Quando si piange, si sa quasi sempre perché, ma quando gli occhi iniziano a lacrimare da soli comprenderne la ragione può non essere così semplice. Può essere colpa dell’eccesso di polvere presente in una stanza, di un pelucchio o di un frammento entrati accidentalmente nella palpebra, oppure dell’inquinamento atmosferico (se si è sensibili) o dei pollini (se si è allergici). Paradossalmente, poi, tra le cause più diffuse di eccessiva lacrimazione c’è la sindrome dell’occhio secco, come sa bene chi ne soffre. Ma i problemi oculari o le malattie sistemiche che possono interferire con la lacrimazione, rendendola eccessiva o troppo scarsa, sono numerose: scoprite qui quelle più frequenti.
Mese: Maggio 2019
Di che colore sono le vostre unghie?
Rosa chiaro o più intenso, biancastre, giallognole, giallo-verdastre, blu-viola, marroni oppure nere. Stiamo parlando del colore delle unghie, ma non pensate agli smalti. Le tonalità che un’unghia “al naturale” può assumere, sono variegate e devono essere sempre osservate con attenzione e tenute nella massima considerazione perché possono dirci molto dello stato di salute dell’unghia stessa o dell’intero organismo. Ma che cosa? Imparatelo a questo link e, se vi accorgete di avere unghie di colore simile a quelle presentate, prendete in considerazione l’opportunità di rivolgervi al medico: un rapido controllo può evitare molti problemi.
Cosa fare in caso di asma
Le persone che soffrono di asma presentano degli episodi acuti, nel momento in cui le vie aeree si restringono e si comincia a respirare in modo affannoso. Alcuni soggetti sono affetti da attacchi d’asma nel momento in cui si espongono a basse temperature. Altri invece, presentano questi attacchi durante un esercizio fisico. I sintomi dell’asma variano da persona a persona e solitamente sono ricercabili in tosse, cianosi cutanea, narici che si allargano ad ogni respiro e respiro sibilante.
Cosa fare?
- La vittima deve prendere le medicine per l’asma e riposare.
- Aiutare la vittima a mettersi comodo e in una posizione eretta.
- Nei casi più gravi predisporre il ricovero in ospedale.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Sfregare la pelle aumenta il rischio di allergie alimentari
La logica vorrebbe che a scatenare le allergie alimentari fosse la semplice ingestione di un cibo contenente sostanze (di solito, proteine, peptidi o particolari zuccheri) verso le quali il sistema immunitario individuale reagisce in modo anomalo, riconoscendole come potenzialmente pericolose e attivando tutta una serie di meccanismi di difesa per cercare di eliminarle dall’organismo o, quanto meno, di neutralizzarne l’azione (in realtà, di per sé del tutto innocua).
In effetti, quando un alimento verso il quale si è allergici viene ingerito, il sistema immunitario dà il via a processi reattivi quali la sintesi dell’istamina (da cui dipendono l’insorgenza di pomfi, chiazze rosse, eruzioni cutanee di vario tipo, gonfiori e prurito in diversi punti del corpo) e la produzione di immunoglobuline E (IgE, che innescano e sostengono la risposta allergica a carico di vari organi e tessuti), fino a innescare, nei casi più severi (fortunatamente rari), una reazione anafilattica, caratterizzata da reazioni cutanee, broncocostrizione, angioedema (soprattutto al volto e alla gola), ipotensione, shock anafilattico con possibile insorgenza di coma, a volte letale.
Uno studio recentemente condotto su modelli animali (nello specifico, topi) ha, tuttavia, indicato che l’allergia alimentare potrebbe essere legata o, quantomeno, essere resa più probabile non soltanto dall’ingestione di determinati cibi, ma anche da sollecitazioni a livello della pelle, come quelle tipiche del grattamento.
In particolare, è stato osservato che, mimando il grattamento attraverso l’applicazione e lo strappo di cerotti dalla pelle dei topolini, è possibile innescare/aumentare la reattività intestinale agli allergeni alimentari da parte degli animali, rendendoli più propensi ad andare incontro ai sintomi tipici già citati dopo l’ingestione di alimenti di per sé del tutto innocui.
All’origine di questo effetto ci sarebbe un collegamento molecolare tra la cute e l’epitelio intestinale: lo sfregamento ripetuto della pelle innescherebbe la liberazione di una sostanza chiamata interleuchina 33 (IL-33) che, insieme all’IL-25 prodotta da particolari cellule dell’epitelio intestinale (tuft cells o “cellule ciuffo”), andrebbe a stimolare un sottogruppo di cellule del sistema immunitario chiamate cellule linfoidi innate di tipo 2 (ILC2). Queste ultime, attraverso la liberazione di IL-4, stimolerebbero altre cellule del sistema immunitario chiamate mastociti che, a loro volta, libererebbero mediatori in grado di aumentare la permeabilità intestinale agli allergeni alimentari e, quindi, il loro assorbimento, con conseguente maggior rischio di determinare reazioni allergiche sistemiche e anafilassi.
Se queste evidenze iniziali fossero confermate nell’uomo, il nuovo meccanismo di comunicazione e sollecitazione allergica individuato potrebbe spiegare perché chi soffre di dermatite atopica (condizione associata a fastidio cutaneo e tendenza al grattamento ripetuto) è più propenso a sviluppare anche allergie alimentari.
Fonte
J-M Leyva-Castillo, C Galand, et al. Mechanical skin injury promotes food anaphylaxis by driving intestinal mast cell expansion. Immunity 2019; doi:10.1016/j.immuni.2019.03.023 (https://www.cell.com/immunity/fulltext/S1074-7613(19)30140-2)
Il Nordic Walking
di Roberto Vallabio, istruttore Scuola Italiana Nordic Walking (SINW)
Tradotto in italiano significa Camminata Nordica e consiste nel camminare con l’aiuto di particolari bastoncini. Un aiuto che si tramuta in una spinta verso l’avanti, facilitando l’avanzamento. Non bisogna pensare che si vada più veloci o si faccia meno fatica, perché il principio fondamentale di questa disciplina è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di muscoli e, di conseguenza, aumentare il dispendio energetico a parità di velocità e di distanza percorsa. Tutto ciò permette di ottenere un miglioramento della forma fisica.
La camminata con i bastoncini appare fin già dagli anni ’30 ed era praticata quale allenamento estivo-autunnale dagli atleti scandinavi dello sci di fondo e della combinata nordica. Nato nei Paesi Scandinavi tanti anni fa era inizialmente praticato dagli atleti dello sci di fondo durante la preparazione a secco estivo-autunnale. Successivamente, venne perfezionato e sviluppato in un vero e proprio esercizio di fitness.
In Italia, il concetto moderno del Nordic Walking arriva alla fine del 2003 quando l’attività inizia a svilupparsi in Alto Adige per poi continuare ad espandersi in tutte le altre regioni italiane. Nel 2008 nasce la Scuola Italiana Nordic Walking, Associazione diventata il punto di riferimento italiano del nordic walking, con migliaia di istruttori distribuiti su tutto il territorio nazionale e tantissimi seguaci. Nell’ottobre del 2013 la Scuola Italiana Nordic Walking entra a far parte della Fidal, come unica referente e Associazione formatrice per gli istruttori di Nordic Walking in Italia.
La tecnica
Il nordic walking non è altro che una camminata naturale fatta di “buon passo”, alla quale viene aggiunto l’utilizzo funzionale di due bastoncini per apportare tutta una serie di benefici al nostro corpo. I bastoncini vengono utilizzati in modo tale da esercitare una spinta in avanti, coinvolgendo un gran numero di muscoli e quindi aumentando il dispendio energetico che migliora la funzionalità cardiorespiratoria. Per ottenere comunque il massimo dei benefici ed avere la massima efficienza dai movimenti, la tecnica diventa determinante.
Per imparare la tecnica di base, o passo alternato, (cioè l’alternanza dei movimenti di braccio e gamba opposti) è necessario sviluppare:
- coordinazione alternata braccia-gambe
- ampiezza di movimento delle gambe e delle braccia
- apertura e chiusura delle mani attorno all’impugnatura dei bastoncini
- rullata del piede
- fase di spinta e recupero dei bastoncini
Tecniche avanzate
Oltre alla classica camminata alternata esistono altre varianti (tecniche avanzate) che servono per migliorare i movimenti tecnici, la coordinazione e lo stato di allenamento.
Attrezzatura
L’attrezzatura di base è costituita da un paio di bastoncini da Nordic Walking e dai relativi guantini. Tutto il resto è di secondaria importanza, anche se la scelta delle scarpe riveste un ruolo molto importante in quanto devono avere una suola adatta per camminare su terreni sdrucciolevoli e scivolosi. Come dicevamo, i bastoncini sono realizzati proprio per questo tipo di attività sportiva e si compongono di un’impugnatura (dove si inserisce il guantino mediante il lacciolo), di una parte centrale chiamata asta ed infine dal puntale. Il materiale con cui sono fabbricati può essere l’alluminio, la fibra di vetro o il carbonio. Possono essere costituiti da un unico pezzo, oppure da due o tre pezzi che ne facilitano il trasporto. L’impugnatura è realizzata in plastica morbida, gomma oppure in sughero (scelta migliore perché assorbe il sudore e non fa scivolare il palmo della mano). Il puntale solitamente è fatto in widia e può essere ricoperto da particolari gommini antiscivolo per aderire meglio sull’asfalto. Infine va fatto un cenno sulla scelta delle scarpe la cui suola deve garantire un’eccellente presa sul terreno, il quale può variare dal cemento alla terra, alla sabbia, al ciottolato, al fango…..insomma, offrire aderenze completamente diverse. Inoltre, dovrebbero garantire anche una certa robustezza e impermeabilità in caso di pioggia.
I benefici
Solo adottando una tecnica corretta si riescono ad ottenere tutti quei benefici che il Nordic Walking può offrire.
L’elevato coinvolgimento muscolare migliora la circolazione cardiovascolare e linfatica e incrementa la capacità respiratoria. In particolare:
- Permette un consumo energetico superiore del 20 – 30% rispetto al walking senza bastoncini.
- Si ottiene un coinvolgimento di circa il 90% della nostra muscolatura (oltre 600 muscoli)
- Grazie al coinvolgimento attivo della muscolatura ausiliaria dell’apparato respiratorio, è incrementata l’ossigenazione dell’intero organismo.
- Mantiene in esercizio quattro delle cinque forme principali di sollecitazione motoria: resistenza, forza, mobilità, coordinazione.
- Stimola l’eliminazione degli ormoni originati dallo stress
- Aumenta la frequenza cardiaca di 10-15 pulsazioni al minuto rispetto alla camminata tradizionale alla stessa andatura. Genera quindi un buon esercizio cardiocircolatorio
- Rinforza il sistema immunitario
- Migliora la postura e favorisce la mobilizzazione della colonna vertebrale
- Alleggerisce il carico sulle articolazioni e sull’apparato motorio in genere
- I valori della pressione, i livelli dei trigliceridi e del colesterolo col tempo tendono a normalizzarsi
- I valori glicemici nella patologia diabetica si abbassano
- Si ha una maggiore protezione da osteoporosi e artrosi: uno sforzo moderato e costante stimola il rimodellamento osseo e la produzione di sostanze come l’elastina e il collagene che formano le cartilagini.
Benefici anti-stress del Nordic Walking
- Migliora il tono dell’umore perché il nostro corpo libera delle sostanze, le endorfine e le serotonine, capaci di contrastare l’ansia e la depressione;
- Con i miglioramenti fisici del corpo, la mente tende ad allontanare i problemi rendendoli meno assillanti e, allo stesso tempo, tende a vedere con maggiore tranquillità le preoccupazioni di tutti i giorni in modo da poterle affrontare serenamente
- Si regolarizza il respiro, che invece nei momenti di ansia e di paura tende a farsi corto e superficiale
- Si scaricano le tensioni muscolari accumulate senza il rischio di strappi o stiramenti;
- Praticato in gruppo costituisce un momento di aggregazione e spensieratezza
Dove si pratica
Il punto di forza del Nordic Walking è quello di poter essere praticato in qualunque posto, sui sentieri di montagna, in città, sulla spiaggia, nei parchi. Naturalmente più il terreno è omogeneo, indipendentemente da come è fatto, e meglio si riesce ad esprimere il gesto tecnico-atletico e di conseguenza ottenere il massimo risultato. Attenzione però a non confondere i terreni del nordic walking con quelli del trekking. Il trekking viene principalmente praticato su sentieri in alta quota che presentano poca omogeneità e pendenze ripide mentre per il nordic walking il terreno ottimale sono i sentieri con pendenze variabili e comunque non ripide, in modo da poter sfruttare al massimo l’ampiezza del movimento e la continuità del passo.
Il terreno ottimale
Il terreno adatto per praticare il nordic walking sono i sentieri pianeggianti o in leggera salita. Affinché il gesto tecnico e la resa di tutti i muscoli sia il massimo, la pendenza ideale si aggira tra il 4 e l’8%. E’ qui appunto che la spinta delle braccia diventa poderosa, il piede riesce a completare la giusta rullata ed ogni passo diventa soddisfazione.
Con pendenze superiori la spinta delle braccia si tramuta in appoggio e la rullata del piede perde la sua completezza; man mano che il terreno diventa più ripido si andrà ad appoggiare progressivamente prima il piede di piatto sul metatarso ed infine la sola punta.
Conclusioni
Il Nordic Walking è considerato una delle discipline sportive più complete in assoluto. I benefici fisici e mentali che si ottengono sono molteplici ed evidenti. E’ adatto a qualsiasi età. Si può praticare anche in città. Può essere utilizzato anche come forma di allenamento per altre discipline sportive.
istruttore Scuola Italiana Nordic Walking (SINW)
Bruciore ai piedi? Ecco le cause
Provate spesso una sensazione di bruciore o fastidio non meglio precisato ai piedi, anche senza aver camminato a lungo né indossato scarpe scomode? I piedi sono anche gonfi e/o arrossati oppure presentano zone di cute dall’aspetto “strano”? Meglio segnalarlo al medico, perché queste manifestazioni potrebbero dipendere dalla presenza di malattie che devono essere curate presto e bene, per evitare complicanze degenerative a livello di nervi, vasi sanguigni e tessuti. Ecco le condizioni più spesso all’origine del bruciore ai piedi.
Il congelamento: come trattarlo?
Il congelamento della cute si verifica solo quando le temperature sono inferiori a 0 gradi. In questo caso la cute si presenta fredda e di colore bianca o bluastra. La vittima non ha sensibilità e sente la parte come paralizzata. La condizione meno grave è l’assideramento. In questo caso la pelle si presenta bianca o pallida e rimane sollevabile in pliche. Per l’assideramento è necessario riscaldare la zona colpita ed in questo modo potrà apparire solo rossa e sensibile.
Se la vittima si trova in una zona desolata il metodo più rapido per riscaldare la parte del corpo colpita da congelamento è l’acqua.
Cosa fare?
- Mettere la parte congelata in acqua calda dai 20 ai 40 minuti, fino a quando il tessuto non diventa soffice. Il dolore può essere controllato con l’aspirina o l’ibuprofene. Non bisogna strofinare la parte interessata, né permettere alla persona di bere alcolici o di fumare.
- Una volta scongelata la parte colpita da congelamento, è necessario trattare la vittima come un “caso da barella”. Evitare che entri in contatto con indumenti e coperte, mettere una garza asciutta e sterile tra le dita delle mani e dei piedi. Sollevare la parte colpita per ridurre il dolore, somministrare un antidolorifico e prevenire un nuovo congelamento.
Fonte: Guida Tascabile di Pronto Soccorso di Mediserve
Annusare con la lingua, gusto e olfatto sono più legati di quanto si pensava
I ricercatori del Monell Center di Philadelphia hanno scoperto che i recettori olfattivi funzionali, i sensori che nel naso servono per avvertire gli odori, sono presenti anche nelle cellule del gusto che si trovano sulla lingua. I risultati, pubblicati su Chemical Senses, suggeriscono che le interazioni tra i sensi dell’olfatto e del gusto, i componenti primari del sapore del cibo, possono iniziare sulla lingua e non nel cervello, come si pensava in precedenza.
«La nostra ricerca – ha dichiarato Mehmet Hakan Ozdener, il biologo cellulare e autore senior dello studio – può aiutare a spiegare come le molecole degli odori modulano anche la percezione del gusto. Questo potrà portare allo sviluppo di modificatori del gusto basati sugli odori che possono aiutare a combattere l’eccesso di sale, zucchero e assunzione di grassi associati a malattie legate all’alimentazione come l’obesità e il diabete». L’ipotesi futuristica di Ozdener è supportata dal fatto che il gusto si è evoluto nel tempo per metterci in grado di valutare il valore nutritivo e la potenziale tossicità di ciò che mettiamo in bocca.
Attraverso le papille gustative siamo in grado di rilevare i gusti fondamentali del dolce, del salato, dell’acido, dell’amaro e dell’umami e le loro innumerevoli variazioni; il cervello combina i segnali forniti dai recettori del gusto, dell’olfatto e di altri sensi per creare la sensazione complessiva del sapore.
Finora il gusto e l’olfatto erano considerati come sistemi sensoriali indipendenti, che non interagivano finché le loro rispettive informazioni non raggiungevano il cervello. Ozdener è stato spinto a sfidare questa convinzione dopo che suo figlio, dodicenne, gli aveva chiesto se i serpenti estendono la loro lingua per poter annusare.
Lo studio che ne è derivato suggerisce che i recettori olfattivi possono giocare un ruolo nel sistema che porta alla percezione dei sapori interagendo con i recettori del gusto direttamente sulla lingua. A supporto di questa possibilità, altri esperimenti condotti dagli scienziati Monell hanno dimostrato che una singola cellula della lingua può contenere sia i recettori del gusto che quelli olfattivi.
Lo studio apre ai ricercatori l’opportunità di condurre numerosi altri approfondimenti: sussistono molti dubbi riguardo ai meccanismi di funzionamento dei 400 diversi tipi di recettori olfattivi umani; siccome le cellule del gusto coltivate in laboratorio rispondono agli odori, potrebbero essere utilizzate per identificare quali molecole si legano a specifici recettori olfattivi. Ulteriori ricerche potranno esplorare le modalità con cui le molecole che producono i diversi odori modificano le risposte delle papille gustative e, in ultima analisi, la percezione umana dei sapori.
Malik B, Elkaddi N, Turkistani J, Spielman AI, Ozdener MH. Mammalian Taste Cells Express Functional Olfactory Receptors. Chemical Senses, 24 April 2019.
Doppio supporto più efficace per smettere di fumare
Due è meglio di uno. Una regola vera in molti casi, che resta valida anche quando si tratta di smettere di fumare. Impresa non da poco, che raramente si riesce a concludere con successo senza una seria determinazione e il supporto di preparati sostitutivi della nicotina, che aiutano a ridurre i sintomi di astinenza tipici delle prime settimane.
I sostituti della nicotina in commercio sono ormai molti e ciò permette a ciascuno di scegliere quello più comodo e meglio tollerato tra cerotti transdermici a lento rilascio, losanghe da sciogliere in bocca, gomme da masticare, spray nasali od orali, alcuni liberamente acquistabili in farmacia senza ricetta, altri da concordare con il medico nel contesto di un piano di disassuefazione più articolato.
In genere, soprattutto se li si usa spontaneamente, si impiega un solo tipo di sostituto della nicotina per volta, in considerazione del fatto che la quantità di principio attivo rilasciato è ritenuta sufficiente ad attenuare il desiderio di fumare, senza indurre effetti collaterali significativi.
In base ai risultati di una revisione del gruppo Cochrane, tuttavia, usare contemporaneamente due preparati sostitutivi della nicotina anziché uno soltanto aumenterebbe le probabilità di riuscire a smettere di fumare con successo in modo prolungato, se non definitivo. Alla conclusione i revisori sono arrivati analizzando i risultati ottenuti nei 63 studi più solidi che hanno testato gli effetti di diversi sostituti della nicotina e loro combinazioni, su un totale di oltre 41.500 fumatori con un consumo medio di almeno 15 sigarette al giorno e desiderosi di smettere.
In particolare, l’approccio più efficace per abbandonare il fumo sembra essere quello basato sulla combinazione di un cerotto a lento rilascio da applicare sulla cute e di un secondo sostituto ad azione rapida, come le losanghe, le gomme da masticare o lo spray nasale, da assumere al bisogno, rispettando tempi e dosaggi indicati sulle confezioni o consigliati dal medico.
Le losanghe e le gomme da masticare a maggior dosaggio di nicotina (4 mg) sono risultate più efficaci di quelle a dosaggio inferiore (2 mg), mentre per i cerotti non è chiaro se un dosaggio di nicotina maggiore (21-25 mg) o inferiore (14-15 mg) comporti esiti significativamente differenti. Al contrario, sembrerebbe essere vantaggioso iniziare ad applicare il cerotto transdermico e/o ad assumere sostituti ad azione rapida non il giorno stabilito per l’abbandono delle sigarette, ma quello precedente (questa evidenza, tuttavia, richiede verifiche ulteriori).
«I sostituti della nicotina sono preparati sicuri, efficaci e ben tollerati», ha affermato Nicola Lindson dell’Università di Oxford (Regno Unito), principale autrice della revisione, «ma per trarne i massimi benefici nella disassuefazione dal fumo vanno usati correttamente, in modo da massimizzarne le potenzialità, cosa che spesso non avviene. L’uso combinato di un cerotto a lento rilascio e un sostituto della nicotina ad azione rapida offre maggiori chanches di smettere di fumare: molte persone temono che usare due sostituti della nicotina contemporaneamente possa comportare rischi, ma le evidenze cliniche informano che non è così».
Per stare ancora più sicuri, se si decide di smettere di fumare, il consiglio è rivolgersi a un Centro specializzato per la disassuefazione dal fumo o al proprio medico di fiducia e individuare un piano personalizzato, tenuto conto dell’età, del sesso e di eventuali patologie presenti. In aggiunta ai sostituti della nicotina, un supporto psicologico può aumentare ulteriormente le probabilità di successo.
Fonte
Lindson N et al. Different doses, durations and modes of delivery of nicotine replacement therapy for smoking cessation. Cochrane Database of Systematic Reviews 2019; Issue 4; Art. No. CD013308 (https://www.cochrane.org/news/featured-review-different-doses-durations-and-modes-delivery-nicotine-replacement-therapy)
Traumi da sport: come evitarli
Nonostante le piogge ricorrenti e gli sbalzi di temperatura imprevedibili, con l’arrivo della bella stagione quasi tutti sentiamo un rinnovato stimolo a praticare attività fisica in palestra, piscina e, soprattutto, all’aria aperta. Un’ottima sollecitazione che va sempre assecondata, ma senza strafare, se si vuole beneficiare degli effetti positivi del movimento senza rischiare di sovraccaricare o danneggiare muscoli, tendini e articolazioni. Ecco alcuni preziosi consigli per prevenire i più comuni traumi da sport.
Menta: un’alleata contro molti disturbi
La menta, come tale o sotto forma di estratti, infusi, decotti, olio essenziale, compresse ecc., è usata fin dall’antichità per alleviare numerosi disturbi comuni. Le sue azioni benefiche più note, sfruttate già da Egizi, Greci e Romani, sono quelle legate alle vie respiratorie e all’apparato digerente, tant’è che moltissimi farmaci e preparati erboristici contro tosse, mal di gola, gengiviti e cattiva digestione comprendono il mentolo tra i loro ingredienti. Ma gli impieghi che si possono fare di questa pianta e dei componenti attivi che contiene sono molti di più e, a volte, sorprendenti. Scopriteli qui.
Tumori intestinali: l’olio extravergine d’oliva aiuta a combatterli e prevenire
In seguito ad una ricerca condotta da Antonio Moschetta dell’Università degli studi di Bari, è stato scoperto che il consumo quotidiano di olio extravergine di oliva aiuta a prevenire e combattere i tumori intestinali. Il lavoro, durato cinque anni, ha coinvolto uno scienziato americano, tre colleghi di Tolosa e un gruppo di Cambridge. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Gastroenterology.
“L’olio extravergine di oliva è ricco di acido oleico, una sostanza in grado di regolare la proliferazione cellulare. In studi preclinici abbiamo potuto simulare geni alterati e stati di infiammazione intestinale, dimostrando che la somministrazione di una dieta arricchita di acido oleico è in grado di garantire notevoli benefici per la salute. Tali effetti positivi sembrano essere dovuti anche alla presenza dell’enzima SCD1 nell’epitelio intestinale, che funziona quale principale regolatore della produzione di acido oleico nel nostro corpo”. Queste le parole di Moschetta.
I ricercatori erano concentrati su una molecola contenuta nell’olio extravergine d’oliva: l’acido oleico. Hanno inattivato il gene che codifica per SCD1 e hanno dimostrato che in assenza di questa molecola nella dieta e in condizioni di diminuita produzione endogena, si viene a creare prima un’infiammazione e poi lo sviluppo di tumori all’intestino.
Conclude Moschetta: “Se invece nella dieta si aggiunge acido oleico, si ripristina la normale fisiologia intestinale con riduzione dell’infiammazione e protezione contro la formazione dei tumori. Sfruttando le proprietà benefiche dell’acido oleico, in futuro sarà possibile ridurre l’insorgenza del tumore soprattutto nei pazienti con infiammazione intestinale o già precedentemente affetti da questa malattia, e rallentarne la crescita e migliorare i trattamenti antitumorali già in uso, potenziandone l’effetto”.
La soluzione, quindi, è quella di utilizzare un cucchiaio d’olio extravergine d’oliva a pranzo e uno a cena, oltre a quello utilizzato per il condimento. È necessario che stiano attenti soprattutto i pazienti con una predisposizione ereditaria al tumore del colon o per quelli con morbo di Crohn o colite ulcerosa.
Scacco alla tristezza in 15 mosse
Vi svegliate giù di tono e affrontare un nuovo giorno sembra un’impresa titanica? Gli impegni della giornata sono poco entusiasmanti e, anche se partite positivi, nel giro di poche ore avete esaurito pazienza e buon umore? Provate a sfruttare queste 15 semplici strategie (di comprovata efficacia) per risvegliare e sostenere le vostre risorse interiori e vivere al meglio ogni momento, a prescindere dalle incombenze obbligate e dai piccoli problemi che possono presentarsi a più riprese e mettere i bastoni tra le ruote. Ricordando sempre che cercare di mantenere un atteggiamento positivo è la chiave per vivere meglio ogni situazione.
Cos’è l’ematemesi?
L’ematemesi è l’emissione orale di sangue con vomito. La sintomatologia ed i segni obiettivi dipendono dalle eziologia. Nel caso si tratti di emorragie massive saranno presenti una sintomatologia ed obiettività in caso di shock ipovolemico. È necessario eseguire delle procedure immediate come l’incannulamento della vena, la sospensione dell’alimentazione solida e liquida e l’inserimento di un sondino naso-gastrico.
Gli esami di laboratorio da eseguire sono: emocromo, azotemia, glicemia, ionogramma, endoscopia, angiografia, indagini radiologiche con isotopi radioattivo, ECG, PA. Nel caso di varici esofagee è indispensabile effettuare una scleroterapia perendoscopica in urgenza, emostasi endoscopica ed un eventuale infusione di Samotostatina. Per ematemesi di altra natura talvolta è necessario un intervento chirurgico mirato o terapia casuale.
Fonte: Emergenze Mediche in Pediatria di Mediserve a cura di Maurizio Vanelli
Troppo stress e poco sonno nemici del cuore
Di studi in merito ne sono già stati fatti parecchi, ma le nuove evidenze e la quantificazione del rischio cardiovascolare associato all’eccessivo stress sul lavoro e al sonno scarso, presi singolarmente o in combinazione, segnalati dal gruppo coordinato da Karl-Heinz Ladwig del German Research Centre for Environmental Health – Technical University di Monaco di Baviera (Germania) non possono passare inosservate, soprattutto se si ha la pressione alta.
In base ai dati ottenuti dall’analisi di quasi 2.000 lavoratori ipertesi di età compresa tra 25 e 65 anni, infatti, chi è sottoposto a stress professionale e soffre di disturbi del sonno presenta un rischio di morte per cause cardiovascolari ben tre volte superiore (+300%) rispetto a chi ha una relativa serenità lavorativa e dorme bene. E ciò in assenza di fattori di rischio aggravanti come sindrome metabolica, diabete o patologie cardiovascolari note.
Anche preso da solo, lo stress lavorativo ha effetti tutt’altro che benefici sull’apparato cardiovascolare, risultando associato a un aumento del rischio di morte per cause cardiovascolari di 1,6 volte (+60%), mentre se il sonno frammentato e/o insufficiente è presente in assenza di stress lavorativo l’aumento del rischio di morte per cause cardiovascolari è pari a 1,8 volte (+80%), rispetto a chi non è interessato da nessuno dei due problemi.
In termini assoluti, in un periodo di follow-up di 18 anni, stress lavorativo e sonno inadeguato si sono associati a un rischio di morte per cause cardiovascolari pari a 7,13 per mille anni-persona contro 3,05 per mille anni-persona di chi non è stressato e dorme bene, 4,99 per mille anni-persona di chi è solo stressato e 5,95 per mille anni-persona di chi dorme male senza la componente di stress lavorativo.
Gli Autori dello studio precisano che lo stress lavorativo si instaura in situazioni nelle quali al lavoratore sono richieste prestazioni elevate a fronte di un potere decisionale minimo o nullo, ossia quando oltre a essere sotto pressione si è anche costretti a eseguire gli ordini, senza avere voce in capitolo. Viceversa, anche un forte carico lavorativo può essere ininfluente o vantaggioso per la salute se si può avere il controllo della situazione e scegliere autonomamente come agire.
Lo stress lavorativo si associa spesso a difficoltà ad addormentarsi e a risvegli precoci che lasciano ampio spazio a prolungate ruminazioni sulle difficoltà e le frustrazioni della giornata appena trascorsa o che si dovrà affrontare dopo il suono della sveglia, impedendo lo stand-by fisiologico di cui l’apparato cardiovascolare ha bisogno per mantenersi sano. Se la situazione riguarda brevi periodi (giorni o settimane) non è un grosso problema, ma se si protrae a lungo (anni) il discorso cambia radicalmente, e i rischi aumentano.
Per evitare problemi è fondamentale agire su entrambi i fronti, perché se è vero che lo stress disturba il sonno altrettanto vero è che un sonno insoddisfacente rende più nervosi e propensi a sviluppare ansia e stress. In particolare, gli esperti della Società Europea di Cardiologia (ESC) suggeriscono di:
- imparare tecniche di rilassamento e usarle più volte al giorno;
- seguire uno stile di vita sano (dieta equilibrata e attività fisica regolare);
- evitare fumo, alcolici e sostanze stimolanti (eccesso di caffeina, energy drink ecc.);
- mantenere ritmi regolari e addormentarsi e svegliarsi a orari fissi;
- individuare strategie personali per ridurre lo stress lavorativo;
- migliorare le relazioni sociali e aumentare i momenti di svago;
- se il sonno non migliora, chiedere l’aiuto di uno specialista di Medicina del sonno;
- se ansia e stress sono francamente eccessivi e difficili da controllare autonomamente, chiedere un supporto psicologico.
Fonte
Li J, Atasoy S, Fang X, Angerer P, Ladwig KH. Combined effect of work stress and impaired sleep on coronary and cardiovascular mortality in hypertensive workers: The MONICA/KORA cohort study. Eur J Prev Cardiol 2019; doi:10.1177/2047487319839183.
Per non fermarsi alla prova costume
Parliamoci chiaro: nonostante le infinite varianti di diete e le sempre nuove attività proposte dalle palestre per attirare clienti, di segreti e strade facili per raggiungere e mantenere il peso forma non ce ne sono. Se si vuole dimagrire si deve:
1) mangiare sano e bilanciato, puntando su cibi freschi e poco calorici, in quantità compatibili con il proprio metabolismo e dispendio energetico;
2) praticare attività fisica e muoversi il più possibile ogni giorno;
3) bere tanta acqua e, preferibilmente, solo acqua. Un nutrizionista e un istruttore esperto possono aiutarvi in questa sfida, ma non possono vincerla al vostro posto.
Alzheimer, una proteina nel sangue rileva la degenerazione delle cellule nervose
Un nuovo studio, recentemente pubblicato su JAMA Neurology, indica che un semplice esame del sangue può rivelare se le cellule nervose nel cervello si stanno deteriorando a un ritmo anomalo. I ricercatori hanno analizzato la presenza nel sangue di una proteina, il cosiddetto neurofilamento leggero (NfL, Neurofilament light Chain) in pazienti affetti malattia di Alzheimer, rilevandone una concentrazione particolarmente elevata.
I campioni di sangue sono stati raccolti per diversi anni, e in più occasioni, da 1.182 pazienti con diversi gradi di compromissione cognitiva e 401 soggetti sani che hanno costituito il gruppo di controllo.
Quando le cellule nervose del cervello sono danneggiate o muoiono, la proteina NfL entra nel liquido cerebrospinale e poi nel sangue: esistevano già sospetti in merito, ma mancavano studi a lungo termine.
«Abbiamo scoperto che, nei pazienti che sviluppano il morbo di Alzheimer, la concentrazione di NfL aumenta nel tempo e che i livelli elevati sono correlati con l’entità del danno cerebrale accumulato», ha afferma il coordinatore dello studio Niklas Mattsson.
Com’è noto, l’Alzheimer è una malattia complessa, che si sviluppa gradualmente ed è difficile da analizzare nelle sue prime fasi, asintomatiche; la malattia comporta il deterioramento delle funzioni cognitive e fisiche insieme all’atrofia e alla morte delle cellule cerebrali. Allo stato attuale, non esiste un trattamento che possa ridurre la perdita di cellule nervose nel cervello e i farmaci disponibili sono in grado di mitigare i disturbi cognitivi, ma non di rallentare il decorso della malattia. Le misurazioni della concentrazione NfL nel sangue potrebbero servire per valutare l’efficacia di un farmaco nell’influenzare la perdita delle cellule nervose e determinarne il dosaggio ottimale.
Mattsson ritiene che il metodo possatrà presto tradursi in una procedura clinica standard: «presso l’ospedale universitario di Sahlgrenska a Göteborg, stiamo svolgendo il lavoro preparatorio per rendere questo metodo disponibile come procedura clinica nel prossimo futuro. Attraverso un semplice esame del sangue, i medici potranno misurare il danno alle cellule nervose, prodotto dalla malattia di Alzheimer o da altri disturbi cerebrali».
Mattsson N, Cullen NC, Andreasson U, Zetterberg H, Blennow K. Association Between Longitudinal Plasma Neurofilament Light and Neurodegeneration in Patients With Alzheimer Disease. JAMA Neurol. 2019 Apr 22.
I nemici della sessualità maschile
Come sta andando la vostra vita sessuale? Vi sentite sicuri di voi stessi e in sintonia con il vostro corpo? Siete soddisfatti? Oppure vi sembra che qualcosa non funzioni come dovrebbe? Se questo è il caso, forse le prestazioni non eccellenti potrebbero essere banalmente legate all’avanzare dell’età o a errori di stile di vita. In alcuni casi, però, defaillance di nuova insorgenza potrebbero essere la spia di malesseri o malattie non ancora diagnosticate, che meritano di essere indagate e trattate. Ecco un elenco minimo essenziale dei principali nemici della serenità sessuale e, talvolta, della salute generale, che è bene non trascurare.
Mangia il giusto e di gusto… sempre!
Qualunque sia il tipo di alimentazione che si segue, il consiglio è quello di evitare sempre gli eccessi. Questo perché, troppo spesso, non riusciamo a rinunciare a un cibo grasso, pieno di zuccheri, sale, additivi e aromi artificiali, a causa di una ragione chimica.
Dalla nascita siamo infatti predisposti al gusto dolce, le aziende alimentari lo sanno e dunque farciscono qualsiasi alimento con zuccheri e additivi dolci. Come evitare di cadere nella trappola tesa dalle industrie alimentari e resistere, evitando di mangiare anche se siamo sazi? Il primo step potrebbe essere quello di abituare il palato a gusti diversi, magari cibandosi di alimenti naturali, privi di grassi, sale e zuccheri, evitando il più possibile di mangiare fuori casa e sforzandosi di preparare solo ciò di cui realmente il nostro fisico ha bisogno. L’Italia è un paese con una percentuale costantemente in crescita di persone (compresi, purtroppo, anche i bambini) sovrappeso, un problema che si sta trasformando in una vera e propria piaga e in un’emergenza sociale.
Mangiare troppo equivale ad assumere più calorie ed energia di quante effettivamente il nostro corpo abbia bisogno; non riuscendo così a smaltirle tutte, queste si accumulano tramutandosi in depositi di grasso. E, dunque, di quanta energia ha necessità l’organismo? Questo dipende da diversi fattori, in primis l’età e il genere, poi l’attività fisica. Possiamo affermare che, tendenzialmente, un uomo consuma dalle 2500 alle 3500 calorie al giorno, una donna dalle 2000 alle 2500. Chi si appresta a modificare le proprie abitudini in fatto di alimentazione e, dunque, a passare da una dieta onnivora a una vegana, può inizialmente incorrere in qualche errore, come quello di cibarsi eccessivamente di alimenti grassi come oli, semi, frutta secca, consumati in gran quantità perché non sono abituati a mangiare abbastanza frutta e verdura. In questo modo capita che si incrementi la mancanza di calorie “strafogandosi” di alimenti grassi. Ad esempio, pranzare con dell’insalata, poca verdura e frutta, comporterà dopo poche ore una forte sensazione di appetito e si ricorrerà ad alimenti grassi come spuntini di frutta secca per compensare la fame sopravvenuta.
Chi invece segue una dieta tradizionale, non avrà necessità di consumare tanto cibo per arrivare alla soglia del fabbisogno calorico giornaliero, ma questo unicamente perché gli alimenti di cui si nutre sono pieni di calorie. La vera svolta è quella di intuire che si deve mangiare meglio, scegliere e selezionare i cibi naturali che la terra ci mette a disposizione, cercando di evitare quelli troppo calorici e preferendo quelli con un basso contenuto calorico, ma densi di nutrienti. Mangiamo perché abbiamo bisogno di carburante, di energia necessaria a compiere qualunque azione che muova il nostro corpo, ma anche mentre dormiamo consumiamo energia! Quali sono i cibi che ci aiutano a produrre la nostra “benzina”? Sono i carboidrati e i grassi le principali fonti di energia per il nostro corpo. E un crudista, non assumendo carboidrati, come può avere le forze per affrontare tutti gli impegni richiesti al proprio organismo? Ovviamente tramite frutta, noci, oli, semi e avocado. La frutta è fondamentale in questo senso, perché un consumo eccessivo di alimenti grassi, come possono essere appunto oli, semi e frutta secca, può portare il corpo a problemi come stanchezza, diabete, ipoglicemia, sovrappeso od obesità, mancanza di concentrazione. Come fare, allora, per evitare queste situazioni? Basta limitare il consumo di alimenti grassi al 20% delle calorie assunte quotidianamente e cibarsi di più frutta fresca. Le verdure, infatti, pur essendo una ricca fonte di vitamine e sali minerali, contengono una quantità minima di grassi e carboidrati, non sufficiente al raggiungimento del fabbisogno energetico quotidiano.
La ricetta chiave per seguire una sana dieta crudista è quella di limitare, allora, la quantità assunta di grassi, anche se buoni. Per fare un esempio, nella dieta quotidiana per raggiungere le 2000 calorie si può mangiare o un avocado, o due cucchiai di burro di nocciole o una manciata di noci. L’importante, dunque, è non eccedere. Discorso a parte riguarda invece la frutta fresca, che dovrebbe rappresentare le fondamenta di una dieta crudista salutare, perché, oltre a essere facilmente digeribile, contiene vitamine a profusione. Non dimentichiamoci, però, di consumare il giusto quantitativo di verdure nell’alimentazione quotidiana: uno degli errori in cui si può incorrere iniziando una dieta crudista è proprio quello di non prestare un’adeguata attenzione alle combinazioni alimentari. La frutta, pur fornendo energia, non contiene la quantità di vitamine necessaria al nostro organismo per una salute ottimale, vitamine che sono invece proprie delle verdure crude. Occhio anche ai fanatismi: un’alimentazione sana ed equilibrata si basa sul consumo quotidiano di frutta e verdura nel modo più naturale possibile. Da evitare, dunque, alimenti che sono sì crudi, ma accompagnati da intingoli, sale, spezie e oli grassi, che potrebbero apportare, a breve e a lungo termine, problemi importanti di salute.
Fonte: Crudostyle
Stipsi cronica legata a deficit di vitamina D
Difficoltà ad andare in bagno, sensazione di pienezza e malessere addominale, gonfiore e flatulenza; a volte, crampi. Tutti sintomi tipici di una condizione, la stitichezza, che chiunque ha indubbiamente sperimentato più di una volta nel corso della vita per le ragioni più diverse. Stress, alimentazione disordinata, insufficiente assunzione di liquidi, viaggi, terapie farmacologiche che interferiscono con la motilità dell’intestino, gravidanza ecc. sono soltanto alcune delle cause più comuni, che generalmente si presentano in modo occasionale e persistono per brevi periodi.
Per alcune persone, tuttavia, la stitichezza può diventare una compagna fedele e ostinata, senza che sia possibile individuare un fattore in grado di giustificarla e sul quale agire per attenuare il fastidio. In questi casi, si parla di stipsi funzionale cronica: una condizione che interessa soprattutto gli anziani e le donne e che, di norma, si associa a una significativa riduzione della qualità di vita, nonché a un aumento della spesa sanitaria per visite ed esami, terapie spesso poco utili e trattamenti per la gestione delle possibili complicanze.
Un recente studio italiano, condotto in collaborazione tra l’Ospedale “Saverio de Bellis” di Castellana Grotte (Bari), l’Università di Bari e l’Università di Chieti-Pescara, indica che la stitichezza funzionale cronica può essere correlata a bassi livelli di vitamina D nel sangue, suggerendo così una nuova possibile strategia per alleviarne i disagi, basata sull’integrazione di questa vitamina essenziale per tutelare la salute delle ossa, la funzionalità del sistema immunitario, il mantenimento di un buon tono dell’umore e molte altre funzioni organiche fondamentali.
Nello studio, 86 pazienti affetti da stipsi funzionale cronica e 86 soggetti sani con caratteristiche demografiche e cliniche generali sovrapponibili (85% donne; età media 50 anni) sono stati valutati relativamente a motilità/funzionalità intestinale, possibili disbiosi (alterazioni di composizione del microbiota intestinale) e livelli plasmatici di 25-idrossi-vitamina D (25-OH-D). Inoltre, tutti i partecipanti sono stati valutati sul fronte del tono dell’umore e della qualità di vita.
Dall’analisi è emerso che i pazienti con stipsi funzionale cronica avevano livelli plasmatici di 25-OH-D significativamente inferiori rispetto ai controlli con funzionalità intestinale normale e che il deficit di vitamina D costituiva un fattore di rischio significativo per la stipsi funzionale cronica anche dopo aver eliminato possibili fattori confondenti. In aggiunta, la ridotta funzionalità intestinale era accompagnata da sintomi di ansia e/o depressione e ridotta qualità di vita.
In attesa di comprendere il meccanismo alla base della correlazione tra ridotta funzionalità intestinale e insufficienza di vitamina D, i ricercatori suggeriscono di misurare i livelli plasmatici di 25-OH-D in tutti i pazienti affetti da stipsi funzionale cronica e, qualora si riscontrassero deficit, di compensarli con supplementazioni mirate di vitamina D, sicuramente vantaggiose anche sul piano del metabolismo osseo e su quello immunitario, soprattutto tra le donne in menopausa e tra gli anziani.
Fonte
Panarese A et al. Chronic functional constipation is strongly linked to vitamin D deficiency. World J Gastroenterol. 2019;25(14):1729-1740. doi:10.3748/wjg.v25.i14.1729 (https://www.wjgnet.com/1007-9327/abstract/v25/i14/1729.htm)
Sessualità a rischio? Miglioratela così
La sessualità si dà spesso per scontata, come se fosse una reazione automatica dell’organismo che deve sempre attivarsi e funzionare perfettamente da sola, senza bisogno di troppe cure. La realtà dimostra che non è così, soprattutto dopo i 40 anni, ma a volte anche prima. Un primo passo per migliorarla consiste nell’evitare alcuni errori molto diffusi, a livello individuale e di coppia, e nel ricordare che il benessere psicofisico è la premessa indispensabile per una soddisfacente vita di relazione.
Effetti dell’alimentazione sulla mortalità, una ricerca estesa a livello mondiale
Un nuovo studio internazionale, pubblicato su The Lancet ed effettuato su numeri davvero ingenti e significativi, ha valutato l’impatto della dieta sulle malattie – in particolare tumori, malattie cardiovascolari e diabete – e sulla mortalità tra il 1990 e il 2017 e offre un panorama approfondito sui diversi alimenti “a rischio” consumati in 195 Paesi del mondo. «Mentre gli zuccheri e i grassi sono stati al centro dei dibattiti negli ultimi due decenni – ha dichiarato Christopher Murray della University of Washington – la nostra ricerca suggerisce che i principali fattori di rischio alimentari sono l’assunzione elevata di sodio e il basso apporto di alimenti sani, come cereali integrali, frutta, verdura, noci e semi».
In altri termini: ciò che non si mangia è altrettanto importante per la salute globale quanto gli alimenti dannosi che si consumano.
I Paesi con i più elevati tassi di decessi legati all’alimentazione, nell’ordine, risultano l’Uzbekistan (892 morti ogni 100.000 persone) e l’Afghanistan, mentre la mortalità più bassa legata si è registrata in Israele (89 morti ogni 100.000 persone), Francia, Spagna e Giappone.
Lo studio ha rilevato che le diete ad alto contenuto di sale sono tra le principali responsabili di decessi correlati all’alimentazione, seguiti dalla carente assunzione di cereali integrali e dall’insufficiente apporto di frutta e verdura.
In particolare, il basso apporto di cereali integrali è stato valutato come principale fattore di rischio alimentare per morte e malattia in India, Brasile, Pakistan, Nigeria, Russia, Egitto, Germania, Iran e Turchia. Invece, l’assunzione elevata di sodio (oltre tre grammi al giorno) è il principale rischio alimentare per coloro che vivono in Cina, Giappone e Tailandia. È anche degno di nota il fatto che nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti i principali rischi siano dovuti al consumo di carni rosse, carni trasformate (salumi) e bevande zuccherate, quello che, ormai sempre più spesso, viene definito “cibo spazzatura”.
Anche se molti esperti hanno sottolineato l’alta qualità dello studio, altri ne hanno rilevato i limiti: gli autori hanno infatti ignorato molti fattori importanti, come l’assunzione di alcol e l’esercizio fisico.
GBD 2017 Diet Collaborators. Health effects of dietary risks in 195 countries, 1990-2017: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2017. Lancet. 2019 Apr 3. pii: S0140-6736(19)30041-8.
















