Un lutto, un divorzio, un grave incidente. Sono alcuni esempi di eventi traumatici che possono essere difficili da gestire e superare sul piano psicoemotivo. Ognuno vive queste esperienze a modo proprio, in base alla propria personalità e al contesto. Ma esistono alcune strategie e comportamenti che possono facilitare l’elaborazione del trauma un po’ per tutti. Li trovate a questo link, da memorizzare e usare nel momento del bisogno.
Mese: Marzo 2019
Esofago a rischio con le bevande bollenti
“Non bere l’acqua troppo fredda, altrimenti ti viene mal di stomaco!”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire da mamme e nonne? Sicuramente, molte. Nessuno, invece, ci ha avvisato del fatto che anche le bevande molto calde possono essere dannose, e in modo ben più grave. Secondo una ricerca da poco pubblicata sull’International Journal of Cancer, bere tè o altri liquidi con una temperatura superiore a 60°C (140°F) può aumentare il rischio di sviluppare il tumore dell’esofago: addirittura del 90%, dalle 2 tazze in su. I dettagli della ricerca.
Migliorare il sonno con uno smartphone o un kit portatile, oggi è possibile
Un kit all’avanguardia che aiuta ad analizzare il microbioma individuale può fornire informazioni sulle ragioni per cui alcune persone dormono male: è una delle nuove tecnologie che sono state presentate al Consumer Digital Association 2019 Digital Health Summit di Las Vegas, sviluppate allo scopo di migliorare il sonno.
Non è facile dare al medico informazioni oggettive sulla qualità del sonno o spiegare perché si ha difficoltà ad avere un sonno profondo: è un problema complicato da descrivere e da risolvere.
Utilizzando il kit, i consumatori inviano un campione di feci a un laboratorio che, con una speciale tecnologia metagenomica, è in grado valutare la presenza di diversi batteri presenti nell’intestino.
Oltre all’effetto dei microrganismi sulla sensibilità al glutine, sull’infiammazione, sull’intolleranza al lattosio, sul peso e sul metabolismo, l’analisi esamina i livelli dei batteri che producono alcuni neurotrasmettitori coinvolti nei ritmi naturali del sonno, come la serotonina e l’acido gamma-amminobutirrico (GABA).
Il rapporto generato dall’analisi del microbioma fornisce informazioni sui modi in cui la dieta e lo stile di vita possono aiutare a cambiare la composizione batterica dell’intestino. Un secondo test viene raccomandato per verificare l’efficacia degli interventi.
Un’altra tecnologia presentata al summit permette di valutare la qualità del sonno. Si tratta in questo caso di una App che è in grado di capire se l’utente si trova in uno stato di veglia, di sonno leggero, di sonno profondo o di sonno REM: è sufficiente appoggiare il proprio smartphone sul comodino per rilevare, ogni 30 secondi, l’energia a radiofrequenza e a bassa potenza emessa dal corpo. Un algoritmo inserito nella App genera un punteggio da 0 a 100 per indicare la qualità del sonno della persona: i dati possono fornire a medici e pazienti informazioni oggettive.
Anche in questo caso, la strumento non si limita a misurare la qualità del sonno, ma propone tecniche di respirazione per il relax e fornisce consigli personalizzati; dispone inoltre di una sveglia intelligente che suona durante la fase di sonno leggero, quando il risveglio risulta meno traumatico.
Secondo Daniel Kraft, che si occupa di medicina e neuroscienze presso la Singularity University, un’organizzazione dedicata allo sviluppo tecnologico, questi sono gli esempi di un tipo di strumenti che sempre più ci permetterà di influire non solo sul sonno, ma su diversi aspetti della nostra salute: «Approfondimenti sul microbioma, monitoraggio del glucosio, dati metabolici dalla respirazione e molto altro, rilevabili con un semplice dispositivo portatile… la combinazione di tutto questo ci offre nuovi modi per ottenere informazioni dettagliate. Potremo utilizzare questi strumenti per tracciare non solo i segni vitali, ma anche i comportamenti, fornendo un aiuto per cambiarli e renderli più salutari»
Dieta vegana in gravidanza e nell’infanzia ok, se ben pianificata
Scelta da sempre più persone, per se stesse e per i propri familiari, per ragioni ideologiche o convinzioni salutistiche; osteggiata da altrettante, che la ritengono una moda alimentare inutile o addirittura dannosa. La dieta vegana, non c’è dubbio, fa discutere e, in molti casi, anche i medici e i nutrizionisti sono tutt’altro che concordi sull’opportunità o meno di consigliarla o scoraggiarla, in generale o in specifici sottogruppi di persone.
A suscitare i maggiori dubbi e le più accese dispute è la scelta di alcune donne di non tradire i dettami dietetici vegani neppure durante la gravidanza e l’allattamento e di proporre lo stesso stile alimentare ai figli fin dallo svezzamento. Comportamento da taluni considerato lecito e da molti altri irresponsabile, in considerazione del rischio di deficit nutrizionali anche gravi (e conseguenti danni alla salute) derivanti dalla mancata assunzione di qualunque alimento di origine animale. Il problema è: chi ha ragione?
Per cercare di mettere ordine in un ambito in cui le opinioni pullulano, ma le evidenze scientifiche attendibili sono scarse, poco note o non correttamente interpretate, un panel di esperti italiani della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana (SSVN) ha da poco pubblicato un documento di consenso contenente alcune importanti raccomandazioni per strutturare una dieta vegana sana e bilanciata, adatta anche alla donna durante gravidanza/allattamento e in età pediatrica.
Le indicazioni fornite dagli esperti sono quanto mai ragionevoli, al punto da apparire quasi scontate, ma banalizzarle e non seguirle comporta rischi seri. Quindi, se si sceglie di essere vegani sempre e comunque, meglio imparare a strutturare l’alimentazione quotidiana con il supporto di un nutrizionista esperto e, nel caso dei bambini, anche del pediatra.
Un primo aspetto da considerare riguarda l’apporto calorico complessivo e dei singoli nutrienti, che deve essere sufficiente e bilanciato alle necessità individuali. Contrariamente a quanto molti pensano, assumere proteine “complete” non è un problema, se ci si abitua ad abbinare sempre cereali e legumi e se si consumano “pseudocereali” (come quinoa, amaranto) e gli innumerevoli prodotti proteici di derivazione vegetale (tofu, tempeh, natto, latte di soia, seitan ecc.) disponibili in commercio.
Oltre che di proteine, i derivati della soia sono anche una buona fonte alternativa di calcio (essenziale per il metabolismo osseo), che può essere assunto in quantità adeguata anche mangiando spesso cavoli, broccoli, cime di rapa, arance, fichi, mandorle e altra frutta secca, e bevendo almeno 2 litri al giorno di un’acqua che ne sia abbastanza ricca (300-350 mg/litro).
Il calcio può essere utilizzato dall’organismo soltanto in presenza di vitamina D, sostanzialmente assente nella dieta vegana, ma prodotta dalla pelle esposta al sole: basta esporre viso, braccia e gambe per 15 minuti al giorno senza protezione solare (evitando le ore più calde) per ottenerne una quantità sufficiente. Nei mesi freddi, se necessario, su consiglio del medico si può ricorrere anche a integratori.
I vegani devono essere consapevoli che i soli alimenti vegetali non sono in grado di assicurare il necessario apporto di vitamina B12 (presente esclusivamente in alimenti di origine animale e lieviti). Soprattutto durante la gravidanza/allattamento e nell’infanzia è, quindi, consigliabile assumere integratori alimentari contenenti questa vitamina, essenziale per la sintesi dei globuli rossi e per la funzionalità del sistema nervoso. Gli acidi grassi omega-3, importanti per il sistema nervoso e le difese immunitarie, sono invece forniti da mandorle, semi e olio di lino e semi di chia, e potranno essere ulteriormente integrati con preparati mirati.
Lo iodio può essere assunto in quantità sufficiente (circa 100 mg/die nel bambino; 150 mg/die nell’adulto e 200 mg/die in gravidanza) semplicemente usando sale iodato al posto del comune sale da cucina, mentre per assimilare meglio il ferro presente nei vegetali (spinaci, cavoli, broccoli, fagioli, lenticchie ecc.) è necessario abbinare questi cibi a una fonte di vitamina C (limone o altri agrumi, peperoni, pomodori freschi o secchi, frutti di bosco, kiwi ecc.). La donna vegana in età fertile deve, però, monitorare regolarmente possibili deficit di ferro e, se presenti, ricorrere a integratori, concordati con il medico.
Fonte: Baroni L et al. Vegan Nutrition for Mothers and Children: Practical Tools for Healthcare Providers. Nutrients 2019;11:5. doi:10.3390/nu11010005 (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6356233/)
Piangete molto? Non è un male
Ci sono molte ragioni per cui si può piangere e, come ben si sa, non sono tutte brutte né spiacevoli, anzi. Quel che si conosce un po’ meno sono le innumerevoli, sorprendenti, funzioni delle lacrime, sia quando scendono sulla scia di un’emozione sia quando la lacrimazione è spontanea e legata a fattori ambientali o interni all’occhio. Vi sentite preparati in materia? Mettetevi alla prova con questo quiz. Ma tentatelo anche se pensate si saperne poco, perché imparerete molte cose interessanti dalle risposte degli esperti.
Ritmo circadiano: come si autoregola il nostro corpo
Qual è l’ora migliore per svolgere attività fisica? E per andare a dormire? Riposarsi nel primo pomeriggio è un’abitudine sana? Domande cui può dare una risposta la conoscenza del nostro orologio biologico o, meglio, del ritmo circadiano, che in cronobiologia è un ritmo della durata di 24 ore.
Il lemma “circadiano” è preso in prestito dalla lingua latina ed è l’unione di due parole: circa e diem che tradotte stanno per “intorno al giorno”. Secondo alcuni scienziati della McGill University e della Concordia University, il ritmo circadiano sarebbe regolato da un’azione cerebrale attivata dalla luce e sarebbe collegato alle abitudini di ogni individuo. Sono gli stimoli che provengono dall’esterno, quindi, in primis la luce solare e la temperatura ambientale, che modificano e regolano il ritmo circadiano, cioè la sintonizzazione con il susseguirsi naturale di giorno e notte, che è appunto un ciclo di 24 ore. Tale ritmo è poi tarato in base alle caratteristiche individuali di ogni persona e dunque sesso, età, oscillazioni ormonali. Un eventuale cambiamento di questo ciclo comporterebbe problemi legati a insonnia, sonnolenza, mancanza di attenzione e concentrazione, cattivo umore. Fastidi di non poco conto, che vanno a incidere sullo stato di salute del nostro organismo e sul modo con il quale affrontiamo quotidianamente le attività giornaliere. La società odierna e lo stile di vita attuale che la stragrande maggioranza della popolazione segue ci portano a pensare di poter prolungare le azioni di ogni giorno fino a notte inoltrata, non percependo che in realtà si sta affaticando il fisico, che ha bisogno di rigenerarsi secondo le routine proprie del ritmo circadiano.
Quale componente regola il nostro orologio biologico?
Si tratta di un insieme di cellule del cervello, il cosiddetto nucleo soprachiasmatico, che risiede nell’ipotalamo. Questo complesso, grazie a cellule sensibili alla luce solare situate nella retina dell’occhio, capta informazioni sul livello di luminosità esterna, adattando quindi il ritmo biologico dell’organismo nell’arco delle 24 ore della giornata. Secondo la scansione di questo ciclo, esistono delle attività e delle azioni da intraprendere in specifici momenti della giornata, per avere pieno rispetto dell’orologio biologico secondo il ritmo circadiano appunto. Prendiamo in esame le varie fasi che regolano la nostra quotidianità.
Solitamente ci si alza al mattino in una fascia oraria che va dalle 6 alle 8, in un momento in cui il fisico cessa di produrre melatonina (ormone che regola il sonno) per aumentare cortisolo (provoca uno stato di allerta). Tuttavia, se la mente è già proiettata all’ufficio, il corpo non è dello stesso avviso perché, soprattutto d’inverno, il buio e le basse temperature esterne invitano l’organismo a riposarsi ancora. Ecco perché è sconsigliato svolgere esercizi fisici intensi appena svegli. Una volta preso il via, comunque, il cortisolo raggiunge l’apice e, fino all’ora di pranzo, i livelli di concentrazione sono al massimo: questa è la fascia oraria ideale per svolgere mansioni impegnative in ufficio, quelle attività che richiedono sforzo mnemonico e attenzioni speciali. Dopodiché subentra la sonnolenza dovuta alla fase digestiva: il corpo si concentra appunto su tale processo e viene temporaneamente sospesa la produzione di orexina, una proteina fondamentale per conservare un’adeguata condizione di veglia. Chi ne ha la possibilità può tranquillamente riposarsi o dedicarsi ad attività leggere che non prevedano attenzioni particolari. Assolutamente sconsigliato dormire invece nella fascia oraria che va dalle 15 alle 18, quando è bene dedicarsi al benessere corporeo praticando delle attività sportive. È durante questo periodo che cuore e polmoni lavorano in maniera più efficace: i muscoli sono più tonici e dunque l’ideale è concentrarsi su esercizi che richiedano una certa manualità; non solo palestra, ma anche bricolage per esempio. Al termine del momento dedicato a sport e lavoretti, ci si siede a tavola per la cena: la cosa migliore è nutrirsi con alimenti non troppo calorici, dunque con pietanze povere di grassi e zuccheri che gli organi hanno più difficoltà a digerire, avvicinandosi l’ora del riposo notturno. Sconsigliate allora grandi abbuffate. Secondo alcuni studi condotti dal professor Stachin Panda del Salk Institute di La Jolla, in California, i pasti andrebbero assunti in un periodo di tempo tra le 8 e le 10 ore durante la giornata: questo migliorerebbe la salute del metabolismo. L’ideale sarebbe quindi consumare l’ultimo pasto non troppo tardi. Terminato di mangiare, il cervello inizia a produrre melatonina, per favorire il sonno: ha inizio un processo corporeo particolare, in cui il fisico si prepara al riposo; nella fascia oraria fino a mezzanotte, non conviene dedicarsi ad attività fisiche intense che provocano un aumento del battito cardiaco ed è sconsigliato anche attardarsi davanti a schermi luminosi, da smartphone, a tablet e computer perché la luminosità di tali dispositivi incide sulla produzione di melatonina. Una volta a letto, il corpo e i suoi organi si rilassano, il cervello elimina le tossine della giornata; chi è sveglio nella fascia oraria da mezzanotte alle tre del mattino, non riesce a raggiungere livelli di concentrazione e attenzione elevati, la soglia di allerta è ridotta al minimo. Ovviamente è sconsigliato applicarsi in attività che richiedano un importante impegno mentale. L’ultima parte della giornata, che si prolunga fino all’ora del risveglio, vede la temperatura del corpo al minimo, mentre la produzione di melatonina sta lentamente diminuendo per permettere il risveglio. Meglio non dedicarsi ad attività fisiche e spendere questi momenti al recupero delle energie per affrontare una nuova giornata l’indomani.
Il nostro corpo è una macchina meravigliosa che segue regolarmente il proprio orologio biologico, scandito dal ritmo circadiano. Seguire queste piccole indicazioni non potrà che giovare al benessere psicofisico del nostro organismo e della nostra mente, rispettando il più possibile i ritmi suggeritici dalla natura.
Fonte: Ilaria Cofanelli di Crudostyle
Miglioramenti alla placca coronarica con la terapia biologica per la psoriasi
La terapia biologica in pazienti con psoriasi grave si associa a miglioramenti significativi delle caratteristiche della placca coronarica, secondo una nuova ricerca coordinata da Nehal N. Mehta, del National Heart, Lung, and Blood Institute di Bethesda, negli Stati Uniti, e a pubblicata su Cardiovascular Research, una rivista della European Society of Cardiology.
La psoriasi grave si caratterizza per un rischio elevato di infarto miocardico precoce e tassi di malattia coronarica simili a quelli del diabete di tipo 2 e, nei pazienti che ne sono colpiti, l’entità della placca non calcificata è correlata in modo significativo sia con i tradizionali fattori di rischio cardiovascolare che con la gravità della psoriasi.
Mehta e colleghi hanno caratterizzato la placca coronarica prima e dopo la terapia in 121 individui con psoriasi da moderata a grave. Di questi, 32 hanno ricevuto un trattamento topico e 89 una terapia biologica, di tre tipologie differenti: anti-TNF, anti-IL12/23 o anti-IL17.
Dopo un anno di follow-up, nei pazienti trattati con farmaci biologici i ricercatori americani hanno è riscontrato una riduzione del 5% della placca coronarica totale e anche della placca non calcificata, mentre in quelli che erano stati sottoposti a terapia topica non si sono avuti miglioramenti significativi. Anzi, in questi ultimi soggetti la coronaropatia ha fatto segnare una progressione, e una parte della componente fibrosa della placca si è convertita in grasso-fibrosa, segnalando un’infiltrazione lipidica le cui conseguenze sono ben note: la parete fibrosa si assottiglia e può arrivare a rompersi, aumentando i rischi della formazione di trombi.
I pazienti trattati con terapia biologica sono migliorati anche dal punto di vista dell’infiammazione sistemica, nonostante gli stessi autori raccomandino cautela e sollecitino studi più ampi e randomizzati.
Tuttavia l’ottimismo è giustificato anche perché il risultato si aggiunge a quello di una precedente ricerca, in cui si era visto che la terapia biologica aveva ridotto il rischio di un nuovo evento cardiovascolare nei soggetti che avevano già avuto un infarto miocardico.
Cosa fare quando si entra in coma
Il coma è la condizione morbosa caratterizzata da perdita di coscienza con ridotta o assente reattività agli stimoli sensoriali e conservazione delle funzioni vegetative. Si distinguono 4 livelli di coma: coma vigile, coma lieve, coma medio e coma profondo. I sintomi sono variabili a seconda della causa e del livello del coma.
È necessario intervenire con procedure immediate: controllare la risposta motoria, le pupille e la risposta verbale. Per quanto riguarda l’anamnesi bisogna valutare i tempi e le modalità di insorgenza, i traumi pregressi o coincidenti, malattie pregresse o in atto l’assunzione di farmaci o di tossici.
È necessario, inoltre, eseguire esami di laboratorio quali emocromo, glicemia, azotemia, elettroliti, transaminasi, amilasemia, creatininemia e l’esame delle urine.
Fonte: Emergenze mediche in Pediatria di Mediserve
Non solo droghe e alcol: le dipendenze sono molte di più
Anche quando non sono legate all’assunzione di sostanze con un’azione dannosa diretta sull’organismo, le dipendenze sono sempre negative perché rendono schiavi di situazioni o comportamenti di cui non si riesce a fare a meno, limitando notevolmente la libertà di scelta e la qualità di vita. Di solito, ci si ritrova a esserne vittima quasi senza rendersene conto e, spesso, facendo anche fatica ad ammetterlo a se stessi. Ma quali sono le sostanze e le circostanze a cui si dovrebbe prestare attenzione nella vita quotidiana? Ecco le 10 cause di dipendenza più comuni.
Standard per un comportamento etico: Advocacy, caring, competenza, responsabilità
I concetti fin’ora esposti possono essere messi in relazione con il codice deontologico, secondo quanto segue:
L’articolo 1.5 recita:
L’ostetrica/o, responsabile della formazione e dell’aggiornamento del proprio profilo professionale, promuove e realizza in autonomia e in collaborazione la ricerca di settore (Competenza).
L’articolo 2.1 recita:
L’ostetrica/o presta assistenza rispettando la dignità e la libertà della persona promuovendone la consapevolezza in funzione dei valori etici, religiosi, culturali, nonché, delle condizioni sociali nella esclusiva salvaguardia della salute dei suoi assistiti (Autonomia/Caring).
L’articolo 2.13 recita:
L’ostetrica/o sostiene la salute globale nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e si impegna alla cooperazione per contrastare le disuguaglianze nell’accesso alle cure e promuovere la salute riproduttiva e di genere, nel mondo (Caring/ Advocacy).
L’articolo 3.1 recita:
L’ostetrica/o tutela la dignità e promuove la salute femminile in ogni età, individuando situazioni di fragilità, disagio, privazione e violenza, fornendo adeguato supporto e garantendo la segnalazione alle autorità preposte, per quanto di sua competenza (Caring/Advocacy).
L’articolo 3.5
Con il consenso della persona interessata, l’ostetrica/o promuove le tecniche di contenimento del dolore della donna e nel neonato per quanto di sua competenza attraverso una scelta clinicamente ed eticamente appropriata (Caring/ Autonomia).
Il codice deontologico dell’ostetrica/o presenta degli articoli dove può essere rintracciato un riferimento al concetto di advocacy, senza però che ci sia utilizzo di questo termine. In particolare, crediamo che nel capo 3 che concerne i rapporti con la persona assistita e nel capo 5 relativo ai rapporti con le istituzioni sanitarie e con il collegio, si possano ravvedere concetti compatibili con l’applicazione dell’advocacy.
Rapporti con la persona assistita
3.1 L’ostetrica/o tutela la dignità e promuove la salute femminile in ogni età, individuando situazioni di fragilità, disagio, privazione e violenza, fornendo adeguato supporto e garantendo la segnalazione alle autorità preposte, per quanto di sua competenza.
3.2 L’ostetrica/o promuove e si impegna a garantire la continuità assistenziale accompagnando e prendendosi cura della donna, della coppia, del nascituro durante la gravidanza, il travaglio, il parto ed il puerperio, al fine di garantire una salute globale degli assistiti.
3.3 L’ostetrica/o si attiva per garantire un’assistenza scientificamente validata ed appropriata ai livelli di necessità. Si impegna nella tutela e nella sorveglianza dei processi fisiologici della sessualità, della fertilità e della salute riproduttiva della donna e della coppia.
3.8 L’ostetrica/o si impegna a promuovere la salute globale e riproduttiva della persona fornendo un’informazione corretta, appropriata e personalizzata rispetto agli stili di vita.
3.9 L’ostetrica/o nel rispetto dei programmi di salute multidisciplinari, integra le attività di sua competenza a quelle degli altri professionisti e si impegna a fornire informazioni complete e corrette sui programmi di prevenzione, assistenza/cura, riabilitazione e palliazione, utilizzando metodologie di comunicazione efficaci e favorenti i processi di comprensione della persona.
Rapporti con le istituzioni sanitarie e con il collegio
5.1 Nell’esercizio della professione, l’ostetrica/o, contribuisce con il suo impegno ad assicurare l’efficienza del servizio ed un corretto impiego delle risorse nel rispetto dei principi etici di solidarietà e di sussidiarietà.
Rapporto tra advocacy e case/care management e consenso informato
Date le caratteristiche dell’ostetrica/o che praticando l’advocacy si pone come “core” del processo comunicativo tra persona assistita, famiglia, medico ed altri operatori sanitari, risulta evidente che questa applicazione si pone all’interno del modello di “case management”, e del suo superamento ovvero il “care management”.
Infatti dalla diretta applicazione dell’advocacy, deriva anche il ruolo manageriale dell’ostetrica/o in quanto gestore di fatto del processo comunicativo, intervenendo e coordinando tutti i passaggi del processo di assistenza.
L’operatrice sanitaria si fa leader del processo assistenziale e gestisce di fatto l’atto comunicativo efficace.
L’introduzione di questo modello organizzativo ha arricchito professionalmente questa figura professionale: che ponendosi come problem solver ha utilizzato un livello maggiore di motivazione e di responsabilità professionale.
L’ostetrica nel Case Manager ricopre contemporaneamente vari ruoli operativi:
• clinico;
• manageriale;
• finanziario.
Il passaggio successivo che rappresenta un’evoluzione, ossia il “care management”, si pone
come risposta ai cambiamenti dei soggetti del sistema sanitario, con lo scopo primario di soddisfare le esigenze bio-psicosociali della persona.
Il care manegement è quindi un programma incentrato sulla persona, non più sul caso che richiede l’intervento di un professionista che concepisce l’individuo in chiave olistica.
Questa evoluzione, è indicativa di una capacità di maturazione della professione ostetrica e con questo substrato strutturale e organizzativo, uno degli elementi più evidenti di questa consapevolezza unitariamente a questi cambiamenti è la funzione di advocacy, qualità distintiva dell’applicazione del Care Manager.
Attraverso il passaggio dal case management al care management, dal considerare le qualità professionali si è passati al considerare le qualità personali, con conseguente centralizzazione della risorsa umana nella dinamica competitiva aziendale. Ecco allora che il sapere nozionistico ha lasciato il posto al know how pratico ed interattivo.
Uno degli strumenti più importanti del Care Management infermieristico è l’empowerment che mira a favorire nella persona assistita l’acquisizione di potere attraverso l’adozione dell’imprescindibile diritto umano di autonomia che si concretizza con l’accrescimento della possibilità dei singoli e dei gruppi di controllare attivamente la propria vita.
Uno degli strumenti, della realizzazione di questo empowerment è il diritto al consenso informato per il paziente, che si tramuta in un dovere per l’ostetrica/o.
CHE COSA SIGNIFICA CONSENSO INFORMATO?
Il consenso informato ha in sé due concetti chiave:
• informare prima del consenso;
• il soggetto principale non deve essere il proponente bensì il destinatario.
La mancata osservazione di tali principi ha comportato numerose denunce nei confronti del personale sanitario da parte di pazienti che si ritengono danneggiati non per le conseguenze degli errori terapeutici, ma per l’errata ed omessa informazione nei loro confronti, riguardo ai rischi ed alle conseguenze della terapia.
Il consenso fornito dal paziente, per la prestazione a cui dovrà sottoporsi, diventa il mezzo tramite il quale si esercita il principio di autodeterminazione, cioè il diritto di ogni essere umano di poter disporre liberamente delle proprie scelte.
Il coinvolgimento diretto dell’assistito è necessario, quindi, per il soddisfacimento del suo diritto alla conoscenza dei dati clinici che lo riguardano, ma anche per renderlo parte attiva durante lo svolgimento del suo piano assistenziale.
Di riflesso, la violazione del dovere dell’informazione può essere fonte di responsabilità professionale in ambito giuridico e più specificatamente in sede civile o penale.
I requisiti intrinseci di un valido consenso sono:
1. la qualità della comunicazione;
2. la comprensione dell’informazione;
3. la libertà decisionale da parte dell’assistito;
4. la capacità decisionale.
Gli standard di informazione proponibili possono essere di tipo professionale, medio, soggettivo. Il primo (di tipo professionale) dà un’informazione che soddisfa il criterio di correttezza tecnica secondo lo stato delle conoscenze mediche, con conseguenti possibili incomprensioni da parte del destinatario dell’informazione.
Lo standard medio deve essere rapportato a quanto una persona potrebbe comprendere della procedura che lo riguarda.
Lo standard soggettivo, in cui l’assistito vuole o può comprendere ciò che ritiene di maggiore significato per lui, con una conseguente personalizzazione di ciò che gli è stato detto.
Il consenso informato nel codice dell’ostetrica/o
Il medico, non è più l’unico professionista chiamato ad occuparsi di informazione e scelte consapevoli rispetto agli interventi sanitari; con lui tutti gli altri professionisti e non solo socio-sanitari, sono chiamati ad inserire il proprio intervento in uno scenario di decisioni consensuali, in cui professionisti e assistito, in collaborazione tra loro, formulano le scelte diagnostico-terapeuticheassistenziali rispetto alle varie opzioni possibili.
In particolare nell’informare l’assistito è implicata la figura dell’ostetrica/o. Esaminando attentamente gli articoli del codice dell’ostetrica/o, in particolare quelli riguardanti i
rapporti con la persona assistita, risuonano parole come: alleanza terapeutica, scelta consapevole e comprensibile del paziente, impiego di metodologie comunicative caratterizzate, dall’efficacia, dalla comprensibilità, dalla multidisciplinarietà, dalla completezza dell’informazione.
Ed ancora, riecheggiano temi riguardanti la partecipazione attiva della donna, ai programmi
diagnostici e terapeutici, al diritto alla procreazione cosciente e responsabile.
Tutti questi temi concorrono alla definizione di una sovra categoria di riferimento che inerisce il consenso informato, a cui espressamente si fa riferimento nell’articolo 3.5 e 3.10:
• 3.5 – Con il consenso della persona interessata, l’ostetrica promuove le tecniche di contenimento
del dolore nella donna e nel neonato per quanto di sua competenza attraverso una
scelta clinicamente ed eticamente appropriata.
• 3.10 – L’ostetrica/o, al di fuori dei casi di emergenza-urgenza, prima di intraprendere sulla persona qualsiasi atto professionale, garantisce l’adeguata informazione al fine di ottenere il consenso informato, sulla base di una vera e propria alleanza terapeutica con la persona. L’informazione clinica non va intesa, infatti, come esclusivamente medica: in realtà la clinica è un ambito comune a molte professioni, ad esempio quella dell’ostetrica/o.
Quindi rientrano tra le informazioni cliniche necessarie all’assistito, almeno quanto la diagnosi medica, la pianificazione dei percorsi diagnostici-terapeutici dell’area ostetrico-ginecologica neonatale, e le prescrizioni relative alle attività tese a garantire la continuità assistenziale (gravidanza, travaglio, parto, puerperio).
Le informazioni relative al programma diagnostico-terapeutico dovranno essere puntuali e comprensibili per il paziente.
Il consenso, deve essere espresso prevalentemente in forma scritta, con particolare attenzione alla necessità di riassunzione del consenso informato nei casi in cui, nel corso dell’attuazione del piano terapeutico, si rendessero necessarie delle modifiche non prese in considerazione precedentemente.
A tal proposito nella fase informativa preliminare all’intervento sanitario, ci si può avvalere
di strumenti quali opuscoli e brochure. Il metodo più utilizzato è quello della costruzione di
schede informative scritte, che sarà poi completata da un colloquio successivo, per verificare la comprensione da parte dell’assistito ed eventualmente offrirgli delle spiegazioni personalizzate. Dopo questa fase, è opportuno lasciare all’assistito un tempo di riflessione, di approfondimento, di ricerca, da condividere anche con persone di riferimento. Solo dopo questo periodo di tempo, la firma dell’assistito per esprimere il consenso acquisisce
senso.
Ci sono alcuni soggetti che non sono in grado di esprimere il proprio consenso:
• soggetti in condizioni cliniche critiche (come uno stato soporoso/coma);
• individui con disabilità psichica grave;
• soggetti affetti da patologie come l’Alzheimer.
Si tratta di condizioni in cui il paziente non è in grado di partecipare al consenso informato, perché incompetente su questo versante.
Sul versante sanitario, per capacità decisionale si intende quel soggetto che:
• è in grado di comprendere le circostanze in cui si trova e le informazioni utili per assumere una decisione riguardante le scelte terapeutiche e assistenziali;
• conosce le conseguenze prevedibili di una decisione data;
• comunica la propria volontà in modo coerente, chiaro e comprensibile.
È assodato che, se la valutazione della competenza psicologica del paziente spetta al medico, non può essere ascrivibile al medesimo alcuna valutazione in merito alla capacità di intendere e volere, parametro di esclusiva pertinenza giuridica.
Fonte: “I modelli Assistenziali intra-partum” di Mediserve, di Vittorio Artiola, Simona Novi, Salvatore Paribello, Ferdinando Pellegrino, Giuseppina Piacente, Andrea Vettori
Abuso di droghe
L’abuso può interessare sostanze medicinali e non, che influenzano le funzioni organiche. Le droghe sono classificate a seconda del loro effetto: stimolanti, sedativi e allucinogeni.
Cosa fare?
- Controllare i segni vitali.
- Chiamare il pronto soccorso o un centro antiveleni.
- Cercare di identificare la sostanza assunta, la quantità e il momento di assunzione.
- Se il soggetto sta vomitando è necessario metterlo sul fianco sinistro ed evitare che si addormenti sulla schiena.
- Non lasciare la persona da sola e cercare di rassicurarla.
- Non cercare di discutere con una persona violenta.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Il consumo dei funghi potrebbe essere efficace contro il declino cognitivo?
Nonostante i numerosissimi studi scientifici condotti sul declino cognitivo, in genere correlato all’età, ma che può anche esordire anche prima dei 65 anni e drammaticamente sfociare in patologie irreversibili come la malattia di Alzheimer, non è stato individuato al momento alcun trattamento efficace.
In un recente studio condotto presso la National University di Singapore da una equipe di ricercatori coordinati da Lei Feng è stata esaminata una possibile associazione tra il consumo di funghi e la riduzione del rischio di andare incontro a un declino cognitivo. Lo studio è stato effettuato su quasi 700 persone di età superiore ai 60 anni, mettendo a confronto soggetti che assumevamo una porzione di funghi (circa 300 grammi) meno di una volta a settimana, rispetto a soggetti in cui il consumo di funghi era presente più di due volte a settimana. Nelle persone appartenenti a quest’ultimo gruppo gli Autori hanno riscontrato una riduzione del rischio di presentare un declino cognitivo: questa associazione era tra l’altro indipendente dall’età, dal genere, dal consumo di sigarette e di alcool, dall’attività fisica, dai rapporti sociali e dalla presenza di patologie quali ipertensione arteriosa, ictus cerebrale, o disturbi cardio-vascolari.
Questo effetto è probabilmente legato a una sostanza presenti nei funghi, la Ergotioneina, che ha proprietà antiossidanti e previene il degrado degli acidi grassi polinsaturi (Pahila et al, 2019). Gli Autori concludono che i funghi avrebbero una funzione attiva contro la neuro-degenerazione.
Che sia stato finalmente individuato proprio nei funghi un elisir contro l’invecchiamento cerebrale?
Riferimenti Bibliografici
Lei Feng et al. The Association between Mushroom Consumption and Mild Cognitive Impairment: A Community-Based Cross-Sectional Study in Singapore. J Alzheimers Dis. 2019 Feb 11. doi: 10.3233/JAD-180959.
Pahila J, Ishikawa Y, Ohshima T. Effects of Ergothioneine-Rich Mushroom Extract on the Oxidative Stability of Astaxanthin in Liposomes. Agric Food Chem. 2019 Mar 6. doi: 10.1021/acs.jafc.9b00485.
Preoccuparsi troppo fa male alla salute
Di fronte a qualunque problema, preoccuparsi eccessivamente non fa che peggiorare la situazione. Non solo perché impedisce di concentrarsi e analizzare razionalmente gli aspetti critici e le strategie per affrontarli, ma anche perché la tensione, il nervosismo, l’ansia determinano effetti negativi a livello fisico, su molti fronti. Disturbi del sonno, alterazioni dell’appetito, aumento della pressione arteriosa, maggiore tendenza ad abusare di farmaci, alcol, fumo o altre sostanze, mal di testa, contratture muscolari, acidità di stomaco sono soltanto alcune delle conseguenze più comuni. Ecco come fare per riconoscere l’ansia e qualche consiglio per attenuarla.
Chetoacidosi diabetica
La chetoacidosi diabetica può provocare sintomi che vanno da una semplice astenia ad un obnubilamento della coscienza fino al coma. È possibile che la vittima abbia anche dolori addominali, poliuria, polidipsia, polifagia, disidratazione e dimagrimento. Può essere presente anche vomito e dolore all’addome.
È necessario predisporre due vie venose con un catetere: una via servirà per le infusioni e l’altra per i prelievi.
Se il paziente è in coma è necessario inserire un sondino naso gastrico in aspirazione. Richiedere urgentemente esami di laboratorio, esame delle urine, elettrocardiogramma e predisporre un monitoraggio ECG continuo. Il trattamento prevede di infondere soluzione fisiologica durante le prime due ore. Dalla terza ora in poi infondere soluzione fisiologica più potassio e insulina per via endovenosa.
Fonte: Emergenze mediche in Pediatria di Mediserve
Alcuni farmaci impiegati nella malattia di Parkinson stimolano la creatività
Nei soggetti con malattia di Parkinson, l’uso di farmaci dopaminergici in grado di stimolare i recettori per la dopamina, neurotrasmettitore carente in questa patologia, può determinare degli effetti collaterali caratterizzati da un cattivo controllo degli impulsi: tra questi il gioco d’azzardo patologico, l’ipersessualità e lo shopping compulsivo. Tuttavia lo stesso trattamento farmacologico ha stimolato in alcuni soggetti con malattia di Parkinson un aumento della creatività e l’acquisizione di nuove capacità artistiche.
Mentre il cattivo controllo degli impulsi, quale soprattutto il gioco d’azzardo patologico, è ben riconosciuto in letteratura, la creatività rimane sottostimata, probabilmente perché è un evento spesso apprezzato e come tale non in grado di creare disagio, né nei pazienti né nei loro familiari. In un recente studio, alcuni ricercatori hanno valutato una ventina di soggetti affetti da malattia di Parkinson che presentavano, dopo il trattamento dopaminergico, una maggiore creatività artistica rispetto al passato. Tra le attività artistiche riscontrate al primo posto la pittura, ma anche lo sviluppo di abilità poetiche (Schrag e Trimble 2001; Walker et al, 2006).
Non c’è dubbio che un ambiente familiare stimolante potrebbe far emergere più frequentemente aspetti creativi in corso di malattia di Parkinson trattata con farmaci dopaminergici. Ma un aspetto non secondario è che gli stessi pazienti in cui vi è la comparsa di attività artistiche riferiscono anche una condizione di benessere e la perdita della consapevolezza della malattia e persino dei limiti fisici legati alla malattia (Chatterjee et al, 2006).
Fonte: Garcia-Ruiz PJ, Martinez Castrillo JC, Desojo LV. Creativity related to dopaminergic treatment: A multicenter study. Parkinsonism Relat Disord. 2019 Feb 22. pii: S1353-8020(19)30056-2.
Bibliografia
Chatterjee A, Hamilton RH, Amorapanth PX: Art produced by a patient with Parkinson’s disease. Behav Neurol 2006;17:105–108
Schrag A, Trimble M: Poetic talent unmasked by treatment of Parkinson’s disease. Mov Disord 2001;16:1175–1176
Walker RH, Warwick R, Cercy SP: Augmentation of artistic productivity in Parkinson’s disease. Mov Disord 2006;21:285–286.
Ma perché cadono i capelli?
Eccoli lì, aggrovigliati tra i residui di schiuma, a ostruire lo scarico della doccia. Oppure inesorabilmente attorcigliati e indistricabili dalle setole della spazzola. È colpa dell’autunno oppure della primavera, dello stress o degli ormoni, dell’età o della gravidanza, del fumo o dell’alimentazione disordinata. Da sempre, le ragioni addotte per giustificare una più o meno intensa caduta dei capelli sono le più variegate e fantasiose. Ma quali sono quelle vere? Scopritele qui, per evitare di preoccuparvi troppo e per individuare più facilmente la soluzione corretta nel vostro caso.
Aglio, cipolle & co. proteggono dal tumore del colon
Non a tutti piacciono, non tutti li digeriscono facilmente, molti li amano ma li mangiano comunque raramente per evitare problemi di alito cattivo e imbarazzi connessi in situazioni sociali. Eppure, la scienza dice che aumentare il consumo di aglio, cipolle, cipollotti, scalogno e porri potrebbe fare molto bene alla salute per molte ragioni.
Per esempio, dell’aglio sono note da tempo le proprietà ipotensive e anticolesterolo (di cui può beneficiare chi soffre di pressione alta o ipercolesterolemia in un contesto di prevenzione cardiovascolare), l’attività antibatterica e quella antivirale, nonché la capacità di stimolare il sistema immunitario (principalmente per l’apporto di vitamina B12). Azioni analoghe sono state attribuite anche alla cipolla e bulbi correlati, tutti dotati di spiccata attività antiossidante, oltre che di attività antidiabetica e antitumorale.
Proprio sull’attività antitumorale di aglio cipolla & co. si è concentrato un recente studio cinese che ha confrontato le abitudini alimentari di 833 pazienti ricoverati per tumore del colon-retto e 833 soggetti sani con caratteristiche demografiche e fisiche analoghe. Dalla valutazione è emerso la probabilità di essere interessati dalla neoplasia intestinale era nettamente inferiore tra le persone che consumavano abitualmente maggiori quantità di vegetali ricchi di allicina (principale composto attivo presente in aglio, cipolle, cipollotti, porri ecc.) rispetto a chi li mangiava raramente e/o in dosi modeste.
In base ai calcoli dei ricercatori, la riduzione del rischio di tumore del colon-retto arriverebbe a quasi l’80% e il beneficio sarebbe analogo sia tra gli uomini sia tra le donne. Stranamente, però, la protezione non sembra riguardare le forme tumorali che colpiscono in modo distintivo il tratto distale del colon; e le ragioni di questo diverso effetto restano da capire.
Sulla scorta di questi risultati, sicuramente interessanti, e delle altre proprietà benefiche già dimostrate da aglio, cipolla, porri, cipollotti ecc. è sicuramente consigliabile inserirli più spesso nella dieta quotidiana, ma con un’avvertenza. Per non alterarne le sostanze attive e poterne sfruttare tutte le proprietà, li si deve consumare freschi e crudi o appena scottati, aggiungendoli a insalate, contorni, bruschette, primi o secondi piatti e salse.
Fonte: Xin Wu et al. Allium vegetables are associated with reduced risk of colorectal cancer: A hospital‐based matched case‐control study in China. Asia-Pacific Journal of Clinical Oncology 2019; doi:10.1111/ajco.13133 (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/ajco.13133)
Ricette dolci, agrodolci e salate utilizzando il Cranberry
Anche se la cucina italiana possiede una grande varietà di piatti, sicuramente l’ampliamento con prodotti a base di cranberry potrebbe essere un’idea. Questo ingrediente da noi è ancora sconosciuto, in quanto utilizzato soprattutto nella tradizione culinaria americana. L’elemento fondamentale della dieta mediterranea e la semplicità dei piatti non è contemplato in America, dove quasi ogni piatto viene condito da salse che coprono il sapore del cibo cucinato. Il cranberry però grazie al suo sapore naturale potrà conquistare anche palati più esigenti.
Cranberry sauce
È una salsa tradizionale che accompagna il tacchino arrosto ripieno.
Ingredienti per 12 persone:
450 g di cranberries freschi
200 g di zucchero di canna
240 ml di acqua
Ricetta
Sciacquare i mirtilli, eliminando i gambi. Scaldare l’acqua in una casseruola e unire lo zucchero, aspettando che si sciolga completamente. Quando l’acqua inizierà a bollire versare i mirtilli. Regolare il fuoco in modo che l’acqua continui a bollire e cuocere finché tutti i mirtilli scoppiano. Durante l’ebollizione possono essere aggiunti anche altri ingredienti come la buccia d’arancia, la cannella, il rosmarino e i chiodi di garofano. Togliere la pentola dal fuoco e far raffreddare. Prima di utilizzare la salsa è necessario che riposi in frigo per una notte intera.
Pane delle feste al Cranberry
Il pane alla frutta è tipico delle feste di fino anno. Si lascia riposare per un paio di giorni in modo che tutti i sapori si mescolino bene tra loro.
Ingredienti per pane da 1500 grami:
460 g di farina setacciata
200 g di zucchero bianco semolato
4 cucchiaini di lievito
1 cucchiaino di sale
Scorsa di limone o arancia
1 uovo grande
56 g di burro fuso
1 bustina di vanillina
360 ml di latte
120 g di cranberries
90 g di buccia candita
60 g mandorle tostate e tritate
Ricetta
In una terrina mescolare la farina, lo zucchero, il lievito, il sale e la scorzetta d’arancia. In una ciotola lavorare l’uovo battuto, il burro fuso, il latte e a vanillina. Mescolare insieme gli ingredienti liquidi e quelli asciutti, incorporare la frutta e le mandorle e infine versare il composto in uno stampo per pane. Cuocere in forno preriscaldato a 160-170 °C per 70 minuti. Togliere dal forno e far raffreddare su una griglia.
Zucca arrosto con Cranberries e salvia
La zucca arrosto con il saporo aspro delle bacche di mirtillo rosso sono il connubio perfetto per la stagione invernale.
Ingredienti per 4 persone:
1 kg di zucca mondata
1 cipolla bianca media
Cranberries secchi
Salvia essiccata
Sale grosso
Olio
Ricetta
Lasciare i cranberries a bagno in una ciotola di acqua tiepida per 20 minuti. Scolarli e metterli da parte. Tagliere la zucca a cubetti e la cipolla in fette, in modo che possa raggiungere la cottura contemporaneamente. Mettere la zucca e la cipolla in una ciotola e condire con l’olio e i cranberries. Condire con la salvia e il sale. Cuocere in forno preriscaldato a 180 °C per 30 minuti.
Torta di zucca ai Cranberries
La torta di zucca è un tipico dessert americano che non manca mai nel giorno del Ringraziamento. Il dolce viene servito con gelato o panna montata.
Ingredienti per 4 persone:
100 g di cranberries
120 g di zucchero bianco semolato
250 g di polpa di zucca
3 uova
1 dl di panna semigrassa
Burro
1 rotolo di pasta frolla
Ricetta
Mescolare i cranberries con 20 g di zucchero in una ciotola. Grattugiare la polpa di zucca e versare nella stessa ciotola le uova, la panna e lo zucchero rimanente. Sbattere bene con il frullino elettrico e mescolare con la polpa di zucca. Imburrare lo stampo e stendervi la pasta frolla. Versare il composto sulla pasta e distribuirvi i cranberries. Cuocere la torta in forno preriscaldato a 180 °C per 45 minuti.
Muffin ai Cranberries
I muffin sono molto simili ai plume cake e originariamente venivano preparati con farina di mais. È un dolce classico della prima colazione americana.
Ingredienti per 10 muffin:
2 manciate di cranberries
250 g di farina
100 g di zucchero
2 uova
100 g di burro
1 bustina di lievito per dolci
1 bicchiere di latte intero
Ricetta
In un contenitore lavorare il burro e lo zucchero. Aggiungere le uova e versare la farina e il lievito poco alla volta. Aggiungere il latte e i cranberries e continuare a mescolare. Versare il composto in 10 stampini imburrati e cuocere in forno a 180 °C per circa 20-25 minuti.
Biscotti al cioccolato con Cranberries
I biscotti al cioccolato sono un’ottima idea per sfornare qualcosa di saporito e aggiungere un tocco insolito con i cranberries.
Ingredienti:
113 g di burro
150 g di zucchero
2 uova
1 tuorlo
1 bustina di vanillina
245 g di farina
1 cucchiaino di lievito in polvere
1 pizzico di sale
45 g di cacao in polvere
50 g di cranberries
90 g di scaglie di cioccolato bianco
Ricetta
Montare il burro e lo zucchero e la vanillina fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungere le uova una alla volta e mescolare. In un’altra ciotola unire la farina, il lievito, il sale e la polvere di cacao. Incorporare il burro dall’alto verso il basso ed incorporare i cranberries ed il cioccolato bianco. Versare l’impasto su una superficie piana, dividerla a metà e ricavare da ogni metà un rotolo lungo circa 25 cm. Sistemare i due rotoli su una teglia e cuocere per 25-30 minuti in forno preriscaldato a 170 °C.
Cake di formaggio cremoso e Cranberries
Questo dessert è molto semplice da preparare e solitamente si serve con una salsa a parte.
Ingredienti per 6-8 persone:
Per la crosta:
100 g di briciole di crackers GRHAM
50 g di biscotti allo zenzero
30 g di zucchero
80 g di burro fuso
Per il ripieno:
227 g di formaggio cremoso
50 g di zucchero semolato
1 bustina di vanillina
240 ml di panna montata
Per la salsa:
300 g di lamponi
200 g di cranberries freschi
100 g di zucchero
1 cucchiaio di amido di masi
Scorsa di limone o arancia
Ricetta
Crosta:
Mescolare i biscotti sbriciolati, lo zucchero e il burro fuso. Inserire il composto sul fondo e sui lati di una teglia imburrata. Coprire con una pellicola trasparente e porre in frigo per 30 minuti.
Ripieno:
Montare il formaggio per lo zucchero e la vanillina. In un recipiente separato montare la panna ed incorporare il tutto mescolando dal basso verso l’alto. Con il cucchiaio stendere il ripieno sulla crosta e far raffreddare per tutta la notte.
Salsa di cranberry e lampone:
Mescolare tutti gli ingredienti e cuocere fino a che la salsa non si addensa. Togliere dal fuoco e lasciare raffreddare.
Crumble di pere, mele e cranberries
La caratteristica di questo dolce è il topping di copertura poggiato su una composta di frutta fresca. Esso viene servito con panna o gelato alla vaniglia.
Ingredienti per 6 persone:
Per il topping:
105 g di farina
155 g di zucchero di canna
½ cucchiaino di cannella
¼ di cucchiaino di sale
70 g di fiocchi d’avena
40 g di noci tritate
113 g di burro
Per la composta di frutta:
30-55 g di zucchero di canna
½ cucchiaio di amido di grano
680 g di miele
680 g di pere rosse
Ricetta
Topping:
Unire la farina, lo zucchero, la cannella, il sale, i fiocchi d’avena e le noci. Amalgamare il burro con l’aiuto di uno sbattitore fino ad ottenere briciole grandi quanti piselli.
Ripieno:
In una terrina unire lo zucchero e l’amido di mais. Sbucciare le pere e le mele, tagliarle in tocchetti e mescolarli ai cranberries nella miscela di zucchero e amido. Quando il composto è bene amalgamato, versarlo nella tortiera e spargere la miscela preparata per il crumble. Cuocere in forno a 190 °C per 35-45 minuti.
Marmellata di Cranberry
La marmellata di cranberry è il modo migliore per gustare questo frutto tutto l’anno. Essa può essere gustata da sola o per accompagnare dessert o arrosti di carne.
Ingredienti per 6 persone:
1 kg di cranberries freschi
400 g di zucchero bianco
400 g di zucchero di canna
Succo e buccia di una arancia
Cannella
Chiodi di garofano
Scorzetta d’arancia candita
Ricetta
Lavare le bacche e ad asciugarle su un panno di cotone. Grattugiare la scorza di arancia e spremere il succo. Mettere i cranberries, i due tipi di zucchero e il succo di arancia in una pentola. Aggiungere la cannella e i chiodi di garofano. La marmellata di cranberries è pronta quando le bacche si spaccano, per cui è importante prestare attenzione al punto di cottura. Versare la marmellata ancora bollente in vasi sterilizzati, tapparli perfettamente e capovolgerli fino al raffreddamento.
Cranberries canditi
I Cranberries canditi sono morbidi e dolci, eccellenti da utilizzare con il loro sciroppo per guarnire torte e dessert. Lo sciroppo può essere utilizzato per bagnare il pan di spagna e per dare colore alle glasse.
Ingredienti per 6 persone:
200 g di cranberries
250 g di zucchero
180 ml di acqua
Ricetta
Sistemare i cranberries in una ciotola di acciaio da sistemare a suo volta in un recipiente per la cottura a vapore riempito con 5 centimetri di acqua e portato lentamente ad ebollizione. Portare ad ebollizione lo sciroppo di acqua e zucchero e versarlo sui frutti. Coprire con un piatto e aggiungere un peso sufficiente a mantenerla ferma durante l’ebollizione. Far cuocere le bacche a vapore per circa 45 minuti e lasciar raffreddare. Coprire la ciotola con una pellicola di plastica e lasciare le bacche per 3-4 giorni a temperatura ambiente finché diventerà gelatinoso.
Fonte: Il Cranberry – Un frutto che non finisce mai di stupire di Mediserve
Asma bronchiale
L’asma bronchiale è dovuto ad edema della mucosa e ristagno di escreato.
Per valutare la gravità dell’asma è necessario ricostruire la vita del paziente attraverso precedenti ricoveri, alimentazione ed introduzione dei liquidi, terapia eseguita ed intolleranza a farmaci specifici. Se si tratta di asma grave è necessario sottoporre il bambino ad aerosol alimentato da ossigeno e ad una serie di esami di laboratorio come radiografia al torace, saturazione di ossigeno con pulso ossimetro in presenza di asma grave, emogasanalisi in presenza di una gravissima broncoostruzione.
Per quanto riguarda il monitoraggio clinico è necessario il controllo della frequenza respiratoria e frequenza cardiaca ogni 4-6 ore e nei casi più gravi ricontrollare il punteggio.
Fonte: Emergenze mediche in Pediatria di Mediserve
Un elevato consumo di carne aumenta la probabilità di steatosi epatica
Le persone che mangiano molte proteine animali hanno maggiori probabilità di avere un eccesso di grasso nel loro fegato e un rischio più elevato di steatosi epatica non alcolica (NAFLD, non alcoholic fatty liver disease) rispetto alle persone la cui principale fonte di proteine sono i vegetali. Lo suggerisce uno studio olandese dell’Erasmus MC University Medical Center pubblicato sulla rivista Gut.
I ricercatori, coordinati dall’epatologo Sarwa Darwish Murad, hanno esaminato i dati ottenuti da scansioni del grasso del fegato e da questionari relativi alle abitudini alimentari di 3.882 persone, dall’età media di 70 anni: il 34% (1.337) risultavano affetti da NAFLD e, tra questi, 1.205 erano in sovrappeso.
Le persone in sovrappeso che assumevano la maggior parte delle proteine da alimenti di origine animale hanno evidenziato il 54% in più di probabilità di avere il fegato grasso rispetto alle persone che consumavano meno carne.
«L’associazione – ha spiegato Murad – si è mantenuta indipendentemente da altri elementi di rischio riconosciuti per la steatosi, come fattori metabolici e sociodemografici, lo stile di vita e, fatto particolarmente rilevante, anche dall’assunzione calorica totale».
I partecipanti allo studio senza fegato grasso hanno consumato in media 2.052 calorie al giorno, rispetto alle 1.996 calorie al giorno per le persone con fegato grasso; queste ultime hanno anche ottenuto una quota maggiore delle loro calorie totali dalle proteine. Il consumo di verdure è risultato simile in entrambi i gruppi, mentre le carni hanno rappresentato la differenza più evidente nel consumo di proteine.
Lo studio presenta dei limiti metodologici, riconosciuti dagli stessi autori, che hanno anche fatto riferimento a questionari, che possono essere poco affidabili, per valutare le diete dei partecipanti e l’apporto calorico, e non hanno raccolto altri dati relativi a possibili cause non dietetiche di accumulo di grasso nel fegato, come infezioni virali o l’assunzione di alcuni farmaci.
Ma questi risultati si aggiungono ad altre evidenze che confermano la potenzialità di abitudini alimentari sane di minimizzare il rischio di steatosi, anche quando le persone hanno un rischio genetico per questa condizione. Gli esperti suggeriscono che le persone dovrebbero limitare la carne rossa e lavorata e seguire una dieta mediterranea, ricca di cereali integrali, verdure e olio d’oliva.
Latte crudo e derivati: una moda rischiosa
Mangiare gli alimenti così come natura crea, senza trasformarli in alcun modo né cuocerli, per beneficiare di tutti i macro e micronutrienti che contengono e sfruttarne le preziose proprietà. Detto così, quello dei “crudisti” sembra un approccio estremamente sano. Ma, in realtà, può rivelarsi pericoloso per la salute, perché il calore serve ad abbattere la carica batterica dei cibi (soprattutto di quelli freschi, umidi e ricchi di proteine e zuccheri, molto amati dai microrganismi patogeni) ed evitare tossinfezioni alimentari. Il latte “crudo”, ossia non-pastorizzato, è un caso emblematico in questo senso. Come dimostra un episodio da poco avvenuto negli Stati Uniti.
Come si esprime il modello di Advocacy?
Possiamo immaginare che tra le attività di advocacy concepita come giustizia sociale, l’ostetrica/o venga chiamata ad espletare attività di counseling, a favorire l’attaccamento precoce madre/padre e bambino, a promuovere l’allattamento al seno e a supportare il ruolo genitoriale. L’ostetrica può praticare l’advocacy diffondendo la donazione volontaria del latte materno ed alleviando i timori del paziente, oppure aiutando le persone assistite a raggiungere decisioni consapevoli riguardo il proprio stato di salute ed il percorso assistenziale da seguire, ad informarli dei loro diritti e del fatto che il diritto di equità alle cure verrà rispettato, ma anche a mettere in atto una campagna di advocacy.
Che cos’è una campagna di advocacy?
Si tratta di una serie di azioni mirate per influenzare i politici e la popolazione in generale a sostegno di una causa o problema che si desidera modificare. Un esempio di una campagna di advocacy condotta dalle ostetriche potrebbe essere quella di sostenere la donna nelle diverse fasi della gravidanza per aiutarle ad adottare stili di vita funzionali alla gravidanza e prepararla al parto naturale; più a monte la necessità di assicurare la qualità e la sicurezza dei processi assistenziali.
Quali sono le fasi di realizzazione di una campagna di advocacy?
- La fase di identificazione del problema che occorre affrontare; consiste nell’inquadrare ossia selezionare alcuni aspetti di una realtà percepita e renderli più salienti in tal modo da promuovere una particolare definizione di un problema, l’interpretazione causale, la valutazione morale. Ad esempio in una campagna di promozione di stili di vita funzionali alla gravidanza (ad es. contrastando il fumo, l’uso/abuso di ansiolitici o analgesici….) e di preparazione al parto.
- La fase di ricerca ossia di raccolta delle informazioni necessarie a garantire che le cause e gli effetti del problema siano compresi; si riferisce alle attività che sono coinvolte nell’individuazione, descrizione, e quantificazione dell’entità di un problema di salute pubblica: caratteristiche con cui si presenta, suoi fattori di rischio e protettivi, sequenze causali, l’efficacia del programma per ogni livello di prevenzione, ostacoli all’efficacia e mutamenti nel tempo in tutti questi fattori.
- La fase di pianificazione: Quando l’advocacy è stata identificata come la strada appropriata per fronteggiare un problema, c’è la necessità di formulare una strategia, pertanto bisogna stabilire gli obiettivi, gli indicatori, il metodo, le attività, la cronologia. Gli obiettivi devono sempre concordare con quelli di salute pubblica. Gli obiettivi di advocacy attraverso l’uso strategico dei media possono includere un obiettivo trascurato facendo in modo che diventi discusso o più discusso oppure facendo in modo che diventi discusso differentemente; introducendo fatti articolati e prospettive nel dibattito; o introducendo voci differenti in modi calcolati per migliorare l’autenticità o il potere di un argomento.
- La fase di azione prevede che si agisca in coordinamento con tutti i soggetti coinvolti nella campagna. Questa fase si riferisce alle attività coinvolte nell’attuazione di strategie specifiche, tra cui la raccolta di fondi, specificando tattiche, formulando calendari dettagliati, spostando l’attenzione del personale nelle organizzazioni chiave sul problema. I prodotti intermedi di questa fase includono cambiamenti negli atteggiamenti, abitudini, collocazione delle risorse, ambienti fisici e sociali, e regole sociali che possono influenzare la frequenza o la gravità dei problemi di salute pubblica.
- La fase di valutazione prevede il monitoraggio delle azioni e dei risultati di tutto il ciclo, ad esempio prevede di decidere quali azioni sono appropriate oppure di rimodulare la campagna di advocacy affinché in futuro venga fatta in modo più efficace.
Queste fasi sono concettualmente sequenziali, ma, in pratica, simultanee. Il lavoro in ogni fase viene continuamente regolato secondo i risultati delle altre fasi. Il lavoro in ogni fase di questa catena di montaggio deve essere continuamente adattato alla luce delle mutate circostanze e dei progressi o degli arresti nelle altre fasi, cosicché anche se l’ultima fase è quella più visibile, il suo successo dipende dalle fasi precedenti. Inoltre l’applicazione di tale campagna ha implicazioni pratiche; ad esempio, i team di difesa della salute pubblica necessitano di membri con competenze complementari in ruoli distinti, ma ben coordinati tra di loro.
Un possibile esempio di applicazione di una campagna di sensibilizzazione di advocacy con un obiettivo rivolto alla salute pubblica potrebbe essere quello di prendere in considerazione le problematiche relative all’assunzione di stili di vita disfunzionali in gravidanza, soprattutto in presenza di patologie come il diabete, e quelle connesse all’elevato ricorso al taglio cesareo.
Una campagna di advocacy in tal senso dovrebbe essere mirata a ridurre l’onere sociale dei problemi di salute pubblica modificando i fattori che favoriscono questi problemi, sia nel contesto sociale e familiare della paziente, che nell’ambito dei processi assistenziali (consultori, reparti ospedalieri).
In tal senso si potrebbe operare verso un’integrazione dei servizi sanitari predisposti alla gestione della gravidanza: medico di famiglia, consultori, reparti ospedalieri, che interconnessi e integrati funzionalmente potrebbero garantire una migliore gestione del processo assistenziale, in tutte le fasi della gravidanza.
Ad oggi tali servizi appaiono scarsamente integrati, con fenomeni di diluizione delle responsabilità, senza azioni comuni per assicurare la sicurezza e la qualità della gravidanza; appare quindi indispensabile intervenire per una migliore gestione ed integrazione delle risorse disponibili nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale.
Successivamente o contestualmente all’integrazione di tali servizi può essere importante favorire campagne di sensibilizzazione verso l’adozione di stili di vita salutari e di riconoscimento precoce di segni e sintomi connessi a patologie di particolare rilevanza clinica, come la gestosi.
In particolare un’appropriata campagna di sensibilizzazione per l’assunzione di stili alimentari appropriati, può essere rilevante per la salute della donna, ma anche del nascituro, sensibilizzando la donna stessa in tal senso, anche dopo il parto. In una campagna di advocacy ci sono tre attori: gli alleati, i neutrali e gli oppositori
Gli alleati, sono rappresentati dalle persone e dalle organizzazioni che supportano la campagna. Gli opinion leaders, le personalità dei media, i membri dei gruppi sono destinati a contribuire con le loro competenze tecniche e con le risorse materiali e finanziarie alla campagna di advocacy.
I neutrali, sono rappresentati dalle persone e dalle organizzazioni che ancora non si sono formati un’idea sulla problematica. Le parti neutrali sono molto importanti nella campagna di advocacy perché possono rapidamente diventare alleati o oppositori.
Gli oppositori sono le persone o le organizzazioni che oppongono una campagna di advocacy.
Le sfide di advocacy spesso provocano reazioni negative da parte delle persone attualmente al potere, o da parte delle persone che seguono altri valori.
L’identificazione degli avversari è importante tanto quanto l’identificazione degli alleati. Capire il ragionamento degli avversari e il motivo per il quale si sentono minacciati dal cambiamento di politica proposto, risulta fondamentale per rendere la campagna di advocacy più efficace. È necessario cercare di convincere gli avversari a cambiare le loro opinioni, o almeno neutralizzare la loro influenza sul cambiamento di politica che si vuole perseguire.
Come possono realizzarsi le azioni di una campagna di advocacy?
L’advocacy della salute pubblica, si realizza efficacemente attraverso l’advocacy dei media. Essa consiste nell’uso strategico dei nuovi mass media per portare avanti un’iniziativa di tattica pubblica.
L’advocacy mediatica cerca di sviluppare e forgiare delle nuove storie di modo che esse rappresentino un supporto per le politiche pubbliche ed infine influenzino coloro che hanno il potere di cambiare o preservare leggi, sancire politiche ed accumulare interventi che possono influenzare l’intera popolazione. Abitualmente riconosciuto come fondamentale per il progetto di salute pubblica, è raramente presa sul serio dalla stessa comunità, rispetto all’attenzione prestata ad altre discipline.
Lo status dell’advocacy come disciplina legittimata resta neofita: pochi, rarissimi sono i programmi sulla salute pubblica indirizzati esplicitamente all’advocacy. Comparativamente ci sono pochi testi manuali e nessuna rivista dedita a quest’esplorazione.
Tuttavia come qualsiasi iniziativa di salute pubblica, un’advocacy efficace richiede un’attenta pianificazione strategica e un altrettanto strategico uso dei moderni mezzi di informazione per essere realizzata.
Una campagna di advocacy consiste in una serie di azioni mirate per influenzare i politici
e la popolazione in generale a sostegno di una causa o problema che si desidera modificare
Le fasi previste per la sua realizzazione sono:
- fase di identificazione
- fase di ricerca
- fase di pianificazione
- fase di azione
- fase di valutazione
In una campagna di advocacy ci sono tre attori:
- Gli alleati: sostengono la campagna
- I neutrali: possono diventare alleati oppure oppositori
- Gli oppositori: oppongono la campagna
Attraverso:
- Siti web.
- Volantini.
- Petizioni.
- Newsletter.
- Negoziazioni.
- Conferenze stampa.
- Scioperi.
- Opuscoli.
- Comunicati stampa.
Un caso di organizzazione che applica questo modello di advocacy
L’American Academy of Pediatrics (AAP) è un’organizzazione professionale che include più di 50.000 pediatri. Ha una lunga storia di dedicata, efficiente ed efficace advocacy della salute pubblica e ha sviluppato personale e sistemi a sostegno di questa tematica.
Le funzioni della fase di ricerca sono eseguite da ricercatori interni che raccolgono dati in alcune aree di indagine (ad es. tramite sondaggi utente annuali su temi vari) e dai membri e altri consulenti che lavorano nelle commissioni, gruppi di lavoro, e altri organismi.
Il lavoro della fase di pianificazione comprende anche una vasta diffusione delle informazioni ai membri AAP, alle organizzazioni alleate, al pubblico attraverso unità dedicate all’interno dell’accademia e della messa in rete da parte di organizzazioni nazionali, settori e ai soci con altre società mediche, gruppi di comunità, e le altre organizzazioni rilevanti.
Il lavoro nella fase di azione è condotto dal personale dell’AAP dedicato agli affari di governo, che fa pressione sulle organizzazioni nazionali.
Come faccio a capire se posso essere un’ostetrica/o-advocate?
Gli attributi necessari per poter applicare l’advocacy dei pazienti sono:
- l’esperienza;
- la conoscenza;
- il potere.
Attraverso l’esperienza, le ostetriche acquisiscono le conoscenze che consentono loro di essere sostenitrici più efficaci all’interno del team di assistenza sanitaria e dell’organizzazione.
Il potere di partecipare e di influire sul processo decisionale nasce da entrambe: esperienza e conoscenza. In un’inchiesta, sono stati identificati come importanti caratteristiche dell’operatore sanitario garante per il paziente: la capacità di comunicazione efficace, la conoscenza teoricoscientifica, l’empatia ed il rispetto per la famiglia.
Questo supporta studi precedenti che hanno anche identificato la conoscenza e l’empatia, unitamente all’assertività e alla capacità di comunicazione come attributi importanti affinché si realizzi l’advocacy. Per ottenere questi attributi, le ostetriche devono essere fiduciose nella loro capacità di comprendere i dilemmi etici che si trovano ad affrontare e devono garantire di essere consapevoli dei principi etici basilari per sostenere il loro contributo alle discussioni.
Oltre all’esperienza, alla conoscenza e al potere, le qualità specifiche richieste per essere “sostenitori” dei pazienti, sono:
- Forti capacità di comunicazione;
- Capacità di negoziare;
- Perseveranza;
- Empatia;
- Consapevolezza dei bisogni degli altri;
- Capacità di leggere i segnali e valutare i tempi;
- Capacità di leadership;
- Conoscenza delle nozioni sanitarie di base;
- Essere pensatori del sistema e avere la capacità multitasking sia all’interno e all’esterno del luogo di lavoro.
Fonte: “I modelli Assistenziali intra-partum” di Mediserve, di Vittorio Artiola, Simona Novi, Salvatore Paribello, Ferdinando Pellegrino, Giuseppina Piacente, Andrea Vettori
Alimentazione in gravidanza: quali alimenti preferire e cosa evitare
Una donna in stato di gravidanza ha l’obbligo morale di pensare non solo al proprio stato di salute ma anche, e principalmente, a quello del neonato che porta in grembo. Ci sono infatti molte cattive abitudini delle mamme che possono nuocere alla salute del piccolo, ancor prima della sua nascita. Tra tutte, le più famose e diffuse sono senz’altro quelle del fumo e dell’abuso di alcol, sostanze che possono portare danni gravissimi al feto già durante la gravidanza, alcuni dei quali anche irreversibili, oltre che favorire l’insorgenza di alcune patologie molto pericolose.
Oltre a questo, un altro fattore a cui prestare molta attenzione è quello dell’alimentazione. Una cattiva alimentazione, infatti, unita all’aumento non controllato di peso della donna in dolce attesa può sicuramente influenzare sia il peso corporeo del feto al momento della nascita sia il suo stato di salute futuro. Quali sono quindi gli alimenti da preferire e quali quelli da evitare ?
Alcuni consigli alimentari
Durante la gravidanza l’alimentazione della donna deve essere particolarmente attenta e soprattutto varia. Una dieta povera, ad esempio, può portare all’insorgenza di diabete di tipo 2 durante la fase di crescita del neonato, oltre che favorire complicazioni metaboliche e cardiovascolari. Fatta questa premessa occorre però precisare che non è necessario stravolgere la propria dieta durante una gravidanza, ma basterà seguire alcuni piccoli accorgimenti che porteranno importanti benefici alla salute dei vostri piccoli, oltre che a quella delle mamme. Per garantire il giusto apporto di energia, necessario per lo sviluppo del feto, è consigliabile assumerà una quantità di calorie giornaliere che va tra le 2200 e le 2900 KCAL, anche se la variazione di peso consigliata va calcolata in base all’indice di massa corporea della madre prima della gravidanza. E’ molto importante l’assunzione di nutrienti quali calcio, fosforo, magnesio, vitamina A e B che si possono trovare nel latte, di cui è consigliato il consumo regolare.
Sono molto importanti anche le proteine (ad alto valore biologico) assumibili con carne, pesce, uova e formaggi. Fra gli alimenti appena citati quello da preferire è sicuramente il pesce (più che la carne) per le sostanze nutrienti contenute al suo interno come acidi grassi polinsaturi, fosforo, iodio e per la sua più alta digeribilità.
Per quanto riguarda le restrizioni da rispettare, è opportuno moderare l’assunzione di bevande come caffè, tè e bevande con caffeina, ed eliminare quelle alcoliche. Bisogna inoltre evitare carni crude, insaccati, dolci, latte non pastorizzato, verdura e frutta non correttamente lavate e ridurre l’uso del sale per prevenire problemi di ritenzione idrica.
Una dieta così equilibrata riduce al minimo il rischio di malattie croniche e provvede a fornire al bambino tutti i nutrienti fondamentali di cui ha bisogno per crescere e svilupparsi sano e forte.
Le azioni utili contro il dolore al ginocchio
Dopo i 50-60 anni è raro non soffrirne ogni tanto, specie se è predisposti all’artrosi. Ma anche da giovani il dolore al ginocchio è uno dei disturbi più comuni, soprattutto se si pratica un’attività sportiva o lavorativa fisicamente impegnativa, se si sono subiti traumi di una certa rilevanza all’articolazione (o modesti, ma ripetuti) oppure se si hanno lievi disallineamenti anatomici che impediscono un uso del ginocchio perfettamente ergonomico. Che cosa fare e che cosa evitare per far passare in fretta il mal di ginocchio quando insorge? Ecco qualche consiglio.
















