta, cercando di usare la massima cura sia dal punto di vista igienico che cosmetico.
Prevenire l’influenza per evitare l’ictus cerebrale
Vaccinarsi ogni anno contro l’influenza stagionale permette di evitare sicuri malesseri, giorni di lavoro persi e, soprattutto tra gli anziani e altri soggetti a rischio, complicanze severe e talvolta letali, specie a livello respiratorio (polmoniti) e cardiovascolare. Nuove evidenze aggiungono un’ulteriore ottima ragione per proteggersi per tempo, con il vaccino, dalla più tipica e diffusa malattia da raffreddamento: ridurre il rischio di essere colpiti da ictus cerebrale. Ecco i dettagli di due studi recenti che hanno segnalato questa pericolosa associazione.
Frattura alla caviglia, ingessati per sei settimane non è necessario
Dopo una frattura alla caviglia spesso si porta il gesso per lungo tempo, con tutte le limitazioni che ne conseguono. Ma la durata dell’immobilizzazione non è mai stata determinata su basi scientifiche. Un recente studio mostra che le classiche sei settimane di immobilizzazione con il gesso non offrono una guarigione più rapida rispetto a tre settimane, mentre il dimezzamento dei tempi riduce i rischi per la salute e migliora la qualità della vita.
Tero Kortekangas, ortopedico dell’Ospedale finlandese dell’Università di Oulu è partito dalla considerazione che restare ingessati ha conseguenze sulla salute: più a lungo un arto resta immobilizzato e maggiori sono le probabilità di danni alla pelle, trombosi venosa profonda e rigidità dopo che il gesso viene tolto. Ha così arruolato 247 pazienti, dall’età media di 45 anni, che erano incorsi nel tipo più comune di frattura alla caviglia tra il 2012 e il 2016, ma non erano stati indirizzati alla chirurgia. Suddivisi in tre gruppi, a un terzo di loro è stato fatto indossare un gesso per le tradizionali sei settimane, a un terzo il gesso è stato rimosso dopo tre settimane, mentre agli altri è stata applicata una semplice cavigliera.
Il grado di recupero è stato valutato in tre momenti successivi: dopo sei settimane, tre mesi e un anno, sulla base dell’indice Oma (Olerud-Molander ankle) che è ritenuto il sistema più preciso per misurare lo stato di salute della caviglia e che si basa su una scala da uno a cento, in cui i punteggi più alti corrispondono alle condizioni migliori.
Dopo un anno, come si può leggere sul British Medical Journal, quelli che avevano indossato il gesso per sei settimane hanno ottenuto i risultati meno favorevoli, con un punteggio medio di 87,6 rispetto al 91,7 registrato nel gruppo in cui l’ingessatura è stata mantenuta per sole tre settimane. Sempre all’ultimo controllo, i pazienti di tutti e tre i gruppi hanno evidenziato una situazione simile sia riguardo all’assenza di dolore che alla qualità della vita, ma chi aveva portato una cavigliera è stato in grado di eseguire un movimento della caviglia leggermente più ampio.
È vero che le fratture della caviglia non sono particolarmente comuni, ma le implicazioni potrebbero essere molto più ampie. Infatti, come ha fatto notare Kortekangas, il risultato potrebbe essere valido anche per le fratture che si verificano in altri segmenti ossei e quindi lo studio apre la strada a tutta una serie di nuovi approfondimenti.
Attacco cardiaco (o infarto)
Un attacco cardiaco avviene quando l’apporto ematico si riduce gravemente o si interrompe.
I sintomi sono: oppressione e dolore al centro del torace, dolore che si irradia alle spalle, al collo e alle braccia, pallore, sudorazione, nausea e brevità del respiro.
Cosa fare?
- Chiamare un’ambulanza o recarsi al pronto soccorso.
- Controllare i parametri vitali.
- Aiutare la vittima a mettersi nella posizione meno dolorosa (solitamente seduti con le gambe sollevate e le ginocchia piegate).
- Verificare se il paziente ha delle medicine prescrittegli dal medico e se il paziente è cosciente aiutarlo a prenderle.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
















