Tra App per promuovere l’attività fisica, controllare le prestazioni cardiopolmonari, il peso e le calorie assunte, gli smartphone sembrerebbero essere grandi alleati della forma fisica. Eppure non è sempre così, soprattutto se l’uso che se ne fa si associa o incentiva uno stile di vita più sedentario e “distratto” nei confronti del cibo. I dettagli dello studio, che avvisa dei rischi per la bilancia.
Mese: Aprile 2019
Frutta, verdura e vitamina D: abbronzatura perfetta e benessere
Ogni anno, si sa, prima ancora che arrivi l’estate si cerca di arrivare in spiaggia con un’abbronzatura perfetta. Si ricorre alle lampade, ad oli e creme particolari, il tutto per raggiungere il tanto desiderato colore ambrato che conferisce alla nostra pelle un tocco esotico ed affascinante. Non molti sanno però che per poter raggiungere l’abbronzatura che abbiamo sempre sognato è fondamentale quello che mangiamo. Alcuni alimenti infatti favoriscono la produzione della melanina, la sostanza responsabile dell’abbronzatura della nostra pelle. Oltre che conferire alla nostra cute una colorazione molto ricercata, il sole è anche fondamentale per la sintesi della vitamina D, elemento importantissimo per il benessere del nostro organismo.
Gli alimenti consigliati
Fra tutti gli alimenti che favoriscono la produzione della melanina, prime fra tutti ci sono sicuramente le carote, le “regine dell’abbronzatura”. Le carote infatti sono ricche di vitamina A, responsabile dell’attivazione della melanina. Basti pensare che in soli 100 grammi di polpa di carota ci sono 1200 microgrammi di vitamina A, più del doppio della quantità presente in qualsiasi altro alimento. Seguono, nei posti immediatamente successivi della classifica, spinaci, radicchio e albicocche. Tra la frutta che favorisce l’abbronzatura possiamo citare anche meloni, pesche, cocomeri e ciliege. Mentre invece tra gli ortaggi, i più indicati sono lattuga, sedano peperoni e pomodori. La maggior parte di questi alimenti, contraddistinti da un colore rosso/arancione, contengono betacarotene, precursore della vitamina A.
I benefici del sole
Oltre che per l’abbronzatura, il sole risulta davvero molto importante per la produzione di vitamina D, sostanza fondamentale per il nostro organismo. Viene sintetizzata infatti in seguito all’esposizione ai raggi solari, e rappresenta una valida alleata per il benessere di grandi e piccoli. Innanzitutto la vitamina D previene il rachitismo in quanto rinforza la struttura ossea, migliora il sistema immunitario rendendolo più efficace, previene il diabete e sembra avere un impatto positivo su malattie neurodegenerative (come il Parkinson e l’ Alzheimer). Inoltre si sta indagando sulla relazione tra vitamina D e tumori. Sembrerebbe infatti che la vitamina D abbia una funzione di prevenzione e di contrasto per il tumore al colon. Per queste ragioni è calorosamente consigliata l’assunzione di vitamina D, specialmente nei mesi invernali dove l’esposizione al sole è sicuramente inferiore rispetto ai mesi estivi, sia attraverso integratori suggeriti dal medico, sia attraverso l’alimentazione. E’ possibile trovare la vitamina D infatti nel latte, nel salmone, nel tonno, nelle uova e nei formaggi.
La vera fonte di vitamina D però, come già accennato, è il sole, utile quindi non solo a raggiungere l’abbronzatura che abbiamo sempre desiderato (grazie anche all’aiuto degli alimenti sopra indicati) ma anche a favorire la sintesi di questa preziosa sostanza indispensabile per la nostra salute.
Reni: come mantenerli sani
Sono tra gli organi più importanti e delicati del corpo, ma finché funzionano ce ne preoccupiamo davvero poco, per non dire per nulla. Al più, ci interessiamo alla diuresi per ragioni estetiche, perché ci sentiamo un po’ gonfi e appesantiti dalla ritenzione idrica. Ma il ruolo dei reni va ben al di là della produzione di qualche litro di pipì al giorno e mantenerli sani è cruciale per garantire la salute e il benessere di tutto l’organismo. Qualche consiglio utile per prendersi cura dei propri reni ogni giorno e restare in forma.
Obesità infantile: due rischi “domestici”
Restare seduti per troppo tempo davanti allo schermo del computer, del televisore, dello smartphone o del tablet o giocando alla playstation, tanto più se con uno snack ipercalorico in mano, mette a rischio peso forma e salute di bambini e adolescenti.
Una conclusione che di certo non sorprende e che si sarebbe potuta facilmente prevedere anche senza fare uno studio ad hoc quella che arriva dal congresso dell’Endocrine Society, ENDO 2019, tenutosi a New Orleans (Stati Uniti) dal 23 al 26 marzo. Ma si sa, la scienza i fenomeni deve misurarli, prima di poter affermare alcunché.
Così, adesso sappiamo “per certo” che i ragazzi che mantengono queste abitudini, a dispetto degli inviti dei genitori a staccare la spina e a dedicarsi a passatempi più dinamici, sono esposti a un rischio non trascurabile di accumulare chili di troppo e di sviluppare precocemente sindrome metabolica, condizione data dalla contemporanea presenza di sovrappeso (soprattutto concentrato a livello addominale), ipertensione, ipercolesterolemia e iperglicemia/diabete di tipo 2 (quello tipico dell’adulto, derivante perlopiù da uno stile di vita scorretto).
Nella ricerca, che ha analizzato le abitudini di uso dei dispositivi tecnologici e di stile di vita di quasi 34.000 adolescenti brasiliani (età media 14,6 anni), il fatto di passare oltre 6 ore al giorno seduti davanti a uno schermo comportava un aumento del 71% del rischio di sindrome metabolica rispetto a chi ci stava meno.
Dal momento che la sindrome metabolica si associa a un significativo incremento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e che i problemi su questo fronte aumentano con il passare del tempo, è cruciale che i genitori che riconoscono comportamenti eccessivamente sedentari dei propri figli, specie se associati ad alimentazione disordinata e poco sana, intervengano subito con misure adeguate a modificare lo stile di vita. D’accordo: non è facile, ma è importante. E dare il buon esempio aiuta.
Una seconda notizia decisamente meno scontata in arrivo da ENDO 2019, riguarda le potenziali implicazioni per il peso-forma di bambini, adolescenti e adulti dell’esposizione ai composti chimici che si accumulano nelle polveri presenti all’interno delle abitazioni.
In base all’analisi delle polveri raccolte dai ricercatori della Duke University’s School of the Environment di Durham (Stati Uniti) in 194 case della Carolina del Nord, circa il 70% dei 100 composti chimici presenti nelle polveri domestiche sembrerebbe in grado di promuovere lo sviluppo degli adipociti, ossia delle cellule in cui viene depositato il grasso sottocutaneo nel corpo umano.
In sostanza, ciò significa che le sostanze che si accumulano nelle nostre case potrebbero farci ingrassare più facilmente. Il riscontro, al momento, è stato ottenuto in sistemi cellulari e va, pertanto, considerato come un’informazione biologica di base da approfondire in organismi complessi. Tuttavia, si tratta di un’indicazione molto interessante perché potrebbe suggerire un meccanismo non-alimentare ed esterno all’organismo in grado di promuovere lo sviluppo di sovrappeso ed obesità.
Fonte
Annual meeting of the Endocrine Society – ENDO 2019, March 23-26 New Orleans (Usa):
- https://www.endodaily.org/study-shows-increased-risk-of-obesity-tied-to-unhealthy-snacking-coupled-with-extensive-screen-time-in-teens/
- https://www.endodaily.org/researchers-link-chemicals-in-household-dust-to-fat-cell-development/
Prurito: tutte le cause (spesso sconosciute)
Oltre che un sicuro fastidio, il prurito può essere la spia di una malattia più o meno severa, di una reazione dell’organismo a particolari sostanze o trattamenti, di deficit nutrizionali oppure di condizioni di ansia o stress intenso. Ogni volta che si presenta in modo persistente, localizzato o diffuso, senza che sia possibile riconoscerne facilmente l’origine, quindi, è bene rivolgersi al medico per un approfondimento diagnostico e per individuare una soluzione efficace. Ma quali sono le possibili cause di prurito? Scopritele qui.
Leggiamo insieme ad alta voce
Leggere ad alta voce ad un bambino, anche molto piccolo, accompagnarlo a scoprire la magia del libro, delle immagini, dei suoni è un regalo, un dono che gli facciamo oltre che un’attività complessa e fondamentale per il suo futuro.
Lo sviluppo di basilari competenze, quali linguaggio, motricità, capacità di relazione, sono il risultato dell’interazione dinamica tra patrimonio genetico, biologico ed ambiente fisico e psico-sociale, già nella vita intrauterina.
Questo processo non è automatico ma avviene in risposta a stimoli sociali ed interpersonali, sulla base delle relazioni e delle opportunità che i genitori e gli adulti di riferimento possono offrire in età molto precoce. Gli effetti di tali esperienze sono duraturi ed influenzano tutto l’itinerario di vita dei bambini. Gli stimoli positivi infatti sono neuro-costruttivi e costituiscono anche una valida difesa all’eventuale esposizione a fattori stressanti o di impedimento per il neuro sviluppo. Gli studi di epigenetica stanno dimostrando come condizioni favorevoli (o non) concorrono ad apportare infinitesimi cambiamenti nel DNA capaci di attivare o disattivare l’interruttore di una certa funzione.
Ad esempio, l’esposizione a costanti ed elevati livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) già durante la gravidanza e nel primo periodo di vita ha delle conseguenze sullo sviluppo ponderale e senso-motorio del bambino, con conseguenti possibilità di difficoltà di attenzione, iperattività ecc
L’apprendimento inizia già nell’utero e, per quanto riguarda il linguaggio, sappiamo che i neonati a termine hanno già memorizzato la voce materna e sono sensibili alle proprietà della lingua madre. Così come sappiamo che lo sviluppo del linguaggio di un bambino dipende da quanto e come la madre abbia parlato, cantato, giocato con la voce per lui e con lui.
Si può iniziare, sin dalla nascita, da ninnenanne, tiritere, poesie e filastrocche per passare poi a libri multisensoriali realizzati con materiali o con inserti diversi da poter leggere con il corpo, a libri cartonati che raffigurano (un’immagine netta per foglio) persone, animali, oggetti familiari che l’adulto nomina e ripete più volte, a brevi e semplici storie legate a routines che scandiscono la giornata, a vere e proprie storie in versi o in prosa ecc. ecc.
Fondamentale è l’interazione ed un’interazione giocosa e gioiosa: fare domande, amplificare le risposte, seguire gli interessi del bambino, incoraggiare il bambino a riconoscere e nominare gli elementi o i personaggi raffigurati sono tutti passaggi essenziali.
Ala luce di queste considerazioni, la lettura ad alta voce (precoce, frequente e di qualità) si configura come un importante strumento che risponde a più esigenze:
- Favorire il rapporto dedicato ed esclusivo tra genitore e bambino, quindi il rapporto affettivo e l’attaccamento sicuro, condizione essenziale per la crescita delle competenze in tutti i campi.
- Contribuire a creare un ambiente, costituito dal libro e dal genitore, allettante per il bambino, in cui c’è piacere, scambio e partecipazione
- Facilitare quello che sarà un compito faticoso (imparare a leggere) che è una condizione alla base del successo formativo globale di un individuo e che dipende sia dalle doti del bambino, sia dall’ambiente familiare, sia dall’epoca di inizio, dalla frequenza e regolarità della lettura stessa.
- Stimolare e sviluppare la capacità di ascolto, nonché i circuiti neurali di comprensione della narrazione e di mental imagery, cioè della capacità di “vedere” quanto si sta ascoltando. Siamo nell’ambito della immaginazione, del gioco, della creatività, della capacità di astrazione, di tutta quell’area di competenze cioè che caratterizza specificatamente la mente umana.
- Potenziare, attraverso l’esercizio alla comprensione narrativa in età precoce, l’attivazione di circuiti neurali situati nel lobo frontale che regolano funzioni quali pianificazione, controllo dell’attenzione, esecuzione, scelta delle strategie.
Da anni ormai è in piedi il progetto “Nati per Leggere”, a cui partecipano Aziende Ospedaliere, ASL, Biblioteche e che ha come scopo la sensibilizzazione, la stimolazione, l’esercitazione dei genitori a leggere ai loro figli, con una funzione anche di contrasto sociale alle disparità, dal momento che
“Povero è soprattutto il bambino cui non vengono date opportunità di crescere: cognitivamente, emotivamente e socialmente prima ancora che fisicamente…. La vera povertà è la deprivazione di relazioni buone e di opportunità educative. Perché è questo, soprattutto, che tarpa le ali. È più “povero” un bambino i cui genitori dispongono di un buon reddito ma che viene lasciato solo davanti alla tv con le patatine che un bambino con genitori privi di mezzi ma amorevoli e attenti ………..”( G.Tamburlini, EPIGENETICA DELLA POVERTÀ (OVVERO: LE MOLECOLE DELLA SFIGA), Medico e Bambino 10/2014)
Bibliografia
P.Causa, LA LETTURA AD ALTA VOCE Lo sviluppo delle competenze che costituiscono la capacità di leggere, Oltre lo Specchio, Medico e Bambino 9/2002
- Panza, Nati per Leggere e lettura dialogica: a chi e come, Nati per Leggere n. 2 / 2015, Quaderni acp – www.quaderniacp.it
- Tamburlini, Interventi precoci per lo sviluppo del bambino: razionale, evidenze, buone pratiche, Medico e Bambino 4/2014
G.Tamburlini, EPIGENETICA DELLA POVERTÀ (OVVERO: LE MOLECOLE DELLA SFIGA), Medico e Bambino 10/2014
G.Tamburlini, Lettura condivisa in famiglia e sviluppo del cervello nel bambino, Medico e Bambino 8/2015
La celiachia: cos’è e come affrontarla
La celiachia si presenta come una risposta immunitaria anomala a livello dell’intestino tenue dopo ingestione del glutine, proteina presente in molti cereali: grano, ma anche farro, orzo, segale, avena, grano Khorasan.
Questa risposta provoca un’infiammazione cronica e quindi un serio danneggiamento dell’intestino con conseguente impossibilità di assorbire alcuni nutrienti. Ciò si ripercuote in tutto l’organismo: una carenza di sostanze nutritive nei diversi organi, quali per esempio il cervello, le ossa, il sistema nervoso o il fegato può portare a patologie, talvolta anche molto gravi. Pensiamo a quanto siano importanti le varie sostanze nei bambini che sono nel pieno dello sviluppo e a quali conseguenze si può andare incontro se si continua a far mangiare loro alimenti contenenti il glutine. Uno degli “indizi” più evidenti nei bambini celiaci è infatti un arresto della crescita, dovuta proprio alla mancanza di diversi nutrienti. Ma non sempre i sintomi sono così eclatanti. Possono essere silenziosi e più subdoli, per cui si può arrivare ad una diagnosi di celiachia a grande distanza di tempo dalla sua comparsa. La celiachia infatti può manifestarsi in diversi modi, come per esempio con diarrea e arresto di crescita subito dopo lo svezzamento, ma può anche comparire in età più avanzata con sintomi differenti: anemia, sindrome del colon irritabile, problematiche a livello della pelle o disturbi nervosi.
Non bisogna sottovalutarla! Dal mancato assorbimento delle varie sostanze può scaturire una carenza di vitamine A, B12, D, E, K e acido folico. Ci può anche essere una perdita di calcio, da cui possono derivare altre complicanze: i calcoli renali da ossalato di calcio e l’osteomalacia, deficit di mineralizzazione del tessuto osseo con conseguente indebolimento delle ossa del corpo, che diventano meno rigide.
Chi, nonostante la diagnosi di celiachia, continua ad ingerire il glutine, può andare incontro a serie complicanze, tra le quali osteoporosi, anemia, alopecia, infertilità e anche a varie forme di cancro, soprattutto il linfoma intestinale. Pertanto è assolutamente indispensabile per i celiaci non ingerire alimenti contenenti glutine.
Personalmente sono contraria a tutti quei prodotti che vengono commercializzati privi di glutine: pasta, pizza, biscotti, fette biscottate, ecc. Leggendo gli ingredienti si possono trovare, all’interno di questi, additivi e conservanti dannosi alla salute. Inoltre sono prodotti con farine devitalizzate: le farine, infatti, cominciano ad “invecchiare” già all’ottavo giorno dalla macinazione e sono completamente “morte” al quindicesimo. Questo significa che, invece di apportarci importanti nutrienti, portano il nostro corpo a soffrire di carenza, dal momento che, non trovando nel cibo le sostanze che servono per i processi digestivi stessi, ce li sottraggono, e così piano piano avremo sempre meno a disposizione il magnesio, le vitamine del gruppo B, lo zinco, il manganese e molti altri ancora.
Il modo migliore è dunque quello di acquistare i prodotti che sono naturalmente privi di glutine: per sentirci vivi, vitali, carichi di energia è indispensabile alimentarci con cibi che possano apportare tutti i nutrienti. La pasta, per esempio, anche se di mais o di riso, non è un alimento completo, perché lavorata e trasformata: meglio utilizzare il chicco “vivo”, che porta con sé il germoglio vitale ed è ricco di sostanze nutritive. Ecco qui la lista di cereali e pseudocereali naturalmente privi di glutine:
- Riso integrale
- Miglio
- Quinoa
- Grano saraceno
- Teff
- Sorgo
- Amaranto
- Mais
Con i cereali si possono poi produrre le farine: come dicevo sopra, la farina è “viva”, cioè ricca di nutrienti, fino all’ottavo giorno dalla macinazione, dopo di che si ossida ed al quindicesimo giorno è completamente devitalizzata. Per preparare la farina si può acquistare un mulino elettrico (se ne trovano anche acquistabili in internet, basta cercare macina per cereali con macina a pietra): così sarà semplice prodursi biscotti, dolci, pane con farine prodotte in casa.
Naturalmente non bisogna far mancare dalle tavole la frutta, tutti gli ortaggi di stagione e i legumi, variando il più possibile i prodotti in modo da non incorrere in carenze.
Fonte: Crudostyle
La fibromialgia, vero e proprio rompicapo della moderna medicina
La sindrome fibromialgica, più comunemente conosciuta come fibromialgia, rappresenta un vero e proprio enigma, come recentemente sottolineato da alcuni autori (Häuser et al, 2019). Negli ultimi tre decenni l’accettazione, anche se non sempre unanime, della diagnosi di fibromialgia ha comportato un incremento non giustificato del numero dei casi; infatti per una diagnosi corretta sono necessarie delle linee guida accettate dalla comunità scientifica internazionale.
Il disturbo più importante è rappresentato dal dolore cronico diffuso insieme a due sintomi cosiddetti maggiori, la stanchezza e il sonno non ristoratore. Nella revisione del 2016 (Wolfe et al, 2016), oltre ai criteri su riportati, è stata segnalata la necessità di sottoporre il paziente ad attente visite mediche, che comprendano una valutazione anamnestica e obiettiva. In particolare questa revisione combina i criteri medici con quelli relativi ai questionari somministrati ai pazienti, minimizza l’errata classificazione dei disturbi regionali del dolore ed elimina le precedenti confuse raccomandazione relative alle esclusioni diagnostiche. Viene anche ridotta l’importanza delle schede di autovalutazione nella diagnosi clinica del singolo paziente, su cui erano basati i precedenti criteri.
Anche se allo stato non esistono esami di laboratorio specifici per la diagnosi di questa sindrome, attente visite mediche, soprattutto in campo reumatologico e neurologico, e l’esecuzione di indagini strumentali e di laboratorio sono fondamentali per escludere altre patologie.
Bibliografia
Häuser W et al. Fibromyalgia syndrome: under-, over- and misdiagnosis, Clin Exp Rheumatol 2019; 37 (Suppl. 116): S90-S97
Wolfe F et al. 2016 Revisions to the 2010/2011 fibromyalgia diagnostic criteria. Semin Arthritis Rheum, 2016; 46: 319-329.
Terapie alternative: funzionano o no?
Nella maggioranza dei casi, chi si affida alle terapie alternative esercita un atto di fede. Le evidenze scientifiche che ne supportano un’efficacia oggettiva, o quanto meno probabile, infatti spesso mancano e i benefici propagandati trovano conferme in opinioni personali, suggestioni diffuse e fantasiose interpretazioni, più filosofiche che biologiche. Che cosa c’è di vero? Quali pratiche possono davvero aiutare e quali no? E fino a che punto? Qualche precisazione in merito, per curarsi davvero e non correre rischi.
Incidenti stradali: quando la tecnologia è un rischio
Gli incidenti stradali sono tra le principali cause di morte a livello globale, soprattutto tra persone giovani e sane. La distrazione dalla guida associata all’uso della tecnologia è un’accertata aggravante, in grado di aumentare il rischio di sinistri più o meno gravi sulle grandi arterie stradali come in città. E non crediate che siano soltanto i dispositivi che richiedono l’uso delle mani a essere chiamati in causa: anche quelli a comando vocale e le conversazioni con auricolari o in viva voce, infatti, impegnano la mente a sufficienza per mettere in pericolo l’incolumità propria e altrui. Leggete un po’ qui.
Attività fisica e cognitiva proteggono il cervello delle donne
Qualunque attività fisica e cognitiva svolta dalle donne intorno ai 40-55 anni è in grado di proteggere le funzioni intellettive negli anni successivi della vita, riducendo il rischio di sviluppare declino cognitivo e demenza di vario tipo e livello di severità. Ve l’avevano già detto? Molto probabilmente, sì, perché gli studi in questo ambito condotti negli ultimi decenni sono stati molti.
Il valore aggiunto insito nei risultati della ricerca condotta presso l’Università di Göteborg (Svezia) è dato dal periodo di osservazione particolarmente prolungato (il follow-up è stato addirittura 44 anni) e dalla precisazione degli effetti protettivi dell’attività fisica e cognitiva nei confronti, rispettivamente, della demenza vascolare e della malattia di Alzheimer.
Lo studio, recentemente pubblicato sulla rivista di settore Neurology, ha coinvolto 800 donne con un’età media all’arruolamento di 44 anni (nell’intervallo 38-54 anni), selezionate nell’ambito della popolazione generale. Per tutte le partecipanti, all’inizio della valutazione sono state registrate le attività intellettive, artistiche, manuali, sociali, religiose e sportive abitualmente svolte ed è, quindi, stato avviato un monitoraggio periodico delle prestazioni cognitive, dal 1968 al 2012.
Nel corso del follow-up, 194 donne hanno ricevuto una diagnosi di demenza, 102 di malattia di Alzheimer, 27 di demenza vascolare, 41 di demenza mista e 81 di demenza associata a malattia cerebrovascolare. Tutte le diagnosi sono state formulate sulla base dei criteri previsti nel periodo di riferimento, tenendo conto degli esiti di interviste neuropsichiatriche, visite ed esami, dati raccolti nelle cartelle cliniche e nei registri di pazienti.
Dall’analisi delle informazioni disponibili è emerso che, in generale, le donne che si mantengono intellettualmente attive tra i 40 e i 55 anni hanno un rischio ridotto di circa un terzo (-34%) di sviluppare una forma di demenza. La protezione è risultata particolarmente marcata nei confronti della malattia di Alzheimer, il cui riscontro sarebbe praticamente dimezzato (-46%) rispetto alle donne meno inclini a leggere, studiare, ascoltare musica, seguire corsi, frequentare musei, andare a teatro o al cinema.
Ancora più favorevole si è dimostrato l’impatto dell’esercizio fisico, in particolare nei confronti delle demenze miste e delle forme correlate a malattie cerebrovascolari. Il rischio di sviluppare le prime è risultato, infatti, inferiore del 57% tra le donne fisicamente più attive, mentre quello di sviluppare demenza correlata a malattie cerebrovascolari è risultato diminuito del 53%.
L’entità di questi effetti preventivi è a dir poco sorprendente se si considera che, attualmente, la medicina dispone di ben poche armi (peraltro, di efficacia molto limitata) per proteggere da queste malattie neurodegenerative e che gli esiti citati sono stati ottenuti dopo aver escluso i principali fattori confondenti come il livello di istruzione, lo status socioeconomico, la presenza di ipertensione, diabete o malattie cardiovascolari, il peso corporeo, il fumo, lo stress e la depressione.
Naturalmente, prima di arrivare a conclusioni definitive, servono ulteriori conferme, ma nell’attesa vale la pena mettere al bando ogni pigrizia e provare a mantenersi il più possibile attivi intellettualmente e fisicamente, che ne dite?
Fonte
Najar J et al. Cognitive and physical activity and dementia. A 44-year longitudinal population study of women. Neurology 2019;92:e1322-e1330. doi:10.1212/WNL.0000000000007021 (https://n.neurology.org/content/92/12/e1322.long)
Come gestire le conseguenze di un’amputazione
Per amputazione si intende l’asportazione completa di una parte del corpo. Le tecniche chirurgiche spesso sono in grado di riattaccare le parti amputate, così da restituire una funzionalità normale o quasi.
Cosa fare?
- Controllare l’ABCHs e l’emorragia.
- Trattare le shock.
- Cercare e proteggere la parte amputata. In seguito lasciar decidere al chirurgo se può essere riattaccata.
- Per proteggere la parte amputata bisogna sciacquarla con acqua e rimuovere detriti, avvolgere la parte amputata con una garza sterile e asciutta, metterla in un contenitore o in un sacchetto di plastica, su un letto di ghiaccio. Non immergere la parte amputata nel ghiaccio, in quanto è difficile riattaccare le parte anatomiche congelate.
- Chiamare immediatamente l’ambulanza.
Convulsioni febbrili nei bambini
Le convulsioni febbrili sono crisi in corso di febbre in un soggetto tra i 6 mesi e i 5 anni, che non presenta nessun segno di affezione cerebrale acuta o cronica concomitante. I sintomi presentano crisi generalizzate di tipo tonico, clonico o tonico-clonico. La durata è di pochi minuti e raramente si protrae per più di 30 minuti. Solitamente il bambino giunge in ospedale quando la crisi convulsiva è conclusa, per cui non è necessario nessun provvedimento urgente a meno di una recidiva.
Gli esami di laboratorio da effettuare sono glicemia, calcemia ed elettroliti. Il trattamento eseguito solo di recidiva di crisi prevede Diazepam per via rettale.
Fonte: Emergenze mediche in Pediatria di Mediserve
Sindrome dell’intestino irritabile, efficace l’approccio psicologico
La terapia cognitivo comportamentale è l’ultimo trattamento consigliato nella lotta contro la sindrome dell’intestino irritabile: secondo uno studio pubblicato sulla rivista medica Gut, è più efficace nell’alleviare il disagio dei pazienti rispetto all’attuale terapia standard.
La sindrome dell’intestino irritabile interessa circa il 10% della popolazione ed è responsabile di sintomi persistenti come mal di stomaco o crampi, gonfiore addominale, stitichezza o diarrea; altri segni frequenti sono anche la flatulenza, l’affaticamento, la nausea e l’incontinenza. Nella sua forma più grave, la condizione può avere un impatto notevole sulla routine quotidiana e sulla qualità della vita di chi ne soffre, tuttavia si tratta di un cosiddetto “disturbo funzionale”, uno modo per dire che nessuno ne conosce davvero la causa, infatti non si associa a cambiamenti patologici oggi rilevabili con specifici test: la diagnosi avviene sulla base dei sintomi.
Gli attuali approcci terapeutici comprendono farmaci e consigli sullo stile di vita e sull’alimentazione, ma la terapia psicologica potrebbe costituire un metodo alternativo per gestire i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile.
Lo studio ha coinvolto 558 pazienti che presentavano sintomi da lungo tempo e che avevano provato altri trattamenti per almeno un anno: mentre alcuni hanno continuato a ricevere i trattamenti tradizionali, ad altri sono state offerte otto sessioni di terapia cognitivo comportamentale specificamente progettate per il trattamento della sindrome dell’intestino irritabile. Dodici mesi dopo, è stato il secondo gruppo a riportare i miglioramenti più significativi nella sintomatologia: sulla base di un sistema di misurazione su una scala da 0 a 500 (Irritable bowel syndrome severity scoring system – IBS-SSS), i loro sintomi sono risultati inferiori di 61 punti. Sorprendentemente, la terapia cognitivo comportamentale si è rivelata efficace anche quando non è stata impartita attraverso colloqui faccia a faccia con il terapeuta: «il fatto che sia le sessioni di terapia effettuate via telefono che quelle basate sul web si siano dimostrate efficaci è una scoperta davvero importante ed entusiasmante, – ha affermato Hazel Everitt, professore associato di medicina generale presso l’Università di Southampton, in Inghilterra, e primo autore dello studio – i pazienti possono seguire questi trattamenti al proprio domicilio, negli orari più comodi».
Everitt HA, Landau S et al. Assessing telephone-delivered cognitive-behavioural therapy (CBT) and web-delivered CBT versus treatment as usual in irritable bowel syndrome (ACTIB): a multicentre randomised trial. Gut. 2019 Apr 10. pii: gutjnl-2018-317805.
Pelle, trattiamola con cura
La pelle è il nostro organo più grande e la prima linea di difesa del corpo da virus, batteri, sostanze chimiche, inquinamento e fattori ambientali. Svolge funzioni essenziali come regolazione della temperatura e sensazioni corporee, rigenerazione e magazzino di sostanze nutrienti nelle sue cellule che al bisogno migrano nei vasi sanguigni.
Prodotti e trattamenti sono sicuramente utili per mantenerla in buono stato ma quello che davvero ne preserva e supporta la struttura, salute e funzione ottimale sono le vitamine, minerali e altre sostanze nutritive che possiamo fornire attraverso i cibi che consumiamo.
I micronutrienti più importanti per una pelle sana sono antiossidanti che si trovano in frutta, verdura, cacao crudo e ne sono parte oltre a bioflavonoidi, le vitamine A, C, E e minerali come selenio. Ma per la nostra pelle ha anche bisogno di vitamine del gruppo B, zinco, rame, silica per non dimenticare acidi grassi essenziali e fonti di proteine e vitamina D che otteniamo dall’esposizione ai raggi solari (naturalmente non prolungata).
I composti antiossidanti aiutano a ridurre gli effetti dei danni ambientali causati dall’esposizione solare e dall’inquinamento, proteggendo la pelle dai radicali liberi, molecole instabili che possono danneggiare le cellule e accelerare la comparsa di segni di invecchiamento.
Assicuratevi di arricchire la vostra alimentazione con fonti di vitamina A e carotenoidi contenuti in carote, zucca, patate dolci, verdure a foglia verde, peperoni rossi, pomodori, albicocche, mango e pesche. La vitamina A è in grado di rallentare il turnover delle cellule della pelle e aumentare la deposizione di collagene rallentandone l’esaurimento associato all’invecchiamento.
La vitamina C di cui sono ricchi peperoni, kiwi, fragole, arance, papaia, broccoli, pomodori, piselli, cavolo è nota per essere un potente antiossidante che non solo protegge la pelle dai danni dei radicali liberi, ma è anche necessaria per la produzione di collagene, proteina strutturale che insieme ad elastina e cheratina, conferisce alla pelle struttura ed elasticità.
Mandorle, nocciole, semi di girasole, spinaci, avocado, patate dolci, germe di grano e verdure a foglia verde sono invece fonte di vitamina E, altro nutriente essenziale per produrre collagene poiché agisce insieme alla vitamina C per stimolarne la formazione. È anche uno dei principali antiossidanti presenti sulla pelle e protegge le membrane cellulari dai danni derivanti dai raggi UV e dalle tossine ambientali.
E un’altro degli antiossidanti importanti è il selenio, presente in noci del brasile, germe di grano, crusca, lievito di birra, cipolle e broccoli che aiuta a mantenere l’elasticità cutanea.
Cereali integrali, frutta secca, semi oleosi, verdure a foglia verde sono tutte fonti di vitamine del gruppo B, fondamentale nel contrasto dei radicali liberi. La B2 è molto utile in caso di pelle secca, la B3 stimola la sintesi del collagene, contribuendo a mantenere la pelle idratata ed elastica, la B6 regola la produzione di sebo e la B5 e la B8 sono fondamentali per l’idratazione della pelle.
E alcuni dei minerali come zinco, rame e silica sono necessari per il rinnovamento cellulare, la formazione della struttura cutanea e il nutrimento e protezione delle cellule della pelle. Legumi, cereali integrali, cacao, miso, lievito alimentare, broccoli, fagiolini sono fonti di zinco mentre il rame si puo’ trovare in semi di sesamo, girasole, anacardi, funghi, tempeh, ceci, lenticchie, noci, verdure a foglia verde. Banane, avena, porri, fagiolini, grano, riso integrale sono invece fonti di silice.
Uno dei componenti principali delle membrane cellulari sono gli acidi grassi essenziali che le mantengono elastiche e idratate, riducendo secchezza e lasciando la pelle con aspetto più liscio e rimpolpato. Ne sono ricchi semi di chia e lino, noci, verdure a foglia verde, semi di canapa, alghe e oli vegetali. E non dimenticate di includere fonti di proteine vegetali nei vostri pasti come legumi, frutta secca, semi, alghe, verdure a foglia verde e cereali integrali. Le principali proteine strutturali di capelli, pelle e unghie come il collagene, l’elastina e la cheratina contengono tutte diverse combinazioni di aminoacidi e alcune di questi sono essenziali, il che significa che devono essere ottenuti dalla dieta perché il nostro corpo non può autoprodurle.
Tutti questi alimenti fonti di sostanze nutritive per la nostra pelle oltre che essere mangiati con gusto possono essere usati per trattamenti di bellezza fai da te. Potete fare una maschera al viso mescolando polpa di avocado, cacao in polvere e curcuma oppure polpa di papaya, yogurt di cocco e curcuma per idratare, ammorbidire e rendere la pelle luminosa. Create uno scrub per il corpo con avena macinata, olio d’oliva e zucchero o caffè macinato, polvere di cacao e olio di cocco per donare morbidezza. E per la cura dei capelli, massaggiate un paio di cucchiai di olio di cocco o avocado, lasciando in posa durante la notte risciacquando poi al mattino con dello shampoo.
Fonte: Crudostyle
Che cos’è e cosa fa la cannabis per uso medico
Ormai da alcuni anni se ne parla parecchio e, in linea di principio, la sua produzione è ammessa in vari Paesi, compresa l’Italia. Tuttavia l’effettivo impiego clinico della pianta erbacea probabilmente più famosa al mondo stenta a prendere piede, perché non tutti ritengono questo rimedio farmacologico aggiuntivo realmente necessario e perché molti temono i possibili effetti collaterali di formulazioni che conoscono poco. Ecco che cos’è la cannabis medica e quali sono i principali vantaggi per la salute che può offrire, secondo gli studi clinici.
Pazienti candidati al training fisico riabilitativo
È possibile identificare le seguenti categorie di pazienti coronaropatici in cui il training fisico riabilitativo può fornire gli effetti desiderati:
- Pazienti a basso rischio dopo un evento cardiaco acuto,
- Pazienti già sottoposti a chirurgia rivascolarizzante coronarica,
- Pazienti con angina pectoris stabile,
- Pazienti sottoposti ad angioplastica coronarica percutanea,
- Pazienti con scompenso cardiaco post infartuale stabile,
- Pazienti che non hanno avuto eventi cardiovascolari ma hanno un profilo di rischio particolarmente svantaggioso.
In tali pazienti è possibile ottenere un recupero fisico in breve tempo. Non esiste differenza dei sessi, infatti uomini e donne ricevono benefici allo stesso modo. Per quanto riguarda la fascia di popolazione costituita da anziani va ad arricchire sempre di più la fetta di pazienti da sottoporre alla riabilitazione.
Fonte: Riabilitazione cardiovascolare di Mediserve
Divertirsi è il segreto del benessere
«Il riso fa buon sangue» non è soltanto un detto popolare. Diversi studi condotti nel corso degli ultimi decenni hanno indicato che è proprio così. Ridere, distrarsi, passare del tempo con persone piacevoli, dedicarsi a uno sport o ad altre attività che riescono a far dimenticare per un po’ i problemi e ad alleggerire la mente aiuta davvero a sentirsi meglio nel corpo e nello spirito. Ecco l’opinione e i consigli di un’esperta della materia.
Frutta e verdura prescritti dal medico? Risparmi sorprendenti per il sistema sanitario
Alimenti sani prescritti come se fossero farmaci: un nuovo studio pubblicato in marzo su PLoS Medicine suggerisce di adottare questa strategia negli Stati Uniti per i beneficiari di Medicare e Medicaid – i due principali programmi federali di assicurazione sanitaria – con lo scopo dichiarato di ridurre il rischio di malattie croniche, come quelle cardiovascolari o il diabete, e allo stesso tempo abbassare i costi delle cure.
Facendo uso di modelli computerizzati, i ricercatori della Tufts University di Boston hanno stimato che le prescrizioni di cibi sani potrebbero prevenire milioni di eventi cardiovascolari, come infarti e ictus, e far risparmiare miliardi di dollari in costi sanitari.
Per effettuare le simulazioni, gli autori hanno incluso persone con un’età compresa tra i 35 e gli 80 anni e iscritte a Medicare o Medicaid; come parte della modellizzazione, hanno utilizzato i dati delle tre più recenti indagini sulla salute e sull’alimentazione dei cittadini statunitensi, oltre a quelli prodotti da studi pubblicati in letteratura e meta-analisi che includevano informazioni demografiche, abitudini dietetiche, e costi sanitari.
Nello studio sono state esaminate diverse ipotesi: tra queste una stima dell’impatto che potrebbe avere uno sconto del 30% per l’acquisto di cibi salutari prescritti dal medico.
Già limitando le prescrizioni a frutta e verdura, oggi consumate in quantità insufficiente negli Usa, si è calcolato che gli eventi cardiovascolari evitati potrebbero essere di 1,93 milioni, con un risparmio complessivo di 39,7 miliardi di dollari. Quando hanno eseguito la stima ipotizzando una più ampia prescrizione di alimenti sani, hanno calcolato che sarebbero stati evitati 3,28 milioni di eventi cardiovascolari e 120.000 casi di diabete e sarebbero stati risparmiati 100,2 miliardi di dollari.
«Abbiamo scoperto che una copertura parziale del costo di acquisto di frutta, verdura, cereali integrali, noci, semi e oli vegetali sarebbe altamente conveniente – ha affermato Yujin Lee, prima autrice dello studio – e avrebbe un rapporto costo-efficacia del tutto simile a quello che si ottiene con la prescrizione di farmaci per il colesterolo alto o l’ipertensione».
Lee Y, Mozaffarian D, Sy S, Huang Y, Liu J, Wilde PE, Abrahams-Gessel S, Jardim TSV, Gaziano TA, Micha R. Cost-effectiveness of financial incentives for improving diet and health through Medicare and Medicaid: A microsimulation study. PLoS Med. 2019 Mar 19;16(3):e1002761.
Antibioticoresistenza peggiorata dall’igiene ambientale
La resistenza agli antibiotici, ossia la crescente capacità dei batteri patogeni di sopravvivere in presenza dei farmaci che dovrebbero ucciderli, è una delle più grandi sfide che la medicina si trova oggi ad affrontare e dalla cui vittoria dipendono le possibilità di sopravvivenza del genere umano nei prossimi decenni.
Per chi è nato nell’era degli antibiotici è difficile rendersi conto di questa emergenza, ma ritrovarsi di punto in bianco senza medicinali in grado di combattere malattie infettive severe come la tubercolosi, la polmonite o le gastroenteriti batteriche significa essere esposti a un elevatissimo rischio di epidemie in grado di mietere milioni di vittime ed estremamente difficili da contenere.
Per cercare di limitare la diffusione delle resistenze batteriche, da oltre due decenni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le altre istituzioni sanitarie a livello internazionale raccomandano di usare gli antibiotici in modo cauto, parsimonioso e corretto: ossia, soltanto quando indispensabili, ai dosaggi e per il periodo di tempo prescritti dal medico e mai sulla base del “fai-da-te”.
Tuttavia, l’antibioticoresistenza può essere promossa anche in contesti non sanitari. Tra questi, il più noto è rappresentato dagli allevamenti animali, dove gli antibiotici vengono spesso usati per proteggere il bestiame dalle infezioni. Nuove evidenze indicano ora che anche l’igiene di ambienti chiusi come case e uffici può facilitare la selezione di “super-batteri”.
In particolare, una ricerca da poco pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications segnala che nei locali chiusi di edifici di qualunque tipo la biodiversità dei batteri è minore di quella tipica dell’ambiente esterno (urbano o naturale) e che a essere maggiormente rappresentati sono i ceppi meno sensibili agli antibiotici di uso comune.
Secondo i ricercatori, questo riscontro può essere la conseguenza, oltre che del tipo di frequentazione e delle attività umane svolte negli edifici e del più o meno marcato isolamento dall’ambiente esterno, anche dei prodotti e dei metodi utilizzati per la pulizia delle superfici. In particolare, si ipotizza che l’uso di detergenti antibatterici ad ampio spettro possa giocare un ruolo sfavorevole, premiando i batteri più “forti” che riuscirebbero a moltiplicarsi in misura prevalente.
Posto che la pulizia domestica, dei locali e degli edifici frequentati da molte persone è irrinunciabile per prevenire malattie e problemi igienici di vario tipo, per evitare di promuovere le resistenze batteriche negli ambienti chiusi i ricercatori suggeriscono di alternare le sostanze detergenti usate (in modo che i batteri non possano abituarsi) e di riservare i prodotti dichiaratamente antibatterici a luoghi circoscritti, meritevoli di una maggiore disinfezione (bagni, ripiano della cucina, vano immondizia ecc.).
Altri accorgimenti utili consistono nell’impiegare il vapore per igienizzare le superfici in grado di tollerare temperature elevate, nel mettere piante nelle stanze (evitando quelle più a rischio di allergie) e nell’aumentare gli scambi tra ambienti interni ed esterno (per esempio, aprendo spesso le finestre).
Fonte
Mahnert A et al. Man-made microbial resistances in built environments.
Nature Communications 2019;10:968. doi:10.1038/s41467-019-08864-0 (https://www.nature.com/articles/s41467-019-08864-0)
Plastica: come evitare contaminazioni
Il problema è serio e le foto di mari paradisiaci trasformati in discariche di plastica galleggiante o di pesci con le interiora piene di detriti sintetici lo dimostrano in modo inequivocabile. Per risolvere la situazione bisogna iniziare a usare meno plastica, in favore di materiali biodegradabili e/o riconvertibili. E dovrebbero sforzarsi di farlo tutti, perché non si tratta “soltanto” di proteggere l’ambiente, ma anche la nostra salute: sempre più studi indicano, infatti, che le contaminazioni di plastica negli alimenti possono alterare gli equilibri ormonali e favorire lo sviluppo di diabete, obesità, infertilità e altri disordini endocrini. Scoprite come ridurle in questo video.
Correlazione tra l’herpes labiale e la malattia di Alzheimer
Il virus herpes simplex 1 spesso altera il viso, mettendo in una condizione di disagio chi purtroppo ne viene colpito. Si tende a nascondere la bocca, specialmente se ci si trova in luoghi pubblici. Non esiste una cura definitiva per eradicare il virus dall’organismo, quindi successivamente al contagio si sarà soggetti per tutta la vita a sviluppare l’herpes labiale più o meno frequentemente.
Educare you è stato tra i primissimi in Italia a dare notizia dei risultati di uno studio epidemiologico svolto a Taiwan dalla dott.ssa Ruth Itzhaki su una possibile correlazione tra la malattia di Alzheimer e il virus herpes simplex 1, proprio quello responsabile delle fastidiosissime bollicine sulle labbra.
La conferma viene adesso da uno studio condotto su animali da esperimento da parte di ricercatori italiani, che vede, come primo nome, quello della dr.ssa Giovanna De Chiara del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma.
In questo studio è stato utilizzato un modello di infezioni ricorrenti di virus herpes simplex 1 in topi che venivano sottoposti a cicli ripetuti di riattivazione virale. Nel corso dello studio è stata notata una diffusione del virus herpes simplex 1 anche in differenti aree cerebrali che ha determinato la comparsa nel cervello degli animali di alcune caratteristiche tipiche della malattia di Alzheimer, tra cui, soprattutto, la proteina-beta amiloide costantemente presente nel cervello di persone affette da malattia di Alzheimer. A detta degli Autori, nei topi infettati con virus herpes simplex 1 il progressivo accumulo delle tipiche alterazioni molecolari a carico di alcune aree cerebrale, tra cui la corteccia e l’ippocampo, è correlato con la comparsa e l’incremento di deficit cognitivi che divengono irreversibili dopo sette cicli di riattivazione del virus. Gli autori concludono che ripetute infezioni di herpes simplex 1 potrebbero essere considerate come un fattore di rischio per la malattia di Alzheimer.
Fonte
De Chiara G et al. Recurrent herpes simplex virus-1 infection induces hallmarks of neurodegeneration and cognitive deficits in mice. PLoS Pathog. 2019 Mar 14;15(3):e1007617. doi: 10.1371/journal.ppat.1007617. eCollection 2019 Mar.
Malattie mentali, che fatica
I disturbi psichiatrici non sono faticosi da gestire soltanto a livello mentale. Depressione e ansia, per esempio, pesano anche a livello fisico, rendendo difficile svolgere agevolmente le attività di ogni giorno e facendo sentire spesso realmente esausti. Non è soltanto un’impressione: le malattie mentali, infatti, hanno ripercussioni organiche importanti legate ad alterazioni neuroendocrine che possono interferire con molte funzioni fisiologiche fondamentali, come l’appetito, il sonno, il tono muscolare, la risposta infiammatoria e immunitaria ecc. Ecco qualche consiglio per reagire.
Eccipienti dei farmaci: inattivi, ma non per tutti
Gli eccipienti, vale a dire le sostanze “biologicamente inerti” aggiunte a un farmaco per migliorarne sapore, colore, efficienza di assorbimento, modalità e tempi d’azione nell’organismo, sono generalmente ritenuti sicuri e innocui per chi li assume, a seguito degli esiti favorevoli di innumerevoli test condotti nel corso di decenni e dall’esteso uso in pratica clinica.
Tuttavia, ciò che vale per molte persone non vale per tutti. Una recente ricerca condotta in collaborazione tra due prestigiosi centri di ricerca statunitensi, il Massachusetts Institute of Technology e il Brigham and Women’s Hospital – Harvard Medical School di Boston, indica infatti che molti dei composti teoricamente “inattivi” contenuti in una compressa, in una capsula, in una polvere effervescente o in uno sciroppo possono, in realtà, essere all’origine di intolleranze, reazioni allergiche e da ipersensibilità in pazienti suscettibili.
Nella maggioranza dei casi non si tratta di reazioni gravi, limitandosi spesso a mal di testa, disturbi gastroenterici, prurito o altre manifestazioni dermatologiche. Tuttavia, questi inconvenienti possono indurre a interrompere o ad assumere in modo discontinuo un trattamento necessario (riducendone l’efficacia) oppure possono peggiorare la malattia di base che dovrebbero curare, soprattutto nelle persone più fragili e debilitate o che devono assumere molti farmaci diversi contemporaneamente, come gli anziani.
Per esempio, un eccipiente che causa disturbi gastroenterici come nausea o diarrea può impedire di alimentarsi in modo adeguato o di assorbire i nutrienti necessari a livello intestinale, mentre un composto “inattivo” che induce prurito notturno può ostacolare il riposo e promuovere stanchezza e senso di malessere durante il giorno.
Purtroppo, benché tutte le sostanze contenute in un farmaco siano elencate per legge nel foglietto illustrativo, non è così semplice né per chi lo assume né per il medico che lo prescrive avere una piena consapevolezza dei rischi associati, dal momento che i dosaggi dei singoli eccipienti non sono segnalati e che molti composti diventano potenzialmente dannosi soltanto in seguito ad accumulo in caso di uso continuativo e non dopo una o poche assunzioni.
Inoltre, per gran parte dei farmaci contenenti gli stessi principi attivi (ossia i composti realmente dotati di attività terapeutica) esistono innumerevoli formulazioni differenti, contenenti mix di eccipienti diversi, che si sono ulteriormente moltiplicate dopo l’introduzione dei farmaci equivalenti. Come risolvere la situazione?
Secondo i ricercatori, bisogna agire soprattutto su due fronti: a livello di aziende farmaceutiche, si dovrebbe cercare di sviluppare nuove formulazioni dei medicinali in uso, ponendo la massima attenzione a evitare gli eccipienti non necessari potenzialmente allergizzanti/sensibilizzanti (coloranti, aromi, lattosio, glutine, lecitine, zuccheri FODMAP ecc.); a livello legislativo, obbligando a indicare con maggiore precisione tutti gli eccipienti usati nei foglietti illustrativi.
Un terzo aspetto non meno importante riguarda l’impiego razionale e consapevole dei farmaci da parte dei pazienti, che dovrebbero ricorrere a medicinali di qualunque tipo (da banco o da prescrizione) soltanto nei casi di effettiva necessità, rispettando le indicazioni fornite dal medico o presenti sul foglietto illustrativo in merito a tempi e dosaggi e riportando al medico o al farmacista ogni reazione avversa non prevista, per permettere una farmacovigilanza più puntuale.
Fonte
Reker D et al. “Inactive” ingredients in oral medications. Science Translational Medicine 2019;11(483):eaau6753. doi10.1126/scitranslmed.aau6753 (http://stm.sciencemag.org/content/11/483/eaau6753.abstract)
















